lunedì 24 dicembre 2012

So this is Christmas and what have you done another year over a new one just begun and so this Xmas I hope you have fun the near and the dear one the old and the young. A merry merry Christmas and happy New Year let's hope it's a good one without any fear. And, so this is Christmas (war is over) for weak and for strong (if you want it) for rich and the poor ones(War is over now) the road is so long and so happy Christmas for black and for white for the yellow and red ones let's stop all the fight. A merry merry Christmas and happy New Year let's hope it's a good one without any fear. And, so this is Christmas and what have we done another year over a new one just begun and, so happy Christmas we hope we have fun the near and the dear one the old and the young. A merry merry Christmas and happy New Year let's hope it's a good one without any fear. (War is over if you Want it war is over now) (John Lennon) Io amo John Lennon, e amo il Natale. E amo tanto, troppo, questa canzone. Perché il Natale, e lo spirito con cui dovrebbe essere festeggiato, è uguale cper tutti Buon Natal,ea tutti, allora!

giovedì 29 novembre 2012

Festeggiata bagnata festeggiata fortunata non è un proverbio che esiste, in teoria. Però ieri era il mio compleanno e c’era un autentico nubifragio. È che adoro quando nevica, il giorno del mio compleanno, oppure il cielo è terso e l’aria fredda e frizzante. No, ieri pioveva. Il cielo non ha smesso di vomitare acqua per tutto il giorno, anche se l’ho pregato di regalarmi una bella giornata. Niente, piove. November rain è una bellissima canzone, lo so, però no, la pioggia no. Ho compiuto quindici anni. Che poi mi riprometto sempre, fin da quando ero piccola, di star sveglia fino a quell’ora. Ma non ci riesco mai. Ieri ho fatto le mie prime prove con ombrello e bastone. E c’era pioggia e un vento freddo, e le gocce d’acqua volavano dappertutto. E mi sentivo come Mary Poppins che planava giù dal cielo, solo che io i piedi li avevo più o meno ancorati per terra, pozzanghere da guadare manco fossero il Rio delle Amazzoni a parte. Sono andata a scuola arruffata e fradicia, col cuore a mille per la corsa e qualcosa di bello negli occhi. Perché io non è che viva in funzione del mio compleanno, né dei regali, né (tantomeno) della festa che ne segue, ma a me il giorno del mio compleanno piace. Ho come l’impressione che mi porti fortuna, che non possano accadere che cose belle o quantomeno normali, il giorno del mio compleanno. Ieri ho fatto la verifica di tedesco insultando fra i denti il prof perché non ha ancora capito che un cieco i cruciverba non li può fare, non come intende lui almeno. Sì, perché nelle verifiche ci mette i cruciverba. Poi ho fatto quattordici esercizi di fisica e io la odio, la fisica, perché è così terribile… Però son venuti praticamente tutti giusti, e la cosa è emozionante. C’è stata la cena, la classica cena di compleanno. Perché in famiglia siam molto tradizionalisti e, senza cena con tutti i parenti, il compleanno non si fa. E maman ha sfornato cinque pizze e saccheggiato il pasticcere, imbandito la tavola (perché se lei non apparecchia splendidamente non è felice) e messo in ordine tutto in un solo pomeriggio. E abbiam riso tanto, ieri sera, tutti insieme. Riso del migliore amico di papà nonché mio padrino che mi ha fatto una telefonata al limite dell’assurdo nel pomeriggio, di mio nonno che ha avuto la poco geniale pensata di regalarmi un libro con scritto “età di lettura dai sette anni in su” e di un altro milione di piccole cose, di quelle piccole cose di cui si può ridere solo in famiglia. È stato un bel compleanno, insomma: anche se l’altra nonna non è potuta venire e ci sono rimasta malissimo, perché per una volta avrei voluto che fosse con noi… ma è pura utopia, questa. Ho compiuto quindici anni ieri e sono tutto fuorché psicologicamente preparata, ecco. Mia mamma sostiene che a quindici anni iniziano le storie d’amore, le grandi amicizie, la riga azzurra sotto agli occhi e le uscite la sera. Per le amicizie e le uscite serali ci sto lavorando, ma trucco e fidanzati sarebbero miracoli della natura. Ho compiuto quindici anni e per la prima volta, domani, ho organizzato una piccola festa per il compleanno, una pizza con le mie compagne di classe, niente di che. Però è un passo in avanti, lo è davvero. Ci sono le mie amiche, lì dentro, e tante altre compagne di cui m’importa meno, ma voglio comunque che ci siano. Spero che nevichi, almeno domani: che sarebbe bellissimo mangiare la pizza e poi uscire e trovare le strade zuccherate, anche se venticinque secondi dopo diventeran pantano. Ho scritto un post assurdo, prolisso e assurdo, appunto. Però ora vi lascio, che ha smesso di piovere. Minerva

