mercoledì 30 giugno 2010

il dio delle piccole cose (Arundati Roy)

Grazie mille, Paola. Grazie mille per avermi consigliato questa perla della letteratura contemporanea. Il dio delle piccole cose mi ha fatto compagnia per tutta Istanbul. L’ho letto fra le moschee, al palazzo del sultano e sul ponte che divide la zona storica da quella commerciale. L’ho letto esattamente durante tutto il viaggio. Iniziato in attesa del controllo passaporti prima di prendere l’aereo e finito nell’ascensore di Malpensa. Magico. Se non leggete questo libro, vi perdete un pezzo di qualcosa. Non penso mi cambierà la vita, ma certamente farà parte dei libri da rileggere, presto o tardi. L’unico libro che non voglio assolutamente rileggere è cime tempestose. Davvero, non ho il coraggio. Non ho il coraggio di riprofanarlo, con la mia impazienza di cercare dettagli e nuovi profumi fra le pagine del libro.
Vi riporto la trama del libro, tratta da internet, e qualche mia notarella, come al solito.
India, fine anni Sessanta: Amnu, figlia di un alto funzionario, lascia ilmarito, alcolizzato e violento, per tornarsene a casa con i suoi due bambini.Ma,
secondo la tradizione indiana, una donna divorziata è priva di qualsiasi posizione riconosciuta. Se poi questa donna commette l'inaccettabile errore di
innamorarsi di un paria, un intoccabile, per lei non vi sarà piùcomprensione, né perdono. Attraverso gli occhi dei due bambini, Estha e Rahel,il libro
ci racconta una grande storia d'amore che entra in conflitto con leconvenzioni.

Bellissimo. Una storia d’amore tutta particolare, dei personaggi descritti minuziosamente e talmente ben caratterizzati da sembrare vividi nei nostri cuori. Una scrittura che tocca fin nel profondo. Quando leggerete una metafora o una qualsivoglia figura retorica state pur certi che si ripeterà, per formare una litania stupenda e dal sapore antico. Non si possono descrivere quello che lasciano i personaggi. È impossibile ed allo stesso tempo tremendamente facile immedesimarsi in uno di loro. È tremendamente facile confondersi nella trama, far parte del paesaggio, dell a commedia. E poi c’è quello sfondo storico descritto con perizia e con tante sfaccettature che lascia a bocca aperta, perché un’India travagliata eppure troppo regale spiazza e sconvolge. E poi ci sono i vari punti di vista. Le stesse cose vengono viste da occhi diversi e la prospettiva cambia davvero tanto. Cambiano i modi di pensare, le sensazioni e anche le altezze da cui una cosa viene guardata. Una bambina è chiaro che veda un problema insormontabile, mentre un adulto lo domina con facilità. Questo libro va letto. Non c’è ombra di dubbio, fa parte del proprio bagaglio di vita. No, non è cultura. Magari è un libro pieno di spunti culturali, ma è un bagaglio per la vita. È una storia di vite che si intrecciano, e che poi si spezzano, ma che in qualche modo, presto o tardi, si ricongiungono, anche se spaccate.
L’unico neo del libro è che decolla con tanta difficoltà. Sarà stato il mio primo impatto con un romanzo che parla della cultura indiana, i nomi ed i continui andirivieni di tempo che all’inizio sconcertano e che mi hanno fatta sonnecchiare sul taxi per l’albergo ad Istanbul. Però, al terzo capitolo, torna tutto chiarissimo e la storia si fa tanto invitante e meravigliosa da diventarne dipendenti.
Baci
Minerva

lunedì 28 giugno 2010

frammenti

Scrivo da Istanbul. Essì, sono là. Non l’ho scritto prima, perché niente era ancora sicuro. Siamo arrivati sabato, stecchiti per via di un caldo inaspettato e mezzi addormentati. Abbiamo cenato con clienti turchi di papà ed abbiamo fatto le due di notte, tra chiacchere e dolci arabi buonissimi, anche se sono allergica alle nocciole. E poi alla mattina abbiamo visto la Moschea blu. Con i suoi sei minareti è capricciosa, così pretenziosa e quasi tracotante. Perché nessuna chiesa islamica ha sei minareti, a parte questa e quella di Medina, che ne ha sette. E poi ho visto Agia Sofia. Che è l’essenza di Istanbul, divisa in Europa e Asia. Perché Agia Sofia è un ex basilica, trasformata in moschea che ora è adibita a museo. E tutte le rappresentazioni cristiane sono state coperte dalla calce, perché nelle moschee non ci sono rappresentazioni umane o ainmali. Ed adesso stanno mettendo alla luce queste opere. Ed è bellissima, così, mezza coperta e mezza no. E poi abbiamo visto il palazzo del sultano, Top Capi. Un posto molto bello, direi. Il pomeriggio l’abbiamo passato nell’ozio, come la serata. Oggi abbiamo visto i due bazar. Il gran bazar m’ha delusa. Mi ha delusa, perché è pieno di paccottiglia e non c’è niente di tipico. Ma il bazar egizio è meraviglioso. Si vendono le spezie in ogni sua forma. È un paradiso per via delle fragranze, delle strilla dei venditori e perché no, anche perché non si vendono articoli troppo esclusivi e raffinati.
Poi abbiamo percorso quel ponte che divide la zona storica da quella commerciale. È un’esperienza unica, direi. Perché percorrere quel ponte, pieno di pescatori e con la fragranza del pesce e del mare. E la peculiarità di Istanbul sono questi venditori d’acqua. Girano con le bottiglie, oppure con i bicchieri. Mio padre diceva che vent’anni fa circa giravano con la cisterna in spalla.
Scusate il resoconto molto schietto, ci tornerò sul viaggio, ma ora non ho la riga braille a disposizione ed ho solo la voce del portatile, ed è piuttosto scomodo.
Baci
Minerva

