domenica 11 aprile 2010

lo schifotema

Ho bisogno di voi, molto bisogno. Ho bisogno che vi trasformiate in severissimi prof, armati di biro rossa per giudicare lo schifotema. Perché a me sembra terribile, erribile, terribile!
Non è brutto, ma è povero. È lessicalmente forbito, grammaticalmente corretto, ma è scarno. È un classico lavoro precotto…
Oddio, vi prego, fatemi da prof!! Non voglio lodi, solo critiche costruttive. Ogni consiglio è ben accetto, qualunque cosa, dall’ortografia al lessico, dalla grammatica all’intensità del tema!
Si tratta di inventarsi un mito greco ed un personaggio mitologico, e fargli compiere qualche impresa.
Io, ispirata dai mille miti naturali che circolano, ho deciso di inventare un mito che spiegasse la creazione del mito.
Ecco, armatevi di biro rossa! E tu, Castagna, che sei prof di lettere, fingi di essere particolarmente incavolata con me per qualche motivo, e farmi patire le pene dell’inferno con questo tema.
Il mito di Sofia o Andromeda
Sofia venne al mondo in un giorno d’aprile, in cui il cielo era di un bel color pervinca ed il sole pareva un’ardente palla di fuoco.

Si dice che quand’ella nacque le fontane presero a zampillare con più intensità e che il canto dei colombi divenne d’un tratto melodioso e gaio.
Nel momento in cui la piccina uscì dal grembo di sua madre, piangeva tanto debolmente da ricordare un gattino terrorizzato, ma quel mugolio era persistente quanto una zanzara che si ostina a pungere qualcuno.
Era figlia della dea Atena, rinomata divinità della sapienza e delle arti, e di un tomo pieno di parole difficili da pronunciare e del tutto privo di qualsivoglia illustrazione o elemento decorativo, se si esclude una copertina rigida con il titolo stampato a caratteri argentati.

Quel tomo era finito nelle mani della dea dell’intelletto per caso, come molti altri volumi. Eppure ella si era innamorata in maniera irresistibile di quel manufatto e non si sa come, aveva generato quella bimba prodigiosa.
Le misero il nome di Sofia, perché potesse onorare la virtù della madre, la sapienza.

Crebbe circondata dall’affetto dei nonni, degli zii di una schiera di parenti acquisiti ed amici, che la vezzeggiarono e la adornarono di doni e di divertimento. Specialmente il nonno Zeus si affezionò a quella nipotina schiva e timida. Questa predilezione era ricambiata dalla piccola, che sorrideva solo al sovrano degli dei.

Aveva i tratti delicati, ed era gracile, tanto da sembrare striminzita. I capelli possedevano una sfumatura simile all’inchiostro, che la avvolgevano come un morbido manto bruno. Gli occhi erano glauchi, grandi, ma privi di qualsiasi luce di gaiezza.
Aveva la pelle di ricotta, talvolta venata da riflessi azzurrognoli, tanto da sembrare una sirena.
Parlava di rado, ma quando lo faceva la sua voce era delicata e flebile. Nelle rare occasioni in cui si poteva ascoltarla cantare dava prova di un sublime timbro vocale il quale s’innalzava oltre l’Olimpo, s’attorcigliava intorno alle candide nuvole e poi saliva, leggero come l’etere, fino a sfiorare le stelle.
Oppure, quel trillo argentino scendeva gorgogliando insieme alle cascate, rimbalzava fra le rocce, giocava fra il fogliame degli alberi per poi scivolare, rotolando giù per i tronchi ed i fiumi, fino a squillare libero in pianura. Gli agricoltori, stanchi e curvi sotto il sole cocente, udivano quel delicato gorgheggio d’angelo e lavoravano con maggiore alacrità.

Inoltre, Sofia era accompagnata da un costante effluvio di lavanda e melissa, che le donavano un aria di semplicità e di affinità con la madre terra.
Per quanto riguarda il carattere della bambina, era una creatura poco propensa alle chiacchere frivole delle coetanee, dotata della straordinaria capacità di urtare ogni oggetto di valore che incontrasse e soprattutto ella era succube delle parole. Aveva la fama di ragazzina taciturna, ma nessuno sapeva che era in perenne ascolto e che i libri ed i fogli immacolati erano i suoi più cari tesori.
Aveva letto quanto la madre e scriveva volentieri, distesa sotto ai tigli del giardino dell’Olimpo.
Quel piccolo parco era il suo santuario, ella passava là ogni minuto del suo tempo libero. Era un insieme di prati verdeggianti e di fontane canterine, decorato con statue d’ogni genere e con deliziosi labirinti fatti con i cespugli di ortensie. L’angolo che la piccola preferiva era un piccolo appezzamento di terra circondato da una piccola roggia, pieno di tigli e fiori dal profumo sublime. Lì Sofia leggeva, scriveva e passeggiava, perdendosi nei piccoli fra i cespugli.