domenica 21 ottobre 2012

the iron lady

L'unica cosa che non si può dire, secondo me, di Margaret Thatcher è che non avesse le palle. Di ferro anche quelle, ma sono sempre palle. E l'altra cosa, forse altrettanto importante, è che come donna non si è mai fatta mettere i piedi in testa. Perché con tutti i suoi difetti, ha saputo farsi valere in un modo o nell'altro. Perché lei sarà anche stata brutale, ostinata, crudele e tante volte davvero fredda, ma... è stata una donna e credo abbia dimostrato a tanti uomini che la grinta la si può avere comunque. Questo film mi è piaciuto tantissimo. Sono riuscita a farmelo comprare in dvd perché al cinema faccio fatica a seguire e spesso mi guardano male quando mi faccio spiegare dai miei le scene ed un vicino mi sente. Però alla fine ce l'ho fatta. Mi sono innamorata di questo film perché è tremendamente umano. Di Margaret è stata fornita una visione verosimile, né troppo zuccherosa né troppo Hitleriana. Il film inizia con lei anziana e coi suoi continui salti all'indietro nel tempo. Tanti - forse troppi - flashback inizialmente hanno reso un po' difficile il seguire il film, ma poi devo dire che la struttura inestricabile della trama mi è piaciuta. Perché quest'alternarsi delle immagini di una ragazza tenace prima, di una donna spesso brutale poi e di una vecchia caparbia infine, mi hanno soddisfatta appieno. Perché, ripeto, la cosa che mi ha colpita di più di questo film è la grande umanità e la grande grinta che a tratti manifesta la protagonista, mentre in altre scene verrebbe voglia di domandarsi com'è che una come lei sia stata eletta in maniera democratica. Non lo so, davvero, quanto il ritratto di Margaret Thatcher fornito da questo film sia autentico. Non lo so perché non la conosco bene come figura e non ho vissuto ai suoi tempi, però.... Però mi è piaciuto, come personaggio. Perché, anche se discutibili, lei le sue idee le ha difese strenuamente. è un film sulla forza delle idee, questo. Perché lei ce l'ha fatta anche grazie a quella cocciutaggine che l'ha resa poi la lady di ferro che è stata. Mi è piaciuto davvero, mi ha commossa e mi ha fatto davvero riflettere. Perché le persone non sono mai buone o cattive, e questo film lo mostra davvero. Poi c'è il resto, un'Inghilterra in crisi, una famiglia un po' soggiogata dalla madre-primo ministro e tanto altro. C'è il marito morto che parla nella testa di una Margaret Tatcher anziana e c'è la stessa Margaret che rifiuta di arendersi al corso degli anni. è una donna-mastino, lei, in certe scene. Eppure la ragazza ambiziosa e tenace, quella dei primi flashback, non la scorderò mai. Non dico la prenderò a modello per ogni sua idea, però... La forza nel difendere idee e pensieri, quel suo modo di non farsi mettere i piedi in testa da niente e da nessuno è da imitare. Questa frase, che non so se abbia pronunciato lei ma è riportata nel film, mi ha colpita e commossa davvero. « Cura i pensieri: diventeranno parole. Cura le tue parole: diventeranno le tue azioni. Cura le tue azioni: diventeranno abitudini. Cura le tue abitudini: diventeranno il tuo carattere e cura il tuo carattere perché diventerà il tuo destino. Diventiamo quello che pensiamo. » (Margaret Thatcher) Sì, diventiamo quello che pensiamo. O almeno, ci proviamo. E questo lo dico io... Minerva