giovedì 24 giugno 2010

ad una passante

Oggi sono proprio contenta di non aver guardato la partita. Non perché gli azzurri abbiano perso oppure abbiano giocato male (non lo so, sinceramente), ma perché ho scoperto il piacere di guardare la folla festante da lontano. Perché sì, c’è ancora un po’ di gente in Svizzera che tifa l’Italia. Ed in piazza, da noi, c’è il maxischermo e ci va tanta gente e c’è tanto caos. Non ci sono mai andata, ho sempre guardato il calcio a spizzichi e bocconi (nel senso che guardavo cinque minuti di partita per stare in famiglia e poi me ne andavo a leggere in camera) e non ho mai assistito alla folla in piazza. Oggi ero al parco giochi con la Tata, sedute sulle panchine a parlare. Ed ho sentito tutta una folla urlante, tutta la gente che si riversava in piazza e che urlava contro l’Italia e quei pochi superstiti che tifavano la squadra azzurra. Ma non è questo il punto. Il punto è, che con noi si è seduta una signora anziana, molto anziana. Una signora che se la guardi, pensi che non valga una lira. Trasandata, macchiata di mangiare coagulato sul vestito e divorata viva dall’artrosi. Ed invece, quando le parli, scopri che anche se questa donna non è perfettamente lucida, ha lacune con la memoria recente è una persona colta. Una persona che parla tre lingue, legge molto e sta bene finanziariamente. La vecchiaia deforma, davvero. Perché il cervello della donna s’inceppava, andava qua e là. Ma quando lasciavi che l’ingorgo di parole si snodasse un po’ capisci che della vita di questa donna potresti scrivere un romanzo anche con le poche informazioni che si ottengono parlando un po’ in un parco.
Mi sono resa conto di quanto l’apparenza inganni, soprattutto ad una certa età. Perché questa donna, con una spesuccia ed il burro mezzo sciolto che ha infilato nella busta del cioccolato per raffreddarlo, e che qualche settimana fa la Tata aveva visto urinare dietro una siepe ha un passato degno di essere immortalato in un romanzo, o quantomeno in uno di quei film in costume. Perché storie così le trovi per strada. Trovi l’avventura di una vita, anche se a volte confusa nella memoria, trovi una donna, che ha ancora la sua essenza di roccia. Trovi un fiore vizzo, ma che hai tempi era stata una Rosellina, con una bellissima quanto solida storia d’amore alle spalle, tre figli, un passato da bella ragazza di campagna, venuta dalla Svizzera interna in Ticino per amore di un uomo. E ti racconta, fra un colpo di tosse ed un ansito, di come si sono conosciuti ad un ballo in occasione del carnevale. E di come il suo migliore amico è annegato quand’era ragazzino. Passante di cui non so il nome, vorrei dedicarti questo post. Vorrei dedicarti un qualcosa, perché non hai nessuno in questo mondo. Perché sì, hai tre figli, ma due sono via ed il secondo non ti degna poi tanto. Passante, che ci hai invitati a casa tua un giorno, ma non ci andremo mai. Mai, perché tu non ti ricorderai chi siamo, ma ti dedico queste parole comunque. Grazie, Passante. Grazie per avermi riportato la tua storia, che ho già steso fedelmente e mi piacerebbe farne nascere un racconto. Grazie, perché probabilmente non mi dimenticherò mai del tuo brandello di vita.
Baci
Minerva

martedì 22 giugno 2010

di deliri antipatriottici e di libri sul comodino

Ho davanti a me questa pagina vergine di word. Mi sembra di profanarla, scrivendoci sopra. Ho un blocco del blogger, in questo periodo. Scrivo poco ed impregno questo blog di poesie et similia. Se dessero fastidio o le trovate noiose, ditelo subito, ne metterò meno. Smettere non smetterei comunque, la poesia è una mia passione e mi piace condividerla; chiaro che se diventa qualcosa di morboso va arginato.
Ho preso il nuovo libro dell’Allende… non è la casa degli spiriti, d’accordo, ma ne ho lette una quindicina di pagine e mi sembra graziosissimo. Sempre meglio di Salinger, intendiamoci. Perché mi ha delusa parecchio, con tutte quelle locuzioni che si ripetevano almeno una ventina di volte per una in tutto il libro, e dire che mi sono scocciata parecchio. Ma vabbé. Adesso godiamoci il nuovo romanzo dell’Allende, che mi sembra nettamente meglio dei precedenti. L’Allende mi è piaciuta per i primi romanzi, fino a Paula compreso. Poi… poi è caduta un po’ in basso, con rialzatine, ma non è mai ritornata quella della casa degli spiriti. Ma in questo libro mi sa che sta risalendo un pochino, a giudicare dall’inizio che promette bene. Poi finalmente ieri sera sono uscita di casa. Cena con amici dei miei ed i loro figli adolescenti, è stato un toccasana prendere una boccata d’aria, anche se il male all’orecchio persiste tenace. Comunque, ho esaurito tutte le cose che una ragazzina che non vede può fare tappata in casa: leggere, scrivere eccetera. Ma è che mi sono messa a seguire e pure con un certo zelo i mondiali di calcio, per fare qualcosa. Io non tifo in base ai giocatori, nossignore. Io tifo in base all’inno nazionale oppure agli scrittori o ai poeti che sono nati e cresciuti in quella nazione. Non che del calcio in realtà m’importi qualcosa, ma ho esaurito i passatempi. Certo, quando gioca l’Italia mi lascio appena trasportare dall’eccitazione che regna in famiglia. Ma io vivo in Svizzera. Ed in Svizzera, il 90% della popolazione media (mi baso sulla gente che conosco,intendiamoci) non tiene all’Italia manco se gioca contro un paese remoto. Tutti tengono al paese remoto. Io tengo all’Italia per affetto. Perché l’Italia è la mia seconda patria. Ho sempre fatto vacanze in Italia, metà dei miei parenti vive là ed io mi sono sempre sentita avvolta da un calore nelle grandi metropoli italiane, cosa che in quelle elvetiche non è mai capitato. Davvero, l’Italia è materna. La Svizzera sarà organizzata, pulita e molto verde, ma l’Italia ha quel senso di mamma e di appartenenza che la Svizzera non possiede. Anche se l’Italia ha più pericoli ed è caotica, c’è un grande senso della tradizione, secondo me. Perché ogni paesino ha i suoi piatti tipici, i suoi aromi e le sue specialità.E questo in Svizzera accade, ma solo nelle città più grandi o comunque in Svizzera tedesca o francese, in Ticino una cosa del genere non c’è. Adesso non sto disprezzando la mia nazione. Sono felice di vivere in un paese molto pulito, che ha un organizzazione nettamente superiore rispetto all’Italia e che è più sicura.
Comunque, scusate la fretta e la brevità del post.
Baci
Minerva

domenica 20 giugno 2010

finito!