Un giorno, mentre la ragazzina sedeva con la madre che le intrecciava i capelli, la fanciulla scoprì la potenza del racconto. Aveva sempre ascoltato le storie che le venivano narrate, le follie d’amore del nonno Zeus, le gelosie di Era e le vicissitudini dei suoi zii, ma fino ad allora non aveva compreso quanto potessero essere utili.
Prese a ripeterle a se stessa, tanto che qualcuno, nel sentirla mormorare qualcosa fra sé e sé la credette pazza.
Ben presto la giovinetta si stancò degli atti dei suoi parenti, prese a distorcerli: Ulisse, invece di aver esplorato solo qualche isoletta sperduta, aveva percorso mezza Europa e la guerra di Troia era durata ben dieci anni.

Quando la sua famiglia seppe di queste fantasie, non s’alterò più di tanto, perché erano convinti che l’immaginazione galoppante fosse un vizio tipico dei fanciulli, e che sarebbe passato nel giro di un anno.

Eppure, questa mania di ingigantire o sminuire i fatti rimase alla ragazzina, e fu la sua condanna a morte.
Ormai entrata nell’adolescenza, la giovane prese a scribacchiare le gesta dei suoi personaggi. Alcuni erano quelli delle vicende che le erano state tramandate, altri li aveva partoriti nei momenti d’ozio.
In quel periodo la preoccupazione degli altri dei aumentò. Zeus era terrorizzato all’idea che la nipote potesse divulgare i suoi scritti fasulli, e che potesse farli leggere a qualche umano, che avrebbe stravolto la dignità di tutte le divinità greche.
Sofia s’era fatta silenziosa più di quanto non fosse mai stata e fu tanto assetata dal creare delle trame tanto che prese ad interrogare la madre e le altre dee per estrapolare dettagli ed aneddoti. Non chiedeva mai agli dei, perché le donne devono preservare la memoria: sono le femmine a raccontare le fiabe ai bambini, le dame narrano alle amiche i pettegolezzi del giorno davanti ad una tazza di tè e sono le umili contadine a narrare nell’aia di un crtile, circondate dal pollame e con i bambini aggrappati alle loro gonne. Gli uomini si occupano di fare la guerra, le donne di far di parlarne.

Così la giovane iniziò a diventare donna, fra libri, idee da imprimere su carta e lunghe giornate d’inerzia.
Talvolta accompagnava la madre nelle visite ai suoi pupilli, e fu così che incontrò Penelope, ormai anziana, ingrigita ed affranta. Aspettava il marito, partito per un secondo viaggio ed ella sedeva tutto il giorno dinnanzi ad una finestra, ricamando svogliatamente ed attendendo che qualche ancella le acconciasse i capelli ormai ridotti ad una nuvola di riccioli candidi. Quella donna triste e rassegnata colpì moltissimo la ragazza e giurò di proteggerla, di aiutarla e di salvarla dal destino triste dei suoi ultimi anni.
Così Sofia decise di immortalare Penelope nei suoi racconti e fu così che fu inventata la leggenda del velo, che veniva cucito di giorno e disfatto non appena calava la sera.

Quel vizio di plasmare la verità su misura iniziò ad essere seriamente pericoloso quando le avvincenti gesta di dei ed eroi iniziarono a circolare fra le ninfe, che si accoccolavano attorno ad un fuoco, per ascoltare la creatrice di quelle storie che le narrava a bassa voce, temendo di essere scoperta dalla madre o da qualche altro dio.
Così quelle avventure iniziarono ad essere mormorate fra i ruscelli e sotto agli alberi, tanto che alcune donne, venute per riempire le brocche d’acqua o per raccogliere la frutta, udirono brandelli di quei discorsi e li riferirono ai mariti ed ai figli, che a loro volta le raccontavano agli amici o ad altra gente.
E così nacque il mito, fra le mura delle case o all’interno dei cortili, sussurrato e più tardi cantato ad alta voce.
Per la creatrice di questo genere letterario la sorte fu ingrata.
Quando Zeus venne a sapere l’infamia che ella aveva commesso, s’infervorò a tal punto da bandirla dall’Olimpo, e segregarla in una piccola cella, in modo che non potesse più far circolare le sue elucubrazioni folli.
Ma persino i piccoli insetti che si annidavano negli anfratti di quella piccola stanza udirono la giovane bisbigliare fra sé e sé, e spargendosi per il paese, iniziarono a ronzarsi le novelle che avevano udito distintamente.
Non c’era modo di far cessare quella catena di aneddoti avventurosi o sentimentali, che venivano tramandati, ed il povero Zeus tentò in tutti i modi di fermare quel flusso di parole, ma invano. Allora decise di punire a suo modo la pazza che aveva osato diffamarlo.