lunedì 8 ottobre 2012

Se qualcuno se lo stesse chiedendo, non sono morta. è che il tempo non basta. non basta e corre troppo, troppo in fretta. è volato un mese e qualche giorno di liceo e, devo ammetterlo, sono stupita. Stupita in positivo ed in negativo, perché non è nulla rose e fiori. Sono stata anche male, per colpa di questo. Il professore di tedesco, con me, è stato scorretto fin da subito. Ma non pensavo arrivasse a tanto... "Eh, non ho avuto tempo di prepararti la verifica, ero stanco.". Ma agli altri l'hai preparata ed io che faccio, me ne resto lì con l'aria stranita senza sapere cosa pensare? "Ah, ma tu non vedi il rosso delle correzioni automatiche del pc?". No, non vedo il rosso. Sono cieca, il rosso non lo vedo, Cristo! "Eh, sai, ho fatto male ad accettare di avere un'allieva non vedente in classe...". Oh, poverino, ha fatto male... Anche se la frase più bella, quando mi sono ritrovata una verifica riadattata male (piena di cose che a me creano solo problemi a leggere in Braille, non entro in merito che se no scrivo sei post) ed ho provato a dirgli che come riadattarmi i testi era una cosa che gli è stata spiegata in tutte le salse è stata: "Tanto tu sei brava ed io quindi ti riadatto le verifiche come voglio. Vai a farti un corso di training autogeno...". Dio, avrei voluto tirargli qualcosa in testa. è che certe cose, a mio parere, puoi pensarle (ma devi essere già un premio nobel per l'insensibilità), ma non dirle. Perché a me ha fatto male, sentirmi dire certe cavolate. Da un insegnante, un adulto, uno che ha accettato la "sfida" di avermi come allieva. E mi sono chiesta cosa, di grazia, gli avessi fatto di male. Anche perché non è giusto sentirsi rivolgere queste frasi al vetriolo, soprattutto perché, spezzo una lancia a mio favore, io non pretendo niente dai professori, solo di essere messa nelle stesse condizioni degli altri per imparare qualcosa. Ma lui no, non capisce. O mi metto a spiegarglielo in tedesco, o non so. Per il resto, però, sto bene. Mi sto ambientando: la classe, l'entrata del liceo che sa di carta e caffè, il percorso dal posteggio costellato di palta e pozzanghere che faccio tutte le mattine. Mi sto abituando ad ogni cosa: insegnanti, materie, compagni. Mi piace questa Prima L. è una classe unita e soprattutto le mie compagne mi piacciono tanto. Mi trovo bene con loro, non mi sento sempre quella diversa dal mondo e, per una volta, sono stata accettata nonostante la mancanza della vista daidei coetanei. Perché dagli adulti è facile essere vista come persona normale, da dei ragazzini no. Mi sento legata a Veronica, ed è la prima persona di cui qui uso un nome completo. Ci capiamo al volo su tante, troppe cose. Dai libri, alla musica, ai nuovi compagni di classe ed a quelli vecchi che, siccome noi due ci conosciamo fin dalla prima elementare, abbiam un pbel o' di conoscenze in comune. Mi rendo conto che, se fossimo state in classe insieme, saremmo diventate migliori amiche. Ora non so, lei ha le sue, di migliori amiche, io no. Anche se, lo ammetto, mi va bene così. Ho delle compagne di classe con cui mi trovo, lei in particolar modo, e sono felice e - per la prima volta- non mi sento messa da parte. Mi piace tutto questo. Adoro il mio professore di italiano e quello di latino, che spiegano magistralmente, non hanno un ego troppo alto e, soprattutto, sono persone colte, sensibili e dal buon carattere. Quello di latino in particolare, nella sua materia è letteralmente un mostro sacro, almeno dalle mie parti. Eppure è una persona umilissima, gentile e che si sta mettendo in gioco, nonostante l'età, e mi aiuta con computer e cose varie alla perfezione e se anche sbaglia qualcosa fa ventimila mea culpa. E quando spiega mi dà i brividi, perché lui le parole non le usa per riempirsene la bocca, né le getta a caso. Lui le parole le sa usare. Le padroneggia così bene... Sentendolo spiegare la sua materia, riesce ad aprirmi gli occhi su un mondo che ho sempre amato, ma che ora ha una luce dannatamente nuova. E poi ci sono gli altri: il mio professore di storia che ad ogni sua lezione dormo sul banco o quasi, perché spiega l'antica Roma come se stesse parlando della partita di calcio. Sarà anche preparato, non lo metto in dubbio, ma non sa spiegare, ecco. Il mio professore di musica che sembra una caricatura, con la sua ewwe ed il suo amore viscerale per i Rolling Stones. Ed il suo: "Pewché wagazzi, Mick Jaggew è Dio, o qualcosa del genewe." è stato un qualcosa di fenomenale. Ed io mi sono ritrovata a pensare che, se Dio muoveva così il bacino e cantava "Satisfaction" con una tale aria smaliziata... Allora c'era da divertirsi. Che poi entro a musica, ed ogni volta c'è la sua chitarra pericolante. è in posizioni sempre diverse, ed io col bastone bianco la centro in pieno. E lui appena la sfioro sembra stia per morire... Giuro, una volta gliela faccio cadere di proposito. Mi sono innamorata della biologia, annoiata a chimica e stufata della fisica. Ecco, il mio rapporto con le materie scientifiche è più o meno questo... finché si tratta di teoria, sono brava... Poi... Buio totale. è un periodo che, nonostante il carico di compiti, leggo. Ma leggo tanto e troppo, forse apprezzando a stento i libri. Però mi piace: mi piace avere ancora del tempo per la mia passione, mi piace aprire un libro e scappare. Prendere un altro treno, lontano da una realtà che seppur felice a volte è difficile. E poi c'è la musica: le canzoni che giorno dopo giorno cambiano. Lo scaricare musica su musica da torrent, cd su cd, greatest hits su greatest hits. E ritrovarmi un ipod stracolmo di musica italianea d inglese risalente ad anni ed anni fa ed essere lo stesso contenta. Perché senza musica ora non ce la farei davvero... Se dovessi tenere un diario con tutti gli artisti che conosco meglio, di cui voglio informarmi ed ascoltare qualcosa, probabilmente ora sarebbero tantissimi. è un periodo in cui di musica in testa ne ho tanta e, forse, è una delle cose che mi fa illuminare gli occhi anche in queste giornate fredde e grigie e non in senso metaforico. Prometto di scrivere di più, perché non è giusto che i miei pensieri non si imprimano su carta. Prometto che qui ci tornerò più spesso, ed anche di commentarvi altrettanto di frequente... XD Minerva