Venerdì le scuole son finite. Finivamo per le dieci e qualcosa, ma son restata lì fino alle 11:15. Abbiamo ricevuto le pagelle. Sono felice. Sono felice perché con tutto quello che ci ho messo è andata molto bene, ve la riporto, non per megalomania, ma perché mi fa piacere condividere con voi i miei successi e non.
Italiano: 10 (non me l’aspettavo quest’anno, sono rimasta stupefatta)
Francese: 8
Tedesco: 9 (è stata clemente, diciamocelo)
Matematica: 8 (santo Profpezzodipane)
Scienze: 9
Storia: 10 (neanche questo me l’aspettavo)
Geografia: 10
Arte: 7 (il bello è che arte in Svizzera si chiama educazione visiva, quindi per una che non ci vede è già un bel controsenso)
Lavori manuali (a quanto ho capito in Italia non si fa, si fa tecnica, che poi non ho ben capito cosa sia): 8
Ed. fisica: 8 (clemente)
Musica: 10
Religione: 10
Condotta: 9
Sono contenta. Perché con le notti insonni che ho sprecato, le ansie ed i mal di pancia improvvisi prima di una verifica me lo merito, se posso dirlo. Perché a me la scuola piace. Una volta, quando chiesi a una mia compagna (tralaltro bravissima a scuola, a quei tempi) se la scuola le piacesse mi rispose:
“ma sei scema? Ovvio che non mi piace studiare! Non serve a niente!”
A me la scuola piace. Sul serio, anche la matematica, non è che l’affronto con la concentrazione sotto i tacchi eccetera.
E poi salutare tutti i prof. La prof K. Che mi corre incontro e mi fa i complimenti per il libretto, e me la ricorderò sempre, che mi racconta a spizzichi e bocconi la storia che ha alle spalle, ed io che la consolo. E il mezzo abbraccio della prof di francese, che si è messa a chiacchierare con me e l’Angelo e mi ha fatta rimanere stupefatta. Li voglio ricordare tutti, i miei insegnanti, ci ho preso gusto.
Il prof di storia che mi saluta da lontano, con quel suo atteggiamento da cane bastonato. La prof di geografia che io sogno incinta che mi chiede delucidazioni sul presunto bimbo, e parliamo di nomi che ci piacerebbe dare ad un ipotetico pargolo. E le prof di arte, che mi salutano in fretta, come se volessero scappare dalle mie domande, su quel 7 che mi ha fatta rimanere un po’ male. Non che mi fossi aspettata di più, s’intende. Dopotutto, non vedendoci, è giusto così. Ma che le prof abbiano detto per tutto l’anno quanto io fossi migliorata e che poi non mi alzino il voto mi sembra ridicolo, ma faccio finta di niente. Ed il prof C. che mi confessa ridendo di aver corretto i temi alle tre del mattino, per riconsegnarceli in tempo, ma che il mio se l’è tenuto da parte, perché iun tema su via col vento vuole proprio gustarselo in santa pace.
E la prof N.? lei non poteva mancare. Sì, abbiamo chiacchierato, sedute sul muretto della scuola e anche sugli scalini. Lei era incredibile, anche l’ultimo giorno. Un vestito bianco e blu, con il filo di perle. E da noi, una prof con il filo di perle è rarissima. E trovarsi a sapere che la vecchia classe non esisterà più, ci rimesteranno nel paiolo delle altre classi. Non che io sia particolarmente dispiaciuta…
Sarà stato il calo d’adrenalina, oppure il freddo preso in un infernale gita a cavallo di cui racconterò domani, se ci riesco, fattostà che mi son svegliata con il febbrone e la tosse, il mal d’orecchio e compagnia bella. Ho dovuto rinunciare alla festa del Matematico, ultima occasione per ritrovarci quasi tutti al gran completo.
E tanto per cambiare, non trovo un libro decente. Rileggevo il giovane Golden, ma lo trovo sempre più odioso. Non è il contenuto del libro a renderlo odioso, è il personaggio che prenderei a schiaffi, con il suo modo di scrivere, con tutti i suoi vattelapesca, compagnia bella, via discorrendo, andare in sollucchero e chi ne ha più ne metta. Davvero, è snervante. È uno dei libri più tremendi che io abbia mai letto. E mi dispiace, davvero. Non è ai livelli tremendi di Moccia, ma se fra la lista dei libri questo avrà un voto appena sufficiente, me ne meraviglierò.
Se voi avete dei titoli, io accetto e leggo, se lo trovo. Paolafrancy, io il Dio delle piccole cose l’ho cercato in ogni dove su internet, ma non l’ho trovato… Sono dispiaciutissima.
Baci
Minerva

finito!