Decise di darle una lezione uccidendola. Anche s’ella era figlia della dea Atena ed immortale, il dio del fulmine poteva metter fine alla vita della nipote bruciandola su un fuoco maledetto.
Così, nel giorno prestabilito per il rogo Sofia si presentò avvolta in un drappo blu cobalto, con i bei capelli di carbone sciolti sulle spalle esili e negli occhi una luce ardente ed appassionata. Era mortalmente pallida, ma sorrideva perché sapeva che il suo compito era terminato. Era dannatamente bella, e si narra che le fontane si ammutolirono ed i colombi tacquero per giorni.
La giovane dea fu bruciata su un rogo, fra alte fiamme azzurrastre e le urla straziate della madre, che piangeva senza alcun ritegno.
Eppure, il Fato non fu del tutto ingrato con lei: infatti la mutò nella costellazione di Andromeda e si narra che ella racconta le sue storie alle stelle e che il vento le porta con sé ovunque, disseminandole per il mondo.

Ecco.
Lo schifotema è entrato in circolo.
Baci
Minerva

6 commenti:

wasperina ha detto...

Minerva a me è piaciuto tantissimo! non sono del mestiere, mi sembra anche fin troppo per una ragazzina della tua età.. cerca di essere meno severa con te stessa.. vai alla grande!!Io alla tua età facevo veramente degli schifotemi davvero vomitevoli e me lo sognavo un racconto così! Eppure in italiano andavo bene.. insomma è bello volersi migliorare e cercare il massimo però non farne una malattia altrimenti qualsiasi cosa farai non sarà degna ai tuoi occhi e rischi di entrare in un brutto circolo... ecco finito il pippone estremo da vecchia scema, ti dico che il tema è bellissimo, se proprio devo esprimere un piccolo suggerimento mi sembra che la parte finale della costellazione forse è un pochino buttato lì magari potresti rivederlo e riscriverlo in un momento di ispirazione.. ps: ma a voi i temi li fanno fare a casa? noi in classe in quelle 2 ore di tempo e se non eri ispirato ti attaccavi al tram!! hihi bacini

Princesse ha detto...

Anche a me è piaciuto molto, la storia è molto carina e ricca di dettagli, non è affatto scarno!

ps: ci sono un paio di ripetizioni...
"Un giorno, mentre la RAGAZZINA sedeva con la madre che le intrecciava i capelli, la FANCIULLA scoprì la potenza del racconto"
...
"e fu TANTO assetata dal creare delle trame TANTO che prese"

minerva ha detto...

Princesse: hai ragione, le ripetizioni cerco sempre di evitarle, ma scappano. Grazie per i complimenti!
Wasperina: Dipende, il prof a volte fa fare i temi a casa, a volte in classe. Questo era in classe, ma chi non l'aveva finito poteva farlo a casa. Grazie!! La parte della costellazione era obbligatoria, ma ci metterò un po' più di fantasia.

Pimpi♥ ha detto...

Pure secondo me è un bel tema!
E' ben strutturato, un lavoro che io non sarei mai riuscita a fare!
Complimenti!
Pimpi

Lunga ha detto...

uhm io ci ho visto un paio di vorgole in meno ma poi quelle sono un pò soggettive anche.. quindi...
mi piace molto la storia!
un consiglio, se hai tempo leggilo dopo un pò che l'hai scritto, te lo senti meno "tuo" e lo vedi con più distacco, così ci trovi più difetti o più pregi!

MammainblueJeans ha detto...

Ciao, sono approdata nel tuo blog per caso!
Il tema è un pochino lungo, abbondano descrizioni lunghe quattro righe; sono suggestive, ma ci si può stancare a leggerle.
La parte migliore è la fine, perchè usi un linguaggio più conciso. Non è uno schifotema, in quanto ricco di contenuti, si vede che hai apprezzato la storia e hai cercato di farla tua.
Brava e se il tuo tema non ti piace riscrivilo, per tuo piacere e soddisfazione!