martedì 11 settembre 2012

11 settembre


Stamattina è stata la prima cosa che ho pensato, quando mi sono svegliata:
"Devo trovare la canzone di Bruce Springsteen sulla caduta delle torri e farci un post. Magari devo ascoltarla, prima, dato che so che esiste, ma non l'ho mai sentita prima.".
Io son fatta così. Le date non me le scordo, la storia (almeno quella recente) ce l'ho viva in testa, e ci penso, durante questi giorni qui, agli avvenimenti di undici anni fa.
A volte vorrei non pensare: illudermi che questo 11 settembre sia un giorno come un altro, andare avanti e far finta di niente.
Non che oggi abbia fatto nulla di particolare.
Però ci pensavo, mentre andavo a scuola, mentre facevo quella dimostrazione di matematica teeeeerribile, mentre facevo i compiti oggi pomeriggio.
Oggi è l'11 settembre.
Che poi io ero troppo piccola per ricordarmene davvero. Ricordo solo che mia mamma, sconvolta, guardava tutti i notiziari e parlava con papà al telefono dicendo: "Ancora aerei? Un altro?".
Poi ci sono stati i giorni in cui Bin Laden era costantemente sulla bocca di tutti, e quelli me li ricordo abbastanza bene anche se ero piccola e non capivo nulla di tutto questo.
Sapevo solo che nei cartoni animati i buoni vincevano sempre, perciò era naturale, per me, trovare ridicoli i miei che ne parlavano.
Forse è stato così, i "buoni" "hanno vinto", ma ciò non toglie che quell'11 Settembre c'è stato.
E che l'unica cosa uscita veramente bene da questo giorno è questa canzone, davvero meravigliosa.
Che poi, però, anche se un giorno così non ci fosse stato, Bruce Springsteen ne avrebbe scritte altre, di meraviglie, ne sono sicura.
Però oggi è l'11 settembre ed un pensiero a quelle torri accartocciate, a quelle persone che ancora piangono qualcuno morto sotto a quelle macerie, credo vada rivolto.
Per pensare - e renderci conto, per una volta- che siam fortunati, a modo nostro.
Queste ricorrenze, secondo me, servono a far riflettere, ricordare, rendere conto di non essere mai in una situazione troppo dolorosa.
Anche se lo so io per prima che è impossibile, perché alla fine lamentarsi è naturale.
io che a volte piango per il bastone bianco che ho sempre con me e vedo gli altri correre senza preoccuparsi di dover seguire un percorso e di non perdere i propri punti di riferimento, a volte, mi rendo conto di essere sciocca a crucciarmi di cose così.
Però è normale, temo, essere un po' "egoisti".
Ma oggi no. Oggi voglio pensare a questa canzone, al "possa la tua forza darci forza, possa la tua fede darci fede, possa la tua speranza darci speranza, possa il tuo amore darci amore".
E credo di aver detto tutto e di essermi commossa fin troppo.

Minerva

sabato 8 settembre 2012

first week

La prima settimana di liceo è andata.
Strano ma vero, è andata bene. Molto meglio rispetto alle mie previsioni dell'ultim ora.
Che dire di questi cinque giorni? Che sono volati, ma che se penso al primo giorno di liceo mi sembra una vita fa.

Sono entrata nella routine di botto, e non me l'aspettavo.
Il bello del liceo è che c'è gente. Ce n'è davvero davvero tanta, e sono molto più trascurata, nonostante il bastone ed il muovermi un po' circospetto.
Alle medie c'erano millemila persone a salutarmi che io, puntualmente, manco sapevo chi fossero.
Qui no. Qui gli studenti non fanno particolarmente caso a me, a parte i miei ex compagni di medie ed i fratelli/sorelle di amici, come C. sorella di una mia amica, che mi ha aiutata tante volte chiedendomi se avessi bisogno di uscire, chiaccherando, chiedendomi come stessi e come andassero i primi giorni di liceo.
Mi son persa in pieno solo una volta. Proprio in pieno, andando a finire contro la tapparella di un'aula invece che al posteggio dove mi aspettava mia mamma.
Mi hanno aiutata due anime pie, due ragazze più grandi che mi hanno subito guidata ofrendosi di loro spontanea volontà.
Ma per il resto, mi muovo davvero meglio e più veloce di quanto credessi. Certo, c'è folla e tanto tanto rumore che mi manda in tilt la testa (nonostante non lo dia a vedere, i rumori forti, musica a parte, mi danno sempre fastidio perché mi disorientano e non mi permettono di capire dove mi trovi).

