martedì 4 maggio 2010

la cavalla storna 1° puntata

È stato, credo, il momento più emozionante di maggio fino ad ora. Ed è stato incredibile, magnetico, travolgente, emozionante eccetera.
Il prof C. ci ha letto la cavalla storna di Pascoli. La conoscevo già, l’avevo già letta circa mezza dozzina di volte perché è bellissima, ma non così. Non con un prof che sembra il poeta stesso da quanto amore ci mette nell’interpretare la poesia, dal calore, dal brivido che mi ha donato questo testo.
Pascoli è uno dei miei poeti preferiti, mi piace moltissimo, con il suo lessico preciso, ricco di termini botanici e zoologici. E poi adoro il suo concetto di nido familiare, è un Poeta con la p maiuscola, insomma.
Ma emozionarsi così per una poesia, sentirmi come travolta da un’ondata di energia elettrica. Abbacinante, travolgente direi. E trovarsi a piangere davanti ad una poesia di Pascoli mi è successo solo con “nebbia”, che merita un post a sé, perché anche quella ti colpisce dritta al cuore.
Oh cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna.
Mi ripeto come un mantra questo verso da giorni oramai ed è rassicurante, anche se non è propriamente una frase allegra.
Grazie Pascoli, per aver fatto ancora una volta breccia nei miei sentimenti. Perché è uno dei pochi poeti che io apprezzi da quand’ho letto una sua poesia, è davvero sublime.
Ed ora sondaggio letterario: qual è la vostra poesia preferita? E qual è il vostro poeta preferito? Non voglio che riflettiate, voglio che rispondiate così, di primo acchito.
Vi riporto sia “La cavalla storna” sia “Nebbia”, così per informazione.
La cavalla storna

Nella Torre il silenzio era già alto.

Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste

frangean la biada con rumor di croste.

5 Là in fondo la cavalla era, selvaggia,

nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi

ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa

10 era mia madre; e le dicea sommessa:

“O cavallina, cavallina storna,

che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!

Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

15 il primo d’otto tra miei figli e figlie;

e la sua mano non toccò mai briglie.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,

tu dài retta alla sua piccola mano.

Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,

20 tu dài retta alla sua voce fanciulla”.

La cavalla volgea la scarna testa

verso mia madre, che dicea più mesta:

“O cavallina, cavallina storna,

che portavi colui che non ritorna;

25 lo so, lo so, che tu l’amavi forte!

Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l’ondate e il vento,

tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,

30 nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,

perché facesse in pace l’agonia...”

La scarna lunga testa era daccanto

al dolce viso di mia madre in pianto.

35 “O cavallina, cavallina storna,

che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!

E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,

40 con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,

seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,

perché udissimo noi le sue parole”.

45 Stava attenta la lunga testa fiera.

Mia madre l’abbracciò su la criniera

“O cavallina, cavallina storna,

portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai!

50 Tu fosti buona... Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.

Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:

esso t’è qui nelle pupille fise.

55 Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.

E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:

dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:

60 dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:

disse un nome... Sonò alto un nitrito.

(tratto da “Canti di Castelvecchio”)
Nebbia
Giovanni Pascoli

Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l'alba,
da' lampi notturni e da' crolli
d'aeree frane!
Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch'è morto!
Ch'io veda soltanto la siepe
dell'orto,
la mura ch'ha piene le crepe
di valeriane.
Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch'io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che dànno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.
Nascondi le cose lontane
che vogliono ch'ami e che vada!
Ch'io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane...
Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch'io veda il cipresso
là, solo,
qui, solo quest'orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.
“(Tratto da “Canti di castelveccio)
baci
Minerva

3 commenti:

Kylie ha detto...

Forse Leopardi. Due anni fa durante una vacanza tra blogger siamo state nella casa di Giacomo a Recanati ed è stato assolutamente suggestivo.

Odeline ha detto...

Grazie per il tuo commento sul mio blog, i tuoi complimenti sono immeritati non scrivo poi così bene, ma sono contenta del tuo saluto.
A prestissimo

kyra ha detto...

X AGOSTO


San Lorenzo , io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.


Ritornava una rondine al tetto :
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.


Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.


Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono ;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.


Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.


E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!


Sicuramete questa di Pascoli, struggenti il secondo e terzo versetto.