Venerdì le scuole son finite. Finivamo per le dieci e qualcosa, ma son restata lì fino alle 11:15. Abbiamo ricevuto le pagelle. Sono felice. Sono felice perché con tutto quello che ci ho messo è andata molto bene, ve la riporto, non per megalomania, ma perché mi fa piacere condividere con voi i miei successi e non.
Italiano: 10 (non me l’aspettavo quest’anno, sono rimasta stupefatta)
Francese: 8
Tedesco: 9 (è stata clemente, diciamocelo)
Matematica: 8 (santo Profpezzodipane)
Scienze: 9
Storia: 10 (neanche questo me l’aspettavo)
Geografia: 10
Arte: 7 (il bello è che arte in Svizzera si chiama educazione visiva, quindi per una che non ci vede è già un bel controsenso)
Lavori manuali (a quanto ho capito in Italia non si fa, si fa tecnica, che poi non ho ben capito cosa sia): 8
Ed. fisica: 8 (clemente)
Musica: 10
Religione: 10
Condotta: 9
Sono contenta. Perché con le notti insonni che ho sprecato, le ansie ed i mal di pancia improvvisi prima di una verifica me lo merito, se posso dirlo. Perché a me la scuola piace. Una volta, quando chiesi a una mia compagna (tralaltro bravissima a scuola, a quei tempi) se la scuola le piacesse mi rispose:
“ma sei scema? Ovvio che non mi piace studiare! Non serve a niente!”
A me la scuola piace. Sul serio, anche la matematica, non è che l’affronto con la concentrazione sotto i tacchi eccetera.
E poi salutare tutti i prof. La prof K. Che mi corre incontro e mi fa i complimenti per il libretto, e me la ricorderò sempre, che mi racconta a spizzichi e bocconi la storia che ha alle spalle, ed io che la consolo. E il mezzo abbraccio della prof di francese, che si è messa a chiacchierare con me e l’Angelo e mi ha fatta rimanere stupefatta. Li voglio ricordare tutti, i miei insegnanti, ci ho preso gusto.
Il prof di storia che mi saluta da lontano, con quel suo atteggiamento da cane bastonato. La prof di geografia che io sogno incinta che mi chiede delucidazioni sul presunto bimbo, e parliamo di nomi che ci piacerebbe dare ad un ipotetico pargolo. E le prof di arte, che mi salutano in fretta, come se volessero scappare dalle mie domande, su quel 7 che mi ha fatta rimanere un po’ male. Non che mi fossi aspettata di più, s’intende. Dopotutto, non vedendoci, è giusto così. Ma che le prof abbiano detto per tutto l’anno quanto io fossi migliorata e che poi non mi alzino il voto mi sembra ridicolo, ma faccio finta di niente. Ed il prof C. che mi confessa ridendo di aver corretto i temi alle tre del mattino, per riconsegnarceli in tempo, ma che il mio se l’è tenuto da parte, perché iun tema su via col vento vuole proprio gustarselo in santa pace.
E la prof N.? lei non poteva mancare. Sì, abbiamo chiacchierato, sedute sul muretto della scuola e anche sugli scalini. Lei era incredibile, anche l’ultimo giorno. Un vestito bianco e blu, con il filo di perle. E da noi, una prof con il filo di perle è rarissima. E trovarsi a sapere che la vecchia classe non esisterà più, ci rimesteranno nel paiolo delle altre classi. Non che io sia particolarmente dispiaciuta…
Sarà stato il calo d’adrenalina, oppure il freddo preso in un infernale gita a cavallo di cui racconterò domani, se ci riesco, fattostà che mi son svegliata con il febbrone e la tosse, il mal d’orecchio e compagnia bella. Ho dovuto rinunciare alla festa del Matematico, ultima occasione per ritrovarci quasi tutti al gran completo.
E tanto per cambiare, non trovo un libro decente. Rileggevo il giovane Golden, ma lo trovo sempre più odioso. Non è il contenuto del libro a renderlo odioso, è il personaggio che prenderei a schiaffi, con il suo modo di scrivere, con tutti i suoi vattelapesca, compagnia bella, via discorrendo, andare in sollucchero e chi ne ha più ne metta. Davvero, è snervante. È uno dei libri più tremendi che io abbia mai letto. E mi dispiace, davvero. Non è ai livelli tremendi di Moccia, ma se fra la lista dei libri questo avrà un voto appena sufficiente, me ne meraviglierò.
Se voi avete dei titoli, io accetto e leggo, se lo trovo. Paolafrancy, io il Dio delle piccole cose l’ho cercato in ogni dove su internet, ma non l’ho trovato… Sono dispiaciutissima.
Baci
Minerva

giovedì 17 giugno 2010

rimedio per la pioggia

Piove. Ancora. E ho come l’impressione che questo giugno sarà uggiosissimo. E vi propongo un rimedio, contro questa pioggia che ti demoralizza e che ti rende apatico. Non combatte la pioggia, non spinge a soluzioni per combattere la noia. Semplicemente, te la fa vivere in una maniera diversa. È una poesia di Pascoli, quella che vi propino oggi. Una poesia bellissima, secondo me. Una poesia che dimostra quanto la vita sia un dono troppo meraviglioso per buttarlo nel gabinetto o sotto alle rotaie di un treno. È una poesia che va analizzata. Se posso, questa volta, prendo spunto da internet, e provo a fare una piccolissima analisi, non me ne voglia Pascoli. Io le analisi alle poesie non le faccio mai. Chi segue questo blog da un pochino, sa che ne ho messe, di poesie qua dentro. E nessuna era accompagnata da un’analisi, solo da notarelle scritte prima e con il cuore. Ma questa poesia secondo me è difficile. Io stessa non l’ho ancora capita fino in fondo, credo. Perché la poesia è come una canzone, devi leggerla varie volte, prima di abituartici. Solo una cosa: ho messo parecchi trattini, per separare la poesia dal mio commento. Perché ci vuole un attimo di silenzio, in cui cogliere le impressioni fugaci.
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Cantava al buio d'aia in aia il gallo.

E gracidò nel bosco la cornacchia:
il sole si mostrava a finestrelle.
Il sol dorò la nebbia della macchia,
poi si nascose; e piovve a catinelle.
Poi tra il cantare delle raganelle
guizzò sui campi un raggio lungo e giallo.