Ho dei docenti per lo più bravi. Certo, mi chiedono se io sul computer posso vedere le immagini (ma Dio, ad una persona non vedente cosa chiedi se vede le immagini sul pc?), ma per ora sembrano tutti molto molto gentili.
A parte il Dittatorprof, quello di tedesco che ci farà leggere il mein Kampf. è un personaggio, a suo modo. Ma la gentilezza non sa dove sta di casa e pretende che io riesca a capire un fumetto con le immagini (senza che mi vengano descritte).
Boh, certa gente è assurda. E menomale che fino a quando non ho conosciuto questo tizio qui mi dicevo che i cattivi insegnanti non esistevano, esistevano solo quelli eccessivamente severi.
Ma ho il tedesco nel sangue (tre nonni su quattro vengono da Austria e Germania) e, magari, servirà a qualcosa.

Per il resto, davvero, va alla grande.
I docenti, ripeto, sono gentilissimi. Il mio prof di latino ha una cultura incredibile ed è una persona che, nonostante ciò, non si monta la testa, è gentile e molto alla mano con gli alunni. è stato tanto premuroso da accompagnarmi fino al posteggio dove mi aspetta mia madre, per assicurarsi che non sbattessi da qualche parte.
E poi quando spiega, mamma mia... Da brividi, letteralmente.
Ho anche il classico prof di musica metallaro, per il quale esistono solo metal e simili, la musica classica neeeeeeever. Mi chiedo solo cosa studieremo a musica, metal a parte.
il bello è che questo tizio ha la erre, e parla di "wock" e di "hawd wock" ed io giù a ridere come una matta.
La cosa più bella, però, è stata l'addormentarsi di botto durante l'ora di storia.
Chi bazzica dal mio blog da un po' avrà intuito che la storia è uno dei miei grandi amori. Quella contemporanea in particolare, ma la storia antica, quella greca soprattutto, mi piace davvero. Però questo tizio ha la verve di una teiera e ripete otto volte lo stesso concetto e, alla fine, credo di aver avuto un mezzo calo d'adrenalina, dato che in quei primi giorni ero concentrata nell'assorbire le novità, nel riconoscere le voci. Attenzione costantissima, insomma.
Ed ho appoggiato la testa sul computer e sentivo la voce del prof lontana, lontana, lontaaaaaana.... Fino a ché non è suonata la campanella. Fantastico, sì.
Poi è stata una cosa di gruppo, che anche la mia compagna di banco era mezza rimbambita.
Per il resto, davvero, la scuola va.
La classe sembra bella, davvero.
I primi due giorni eravamo annichiliti nei banchi. Ognuno parlava ai suoi amici, basta.
Poi abbiam iniziato a parlarci appena, e durante le ore di ginnastica, complice il condividere lo spogliatoio, noi ragazze ci siam messe a chiaccherare un po'.
Quello che manca è un elemento (di solito è soprattutto un ragazzo, ma non è detto) che un po' tenga unito il gruppo, che faccia battute, parli con chiunque e quant'altro.
Qui invece no. Le femmine tutte timidissime ed i maschi sembrano molto goffi, sempre in disparte ed un po' spaesati, anche perché sono pochi e fra loro non un granché amici.
Noi ragazze un po' stiam facendo gruppo. Parliamo, cerchiamo di conoscerci meglio e secondo S., mia compagna di banco, saremo una classe stupenda, di secchioni ( a livello di voti), ma unita.
S. mi piace. È stata la prima persona a venire a sedersi alla mia destra ed, oltre a salutarmi, a dirmi chi fosse senza farmi quei giochetti cretini del tipo "indovina chi sono?", e mi ha detto, quando i docenti continuavano a rivolgermi duemila domande sulla cecità che non c'era nulla di anormale, secondo lei, e non ero mica un marziano.
Le altre ragazze sono molto più timide, ma sono contenta.
Ho già tanti compiti. Li ho fatti tutti oggi, perché almeno per i primi mesi di scuola mi riprometto sempre di portarmi avanti il più possibile, e ci riesco, in linea di massima, fino a novembre.
Mi piacciono le nuove materie, ed il nuovo modo di approcciarsi che hanno gli insegnanti a quelle vecchie. Italiano è la mia materia preferita anche al liceo, non che avessi dubbi. Il mio professore si è confermato bravissimo ed un po' con la vocazione alla attimo fuggente, come il mio ex prof delle medie.
Ed io che per una volta sognavo una donna come insegnante di italiano... l'avrei voluta davvero perché semplicemente dopo quattro anni con un insegnante bravissimo, volevo avere una docente donna.
Mi piace anche biologia, davvero. Sarà che fra le tre scienze è quella più discorsiva, ma mi sto innamorando di animali, piante, funghi e compagnia.
E so anche già che in chimica e fisica farò taaaaanta fatica...
l'unica cosa che mi dispiace è lasciare il francese. Sarà che lo parlavo davvero bene e che con il prof di tedesco non mi trovo, ma mi è dispiaciuto dovervi rinunciare. è che, facendo già tedesco, latino e francese proprio non c'era modo di portarlo avanti.
Purtroppo a casa leggo meno, non scrivo. Inizio a studiare alle 4.30 e prima delle sei minimo non ho finito. Ed è solo la prima settimana, aiuto.
Però sono soddisfatta, davvero.
Baci
Minerva