Stupìano i rondinotti dell'estate
di quel sottile scendere di spille:
era un brusìo con languide sorsate
e chiazze larghe e picchi a mille a mille;
poi singhiozzi, e gocciar rado di stille:
di stille d'oro in coppe di cristallo.
Poesia innocente. Molto innocente, secondo me. E richiama al fanciullo che è presente nel poeta. Perché lui vede nella pioggia un riflesso d’oro, di cristallo, di stille. Ed io ho come l’impressione che in questa poesia ci sia più dell’innocenza, c’è un senso di pienezza, di avercela fatta. Perché l’innocenza e la malizia sono gli opposti, ma sono la stessa cosa, in fin dei conti. La malizia vera, è inconscia. E quindi, è come lo è l’innocenza. Ma questa poesia racchiude in sé tanta innocenza e tanta dolcezza che volevo scriverne ancora un po’. Sembra che tutto accada in pochi, pochissimi secondi. Davvero, è come se fosse la scena di un film, quando si manda avanti la pellicola e ne capti solo un’immagine confusa. E in questa poesia io trovo un grande richiamo ai cinque sensi. Internet non lo dice, ma io penso che ci sia. Perché i suoni, i colori, gli odori, le sensazioni tattili sono annacquate dalla pioggia. Non sono ovattate, come quando c’è la neve o la nebbia, sono solo annacquate, scialbe. Non so se le avete mai lette, quelle fiabe in cui gli animali si mettono d’accordo ed improvvisano un concerto. O quei cartoni animati in cui gli oggetti cantano e ballano. Diciamocelo, questa poesia mi ricorda tanto una cosa del genere, quella scena nella bella e la bestia in cui tutti gli oggetti si muovono. Qui è tutto fatato, avvolto da un candore luminoso e ridente. Provate a vederla così, questa poesia. Il sole sorge. Gli animali appena svegli, cantano e gracchiano. Arriva il sole, ed illumina la scena. Poi arriva la pioggia. Ma non è l’antagonista del sole. È solo un altro fenomeno, bellissimo e fragrante. Ed a questa pioggia bisogna brindare, con stille d’oro in coppe di cristallo. Per questa poesia mi viene solo in mente un aggettivo: fatata. Ma è una magia che solo così la si può vedere. Perché non c’è film, non c’è cartone animato che tenga. Questa magia innocente e luminosa viene dalla pioggia. La pioggia, uno dei fenomeni naturali più comuni. E bisogna brindare ad essa, rendersi conto che è un dono.
Baci
Minerva

martedì 15 giugno 2010

rispetto

Oggi il prof di lettere ci ha fatto vedere (nell’aula d’informatica) uno spezzone del Tuttodante di Benigni, in cui commentava tutto il quinto canto. Bellissimo. Ironico, comprensibile per molti e pieno d’amore per il sommo poeta. Ma il prof C. è uscito un attimo, per disporre in aula la torta (oggi era l’ultima lezione di lettere). Si è assentato cinque minuti, niente di più. Ma nel frattempo sono successe le seguenti cose che mi hanno fatta diventare una belva, e c’è voluta una ricreazione passata a sbollire la rabbia per affrontare indenne la seconda ora.
1. si son messi tutti a chiacchierare sopra mortali versi del quinto canto (e vabbé, i commenti di Benigni non erano poi tanto semplici, soprattutto per chi non li vuol capire)
2. C’è stato parecchio caos, sedie spostate, pugni sui banchi e la mancanza di rispetto per i versi di Dante aumentava. (si sa che quando un docente esce dall’aula non si rimane tranquilli tranquilli.
3. cosa che mi ha fatta girare altamente le scatole due o tre miei compagni si son connessi di nascosto a facebook.
E tutto questo in cinque minuti, con il povero Dante di sottofondo, i versi mortali di Paolo e Francesca, il meraviglioso:
“« Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense."
Ecco. E c’ero io che mantenevo la voglia di tirar su col naso, perché Paolo e Francesca mi fanno davvero un effetto capace di scatenare tutto il liquido contenuto nei miei bulbi oculari. Va bene, Benigni fa dei commenti molto lunghi, molti minuti per pochi versi. Va bene, Dante non è un poeta leggero. Ma di non connettersi a facebook tramite il cellulare o di ascoltare l’mp3 quando vengono letti quei versi mortali. E non che il prof sia uscito ore, s’è trattenuto manco cinque minuti in aula. E ho provato una rabbia incontrollabile. Ed ho provato una voglia di scagliarmi addosso a quella che si è connessa ad internet, volevo urlare. Volevo dire tutto al prof, ma l’omertà o la codardia m’ha fatto stare zitta. Poi il prof si è accorto da solo che si erano connessi o che ascoltavano la musica, ma ha fatto finta di niente, per non rovinare l’ultimo giorno.
Mi ci è voluta una ricreazione ed il profumo della pioggia per quietarmi. Perché ero nera. Perché per me il rispetto è molto importante. Perché non pretendo ci sia silenzio assoluto quando un docente esce dalla classe. Non lo pretendo, nossignore. Ma pretendo un minimo di rispetto. Nei confronti di Dante, di Paolo e _Francesca e del povero Benigni che recitava là da solo, racchiuso in quello schermo, davanti a noi. Davanti a noi, che non gli prestavamo rispetto. Davanti a me, che sono stata zitta e non ho detto quel che era successo. Ma so di non aver fatto male, a non fare la spia. Perché la spia non si fa, in questi casi. Si chiama complicità fra adolescenti. Ma ci sono rimasta male. Tanto male.
Baci
Minerva
p.s.: se vi cercate Paolo e Francesca letto da Benigni su youtube, è bellissimo.

sabato 12 giugno 2010

due uomini, due poeti

Oggi vi propongo due poesie che ho letto oggi. Sono bellissime entrambe, secondo me. La prima è una poesia d’amore per una donna. L’altra per una madre. La prima è di Neruda, la seconda è del Poeta. Il Poeta, il marito della prof N. Sono due poesie diverse. Davvero, la prima è un inno all’amore, la seconda è più semplice, ma altrettanto efficace.
Solo una parentesi: io sono viva. Scusate per la latitanza, per la sporadicità degli aggiornamenti e per il poco che scrivo del presente, mi limito a parlare di sensazioni o ricordi. Ma sto per tornare, lunedì promesso che scrivo qualcosa.
Il tuo sorriso (Pablo Neruda)
Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l'aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.

Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l'acqua che d'improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d'argento che ti nasce.

Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d'aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita.

Amor mio, nell'ora
più oscura sgrana
il tuo sorriso, e se d'improvviso
vedi che il mio sangue macchia
le pietre della strada,
ridi, perché il tuo riso
sarà per le mie mani
come una spada fresca.

Vicino al mare, d'autunno,
il tuo riso deve innalzare
la sua cascata di spuma,
e in primavera, amore,
voglio il tuo riso come
il fiore che attendevo,
il fiore azzurro, la rosa
della mia patria sonora.

Riditela della notte,
del giorno, della luna,
riditela delle strade
contorte dell'isola,
riditela di questo rozzo
ragazzo che ti ama,
ma quando apro gli occhi
e quando li richiudo,
quando i miei passi vanno,
quando tornano i miei passi,
negami il pane, l'aria,
la luce, la primavera,
ma il tuo sorriso mai,
perché io ne morrei.
Poesia di cui ignoro il titolo (del Poeta, che resterà anonimo, perché si può risalire facilmente alla zona in cui vivo)
Cosa vedevi quand'eri sdraiata
sul letto d'ospedale? Nella mente
forse facevi il giro delle piante
della tua vita: il morone,

il nocciolo della casa del prestino,
il salice di via Stoppa che agitava rami
negli stratempi. Ora un cespuglio
tempestato di petali bianchi

ti fa compagnia nel giardino
finalmente tuo, filtra i rumori
della terra, regala ombre chiare
al tuo viso contadino.


Ti guardo in questa foto controluce
seduta davanti alla finestra
mentre fai le pietrine, un po' curva
nel grembiule azzurrino dell'estate

dietro il viso scontroso s'indovina
un pomeriggio luminoso
nel cortile degli operai che la mattina
ti svegliano bestemmiando sui badili.

Ma guardami tu, ora, da quel cespuglio
dammi la forza del tuo sguardo
proteggimi dal buio che avanza
con le sue zampe sopra la banchina.
Non commento. Sono due poesie strepitose, secondo me. E nessuno, credo, ha mai unito un poeta di fama mondiale con uno che scrive in un paesino ingabbiato fra due gole. Nessuno ha mai accoppiato Neruda, probabilmente il poeta del novecento più famoso a livello internazionale, a questo poeta che nemmeno dalle nostre parti è tanto conosciuto. Ma io ho unito queste due bellissime poesie. Perché ho voluto unire il tessuto purissimo, anche se modesto, a quello splendente e conosciuto. Così ne nasce una forza unica, che irradia gioia.
Mi piacerebbe sapere il vostro parere su ognuna delle due poesie…
Baci
Minerva

mercoledì 9 giugno 2010

la musica

Del mio rapporto con gli strumenti musicali ho già parlato in un post d’ottobre. E che mi piace Baglioni oramai è risaputo, in questo blog. Ma non ho mai parlato apertamente di musica qua sopra. Solo consigli di canzoni, testi messi qua e là e tanti video che allegavo ai miei primissimi post. Io non so suonare. Ho strappato senza entusiasmo qualche nota alla chitarra per cinque anni di fila, ma con la voglia di imparare questo strumento ridotta ai minimi storici e la costanza che non c’era nemmeno. Ma la musica m’è sempre piaciuta. Non ho un rapporto viscerale come con i libri, ma è sempre stata una componente nella mia vita. Da bambina ascoltavo le canzoncine infantili cantate in tedesco, perché un po’ le nostre origini vengono da là e quindi sono cresciuta con le ninnananne e le carole natalizie dette in quella lingua. Ma il passatempo dell’ascoltarla, la musica, è venuta con quel mezzo pazzo che è noto ai più come Celentano. Davvero, in terza elementare lo ascoltai e me ne innamorai. Adesso non figura nemmeno più fra le canzoni che ascolto. Certo, il prof D. ce ne ha fatte fare tante, di sue canzoni, e le so tuttora a menadito. Ma Celentano è volato via. Eppure, è stato un rapporto forte con quell’artista un po’ stralunato.
Non ascoltavo solo lui, mi piacevano anche Mina e la Pausini. Adesso la Pausini è rimasta, gli altri se ne son andati per la loro strada, ma non li rinnegherei mai. Poi, mi è sempre piaciuto de Andrè. Fin da piccolina, avevamo un concerto in cui venivano proposti i pezzi più belli cantati da altri. E mi ha attratta la facilità di alcune melodie, come bocca di rosa, che in testa t’entra subito. E de André è rimasto. Davvero, è uno dei pochi artisti che c’è sempre stato e che dubito sradicherà tanto facilmente dal nido che è il mio cervello. Poi ascoltavo a spizzichi e bocconi gli altri cantautori degli anni 70, fatta eccezione per Guccini, che detesto tuttora (non tanto per i testi, ma tanto per la R che si ritrova che mi snerva) e Baglioni, che snobbavo a dir poco. Poi, ascoltai strada facendo, eseguita dalla Pausini. E quella canzone, cantata da Baglioni, non mi dispiaceva. E poi. E poi, il 16 maggio 2009, m’avventurai per youtube e cercai questo piccolo grande amore. Premesso: io quando ascolto una canzone sono sempre un iceberg. Canzoni che adesso adoro un tempo snobbavo. Ma questa canzone fu forte. Mi toccò qualcosa, mi smosse chissà che cellula del mio animo che me la fece adorare. Ricordo che restai ebete davanti allo schermo, e prima di parlare l’ascoltai una seconda volta, e poi una terza. E poi Baglioni ha fatto il resto. Da quel giorno ascoltai le sue canzoni molto spesso. Ma la prima volta tutte, e dico tutte, mi raffreddarono. Poi ci siamo annusate vicendevolmente e abbiamo imparato a conoscerci. Poi è venuto Venditti, che snobbavo quanto se non più di Baglioni. E mi è piaciuto assai. Non quanto Claudio s’intende, ma abbastanza da toccarmi. Ascoltai le sue canzoni per tutto l’autunno. M’innamorai di Sara e piansi per Lilly. Chi conosce le canzoni sa che voglio dire. E Bennato? A me piace solo il Bennato con chitarra sguainata e che prende ispirazione dalle fiabe. Non ci posso far niente, è quello il vero Bennato che conosco io. Ma ho un’esperienza da incubo, relativa a quel cantante. Ho detto poche righe fa che suonai la chitarra, per cinque anni. Alla fine, provai ad imparare qualche accordo. Ed indovinate la seconda canzone qual è stata? Se qualcuno avesse qualche canzone (in italiano, che ho problemi seri con canzoni in lingua straniera) da consigliarmi, faccia pure!
Baci
Minerva
p.s.: ricordo a tutti il mio sondaggio dell’1 giugno!