lunedì 3 settembre 2012

first day

Il cielo era grigio, oggi.
Un primo giorno di scuola con la pioggia, poi, non l'avevo mai visto.
Davvero. Tante altre volte minacciava mal tempo ma, alla fine, uno squarcio di sole è comparso.
Oggi no.
Sì, è stata una giornata piena e sono soddisfattissima.
-Sono entrata da sola, traumatizzata dai gavettoni uova e farina (non dite niente, gli scherzi ai primini son così), ma per fortuna sono talmente carini che vedendo il bastone mi hanno risparmiata. Sono stata centrata in pieno da un gavettone al ritorno da scuola, ma dettagli e, perlomeno, quello conteneva solo acqua.

Sì, sono arrivata al distributore.
E sì, ancora, ho trovato la vice direttrice ad aspettarmi ed è stata gentile e carina, accompagnandomi fino alla mia classe.
Ed eccola lì, la prima L.

Spauritissimi, che manco parlavamo (io il pomeriggio ho iniziato a parlare a macchinetta).
Eravamo lì, che ci conoscevamo praticamente a stento, in gruppetti di due-tre persone che parlavano piano, quasi temessero di attirare l'attenzione.
Sembra una classe di persone tranquillissime, questa qui.
Solo T., un ragazzo che ha ripetuto il primo anno e porta una lunga coda ed ha l'aria da ragazzo strafottente (che a me in genere non piace, ma magari può spronarci a parlare) parla un po', anche a sproposito.
Iniziavo a pensare fossimo tutte belle statuine, me compresa.
Nessuno mi si è seduto vicino. Il computer li ha traumatizzati.
Però ho le mie due ex compagne di scuola nel banco subito accanto al mio e, tra una lezione e l'altra, parlo spesso con V. Che sia l'inizio di un'amicizia?
Ci intendiamo piuttosto bene, ha un bel modo di fare ed abbiamo in comune la passione per la lettura, per il resto non so.

hO un orario allucinante. Del tipo che ho pause pranzo risicate e non so come farò ad andare a casa e, francamente, dovrò farmi andare di traverso il pranzo.
Però, per il resto, sono contentissima.
Al mattino siam stati con la nostra prof di inglese, nonché docente di classe. Ha un modo di fare dannatamente asciutto, non si perde in chiacchere e manco ci ha fatti presentare. Eravamo tutti molto disorientati, da questo punto di vista e siccome conoscevo tre persone...
L'atmosfera si è intiepidita il pomeriggio, decisamente.
Un'ora di matematica con quello che, già lo so, sarà il mio futuro incubo per quattro anni (in Svizzera on quattro).
Prof severo, fin troppo deciso, che non tollera distrazioni. Ed in più, cosa che un po' mi sconcerta, non tollera la mia insegnante di sostegno. Non vuole che stia in classe, e per matematica lei è indispensabile. Argh, speriamo di riuscire a fargli cambiare idea perché sembra molto infastidito ll'idea che ci sia lei.

Però perlomeno sembra spiegare in maniera chiara e bene.
Ho visto le sue schede e son precise, ordinate e senza errori di italiano (sì, il mio ex prof di mate ne faceva a profusione).

Ultima ora, italiano.
Io lo sapevo, che il mio prof delle medie mi sarebbe mancato tanto. Lui con i suoi impermeabili giallo canarino e la parlantina a mitraglia, con la sua vocazione da "prof alla Attimo Fuggente" e gli appunti dimenticati e puntualmente finiti in posti assurdi.
Sì, mi manca anche oggi.
Però questo prof qui non sembra male, davvero.
è riuscito a creare un'atmosfera rilassata e distesa, in classe e, per grazia di Dio, ci ha fatti presentare uno ad uno facendo dire ad ognuno di noi qualcosa di sé, cosa che ha contribuito, perlomeno, a creare un clima quasi amichevole, in questa nuova classe.

Io non sono riuscita a fare a meno di farmi notare dichiarando di voler fare la scrittrice. Ci mancava che il professore di italiano mi facesse l'interrogatorio.
Comunque lui sembra bravissimo. Spiega bene, si fa ascoltare più o meno da tutti e, a parte un certo fanatismo religioso che non mi piace tanto (fa parte di uno di quei partiti-setta che dalle mie parti van un po' di moda), sembra essere un ottimo insegnante.
E con questo, davvero, è tutto.
Minerva