sabato 5 giugno 2010

san Pietroburgo

Rispondo con questo post al commento di Paola su san Pietroburgo. Perché son stati quattro giorni molto, ma molto particolari. Dovete sapere che in quel periodo ero risorta da una specie di apatia che mi aveva invasa la primavera scorsa, e che in quei giorni di fine giugno io ero ridente e serena. Non abbiamo visitato soli questa città dai mille volti. Eravamo accompagnati da due clienti di papà, con mogli e figli annessi. Non parlavano che russo e qualcosina di inglese, e la sottoscritta l’inglese non lo capisce. Solo la figlia maggiore di uno dei due masticava un po’ di francese. Ma non abbiamo parlato poi molto. Siamo partiti quel 26 giugno. Io avevo con me Vita della Mazzucco, e per chi non lo avesse letto, quel libro è magnetico. Il primo ricordo che ho di san Pietroburgo consiste in una piazza brulicante. Le donne son tutte belle, passando per le carine ed arrivando alle strepitose. Invece, gli uomini non hanno una gran bellezza. La pinguedine è molto diffusa. Ecco, e la città è incredibilmente linda. Non è invasa dai rifiuti come Firenze e le case sono di quei colori tenui, giallino, verdino e biancastro. E poi abbiamo cenato in questo ristorantino italiano, in cui c’era la pasta alla neopolitana ed i cannolli siccigliani. E poi, la mattina dopo, abbiamo preso il battello dal centro e ci siamo diretti fuori san Pietroburgo. Abbiamo visto Peterhof. Ed è l’unico momento del viaggio che ricordo in maniera netta, perché mi stupii. Mi incantarono i giochi d’acqua, i suonatori che giravano con delle se gli scoiattoli accoccolati sugli alberi. Mi persi letteralmente in quello sciabordio, perché innamorata come sono delle fontane, è stato facile per me annegarvi. Ecco, questo sentimento di adorazione e sorpresa è la cosa più viva del viaggio. Oltre al ritorno mirabolante, ma lasciamo tempo al tempo che fra un po’ ci arrivo. In Russia si mangia male. O almeno, a san Pietroburgo è stato così. A Peterhof abbiamo mangiato una costoletta di maiale che probabilmente risaliva ai tempi di Pietro il grande, ma tant’’è. Poi, ha iniziato a piovere. E la pioggia a san Pietroburgo è uno spettacolo impressionante. Almeno secondo me, che sono rimasta stupefatta nel correre attraverso tutto il centro storico, sotto un acquazzone torrenziale e poi a prendere un taxi. E lE mia madre che si affannava a indicare all’autista la strada, solo che non conosceva i sensi unici di san Pietroburgo e ci siam ritrovati invischiati nelle vie della città. E poi ricorderò sempre, credo, la cena al teatro. Sì, abbiam mangiato in un teatro, con un pianista che suonava Cementano con arrangiamenti classici ed i discorsi di mio padre e dei suoi clienti che si alternavano l’un l’altro. Le pietanze erano cosparse d’aneto. Ed a me l’aneto non dispiace, ma così tanto mi nausea leggermente. E poi i dolci, che son piuttosto buoni a san Pietroburgo, le creme sono talmente dense da starsene belle impettite circondate dai mirtilli che fanno loro compagnia. E poi abbiamo girato tutto il centro la mattina dopo, su un pullman e con una guida che arlava solo russo. Abbiamo visto tante chisee, eppure, di quel giro mi è rimasto ben poco. Poi a cena abbiamo contemplato il sole di mezzanotte. Perché abbiamo mangiato sul tetto dell’albergo, che aveva sopra una cupola in vetro da cui si riflettevano i raggi del sole. E vedere quella palla di fuoco a mezzanotte fa una certa impressione. Poi, il mattino dopo, dopo un giro in battello per il quartiere meno lussuoso di san Pietroburgo abbiamo dovuto salutare la città. E siamo tornati la sera tardi. Non so, forse il ritorno è stata la cosa che mi è rimasta di più. Il volo san Pietroburgo-Milano non esiste. Ed allora abbiamo dovuto passare per Monaco, ed è stato l’unico scorcio di Germania della mia vita, anche se non siamo usciti dall’aereoporto. Ma abbiamo corso. E tanto, temendo di perdere un volo che credevamo anticipato. Abbiamo corso, lungo scale mobili in discesa ed in salita, nell’aereoporto semideserto e con il timore di perdere il volo. E quella corsa mi resterà impressa a fuoco nel cervello. E Vita della Mazzucco mi ha fatto compagnia durante quella corsa. Perché è un libro emozionante. Più di tanti altri, anche se non ho avuto il cuore di finirlo. Non ce l’ho fatta.
Baci
Minerva