domenica 2 settembre 2012

(just like) starting over

ho già chiamato un post così, ed è stato quando ho riaperto il blog, per caso, perché ho scoperto che l'account rifunzionava.
Sì, è la canzone dei nuovi inizi. Una delle mie preferite di John Lennon, che appartiene al primo cd comprato con i miei soldi.
Che poi a pensarci bene è una tappa assurda, ma maledettamente importante, quella del comprare un cd/libro/qualsiasicosa con i propri soldi.
Significa, più o meno, che stai crescendo.
Ma se mi metto a divagare, Dio, io vado a letto alla una di notte.
Che già son nervosa di mio perché domani è il mio primo giorno di liceo, figuriamoci se mi metto a scrivere un post chilometrico.
La casa sa di ansia ed aspettative, stasera.
Mio papà che non c'è a tenerci tutti sotto controllo, una parente in visita dalla Svizzera tedesca ed un nonno temporaneamente venuto anche lui a trovarci.
Ci siam tutti accampati come zingari. Io non dovrei dire niente, anche perché sono l'unica ch'è restata nella propria stanza, da sola.

E due ragazzini, nello specifico mio fratello ed io, che si aggirano per la casa preparando cartelle.
Che poi lui ha una capacità di dissimulare ansia che potrei anche invidiargli: poco importa che inizi le medie, stanotte dormirà sereno e tranquillo.
Io no. Io mi son già preparata la playlist di musica ed il librone (voglio rileggere via col vento, punto), quando sarò arrivata al punto in cui sono certa non dormirò più.
Beatles, Rolling Stones, Queen, Brian May, Bob Dylan, Elton John, Eric Clapton, gli Abba, i Pink Floyd, Cyndi Lauper ed i Police.
Musica che, più o meno dall'anno scorso, fa parte della mia vita.
Spero di non trovarmi stanotte a rincretinirmi sentendo il trillo psichedelico-allucinante della svveglia che accompagna l'inizio di "Time", dei Pink Floyd.


Domani vado al liceo.
domani mattina mi laverò i capelli alle sette e, calma calma (si fa per dire, chiaro), cercherò di ingurgitare qualcosa di diverso dal tè.
Poi ridarò un'occhiata alla cartella, cercherò di pettinarmi e farò la treccia.
E poi me ne starò seduta sul letto, nervosa ed agitata come un grillo, ad aspettare di uscire di casa a piedi con mamma, nonno e fratello.
Passerò davanti alla mia vecchia scuola e pregherò di riuscire a salutare almeno il mio prof di italiano ed a far gli auguri all'amica boccolosa del mio fratellino anche perché, da brava bimba emotiva, so che lei, come me, non riuscirà a prendere sonno.
E poi via.
Le medie son separate dal liceo da un prato ed io attraverserò questo prato con mia mamma.
Poi la saluterò con taaaaanta calma e via col bastone a cercar l'entrata.
Non so come sarà il primo impatto con la folla, non lo voglio sapere.
O li traumatizzo tutti, o vengo traumatizzata io da tutti. Più probabile la seconda cosa, anche se magari fra ottocento allievi passo non dico inosservata, ma di sicuro il mondo non farà caso a me.
E poi devo raggiungere il distributore delle bibite, zigzagando fra gli albi di legno ed una sorta di cubi su cui i ragazzi si possono sedere.
E lì, a quel cavolo di distributore che fa parte dei miei incubi da dieci giorni, dovrebbe esserci la vice direttrice ad aspettarmi ed a accompagnarmi in mensa, dove ci smisteranno tutti (aiuto).
Il mio peggior timore? Il fatto che al distributore delle bibite non ci sia nessuno.
E che io mi metta lì come un palo praticamente ebete, in mezzo allo sciame di studenti. Aiuto.

E poi si vedrà. Poi verran smistate le classi ed io son l'ultima sezione, la mitica prima L.
E poi da lì non so. Da lì è tutto ufficialmente nelle mie mani.
Sono tesa? Sì, sono tesa.
Rossella O'hara o no (non a caso ho scelto questo libro per iniziare i miei primi giorni di scuola, perché lei si rialza sempre, malgrado i suoi millemila difetti), io sono nervosa.
Sono le 22 e 12 minuti e la csa è piombata nel silenzio.
Nella porta accanto alla mia Fratellino e Maman dormono già, o quantomeno ci provano.
Io potrei restare al computer tutta la notte e nessuno se ne accorgerebbe.
Il silenzio, qui, è maledettamente irreale.
Sola coi miei pensieri faccio battere le dita sulla tastiera seguendo un ritmo, il ritmo della scrittura.
Mi dicono tutti o tanti che gli anni del liceo siano gli anni più belli.
Mia mamma, studentessa perfetta eppure mai stata emarginata per questo, mi ha sempre descritto quegli anni come stupendi, una sorta di "quiete prima della tempesta".
Io non lo so. So che da questa prima L forse mi aspetto troppo e non dovrei, forse di illusioni potrei anche farmene un po' meno, non lo so.
So che stanotte sono felice, ed anche un po' tanto tesa.
Pregate per me.
Minerva

venerdì 31 agosto 2012

-3

Sono in prima L.
Oggi son uscite le classi e son andata al liceo.
Prima L. L come latino, letteratura, come il nome della mia nonna, L di Lennon, di Lucy e, perché no, di libertà.
Strano vedere il liceo pieno. Sono andata con mia mamma per dei sopralluoghi e per fare i vari percorsi al suo interno in orari di vuoto e silenzio totale.
Ora come ora dovrò barcamenarmi fra zaini, voci, gambe. E col bastone non è facile, I know.
Sono così felice di non conoscere quasi nessuno della mia classe.