giovedì 3 giugno 2010

primavera lunatica e poesia ovunque

Mi piace questa primavera lunatica. Mi fanno impazzire tutti i regali che mi ha fatto in questi mesi, dai giorni di pioggia torrenziale, a quelle giornate luminose con il cielo blu cobalto ed a quei dì come oggi, in cui il cielo è bigio bigio e si soffoca per un’afa che ti strema. E oggi, in cui mi son messa supina sull’erba del parco giochi, e la Nonnacastana mi leggeva il Poeta. E quest’uomo mi riesce sempre a catturare, sia quando scrive in prosa sia quando scrive in poesia. Perché questi scenari sono così vicini ai miei, perché parla di luoghi che ho già visto, e di posti, come il lavatoio di C. che ho già toccato. E non c’è niente di meglio di uno scrittore che ti parla in maniera sublime di casa tua. Perché lui ci aggiunge qualche termine ticinese, nei suoi testi, e raccoglie le idee dalla sua valle divisa in due da una gola. Ed io in quella gola ci son stata, non ci ho fatto il bagno, ma mi son seduta sul greto del fiume, quando esso scorreva dolcemente in pianura. E sono stata nel paesino bucolico di cui scrive il poeta, ho ascoltato la maestraboccolosa in quinta elementare che faceva la spiegazione dei monumenti e ho toccato la ruvida compattezza delle case. E poi, oggi che mi son trovata nel parco giochi, seduta sull’erba odorosa di sole e umida, a carezzare il neonato del mio insegnante di ginnastica delle elementari ed a leggere il poeta. E poi camminare, come in sogno, per il mio borgo vecchio. Che nonostante tutto è il posto più magico in cui sia mai stata… Meglio di Venezia, di san Pietroburgo e di Torino. Perché i vicoli dietro la chiesa parrocchiale, il corso con i suoi negozietti frivolissimi e un po’ trascurati, i bar che entri e ti vien il voltastomaco a veder la gente che c’è dentro. Non importa, non importa. Io in questo posto ho messo radici e nessuno mi ci porta via. Ho lasciato un pezzo di cuore sulle panchine del parco giochi in cui da bambina giocavo (di rado, in realtà) ed in cui da a adolescente mi ritrovo a leggere il Poeta. Perché il Poeta è poeta, non ci son storie. E sarebbe la persona che smanio di conoscere, in questo momento. Non l’attore bello e dannato, non il cantante alternativo. Ma questo poeta di provincia, un po’ abbandonato a se stesso e che scrive in una stalla. Eh sì, lui scrive in una stalla con accanto i quadri degli amici. Ed ha una moglie fantastica come la prof N., e ogni volta che le parli ti vien il complesso d’inferiorità, perché lei dice perché e non perchè, lei dice biciclétta, e dice bène. E soprattutto, ha una cultura imbarazzante. Ed insegna da sempre.
Torniamo alla primavera. Di doni me ne ha portati tantissimi, quest’anno. Delle passeggiate con la Tata nel centro storico, una gita incredibile, un saggio di teatro andato molto bene e poi, il Poeta e la prof N.. che son i regali più belli di questo maggio che è sfumato con l’aroma della magnolia, lasciando posto ad un giugno melanconico e nostalgico. E poi c’è questa fragranza di poesia che esala ogni cosa: il sole, la pioggia, il cinguettio degli uccelli e pure l’aroma del compito di italiano che mi ha restituito il prof. Perché la poesia la trovi in ogni cosa. La poesia è dev’essere baciata, se no chi la risveglia? E la primavera mi ha tenuta in grembo tutto questo tempo, sbatacchiandomi fra alti e bassi, fra le sfumature di una gioia abbozzata ed una malinconia acuta che mi pervade da un po’. E sarà che leggendo Paula della Allende (rileggendo, per la verità), saranno i versi del Poeta che si mischiano con facilità a quelli di Pascoli e di Dante, oppure sarà la prof N., ma io in questo periodo torno a casa e vado a scuola con il sorriso.
Un’amica di mia mamma mi ha sognata con un sorriso immenso e raggiante. Chissà che mi riserverà giugno, sono curiosa.
Intanto, per chi non l’avesse fatto, votate al mio sondaggio (post del 1° giugno).
Baci
Minerva

martedì 1 giugno 2010

sondaggio di giugno

È giugno. E quindi, indico sondaggio del mese. Si può partecipare liberamente, fino al 30 di giugno.
Domanda del sondaggio:
qual è il personaggio di un libro con cui vi siete immedesimati di più? Si possono portare solo uno o al massimo due personaggi.
In ogni post metterò la pubblicità a questo sondaggio, e tutti siete tenuti a partecipare. Non che si vinca qualcosa, ma la sottoscritta muore letteralmente dalla voglia di impicciarsi dei fatti altrui.
Nella risposta devono figurare:
- il nome o il soprannome (se è conosciuto con il soprannome, s’intende) del personaggio
- - il titolo del libro
- - Se volete, l’autore
- - motivare la propria risposta ed il perché vi trovate in sintonia con questo personaggio.
Inizio io, eddai. I personaggi che alla fin fine sono più simili a me sono: Jane Eyre (Jane Eyre, Charlotte Bronte) e Clara Trueba (la casa degli spiriti, Izabel Allende). Jane perché sono io. Io, nella maniera schietta del personaggio. Se non avete letto Jane Eyre, vi siete persi qualcosa. Perché non è un romanzo semplice, la protagonista è molto complicata, a parer mio. Ma Jane mi assomiglia tanto tanto. A di me questa continua voglia di cercare nuovi caratteri, pur non desiderando mai spostarsi. Poi, di Jane ho la timidezza e la pacatezza. Perché è uno dei personaggi meno spettacolari della letteratura: Jane non è una pazza visionaria, non è una giovane capricciosa e tantomeno una principessa d’alto lignaggio. Eppure, non è nemmeno la povera orfanella indifesa. Perché Jane è molto meno innocente di quel che si crede, secondo me.
E clara invece? Clara è tutto quel che io sono, al di fuori dell’essere priva di pregiudizi. Perché la Allende ha creato un personaggio con i fiocchi. Uno di quei personaggi che o ti rispecchi o non sei minimamente lei, non puoi trovarci una parte di te e basta. O sei Clara, o non sei Clara. Ed io le appartengo pienamente. Distratta, volubile, passionale eppure eterea.
Però, e chi ha letto la casa degli spiriti lo sa, ho combattuto tanto contro Blanca. Perché anche Blanca è parte di me, e per certi versi più della madre. Blanca è sola, Clara no. Ed io con la solitudine ci ho combattuto, e chissà chi vince.
Ed ora, non vi resta che partecipare!
Baci
Minerva