Solo V., la ragazzina della classe vicina fissata con il francese, dannatamente perbenino, che parla poco poco e quando alza la mano mai che parli a sproposito.
Io, che quando sono a disagio parlo a macchinetta e non riesco umanamente a stare zitta, sono sempre scioccata da quanto poco parli (ma credo la cosa sia reciproca).


Signorina Perbenino le si addice, come soprannome. Anche se in senso dannatamente buono, perché io e lei siam sempre andate d'accordo.
Ed L., che suona la chitarra, che mi vuol combinare a nozze con suo fratello che "è come te, vuole studiare storia e suona il basso fino alle due di notte (io ho la vaga idea di cosa sia un basso, ma credo di non averne mai toccato uno, non so che analogia trovi fra me ed un basso).
Staremo in banco insieme, penso. è dannatamente serio, parla poco ed è l'unico con la media più alta della mia (non lo bastono per quieto vivere XD).
E poi c'è l'altro L., che, a quanto ho capito, è figlio di una storica amica di mia mamma. Peccato che noi due negli anni ci sarem visti tre volte, e non spiccicavamo parola l'uno con l'altra. Son agenti della CIA, le mamme tutte gongolanti che "i nostri figli sono in classe insieme" e sono sicura che lunedì mattina chiacchereranno tutto il tempo mentre noi due a stento sapremo che dirci.

Il resto sono nomi nuovi. Gente proveniente dai paesi limitrofi o appena trasferitasi, di cui non ho mai sentito parlare.
Secondo voi, tral'altro, Nadir è un nome da maschio o da femmina? Voglio dire... Dovrei chiamare la mia migliore amica. Sapere dov'è andata a finire, in che classe, chiaccherare un po' ed augurarle buona fortuna. Ma non ne ho voglia, chissà perché.
Un po' perché lei non mi ha cercato per tutta l'estate e sono sempre stata io a scriverle.
La chiamerò domani mattina, magari. Sempre che non sia in equilibrio su due lame a sfidare il ghiaccio anche a fine agosto.
Oggi son andata a vedere se funzionava il computer. Perché ho già il mio angolino con computer, barra braille, stampanti e quant'altro. Secondo il computer che parla li traumatizzerà a tal punto che nessuno mi si siederà vicino a meno che io non glie lo chieda (cosa che conto di fare col primo che capita, più o meno).
So già che il bastone, di sguardi, ne attirerà fin troppi. è inevitabile. Muoversi inosservata, anche fra la folla, con un bastone bianco e l'aria un po' persa è impossibile.
Non nego che talvolta gironzolare anonima e mezza invisibile per i corridoi mi piacerebbe. Senza essere continuamente oggetto di battute o anche solo di occhiate di curiosità piuttosto neutra.
Oggi ho urtato di striscio un tipo che mi ha urlato: "Ma chi cazzo sei?". Non nego di essere stata divertita dalla cosa, però, un minimo di invisibilità, Dio!
Anche perché non so né come né se devo presentarmi.
"Ciao, mi chiamo C. e non ci vedo.". Fantastico, no, come inizio? Passerei per egocentrica.

Non so se dire niente sia la migliore delle soluzioni, non lo so.
So che mi preoccupo, questo lo so benissimo. Che poi alla fine andrà tutto bene lo so, ma ora come ora un po' di mal di pancia c'è ed è anche giusto, credo.


Fra settantadue ore starò qui, fissando la pagina bianca di blogger, a raccontare il mio primo giorno di liceo. Sembra ieri che a marzo facevo il conto e mancavano centottanta giorni e passa. Mamma mia.
Domani voglio pubblicare un post importante, e spero di riuscire a finirlo.
Voglio parlare e raccontare di una di quelle persone che mi è stata più vicina e lo sarà ancora.

Kisses
Minerva

giovedì 23 agosto 2012

-11

I giorni scappano via. Veloci? Sì, dannatamente.
Manca una manciata di giorni a settembre.
Un sospiro, un soffio di vento, rispetto alla vita intera. Invece no. Invece il tempo si dilata, si allunga, diventa insopportabile.
Voglio iniziare la scuola. è sempre così, amo le vacanze, ma ad un certo punto non vedo l'ora di settembre.
Oggi i miei genitori hanno conosciuto la mia futura professoressa d'inglese e la vicedirettrice.
Ed ho scoperto che il primo giorno no, mia mamma non mi accompagnerà, mostrandomi l'aula. Perché al liceo è un po' vergognoso, dice lei.
Eppure un po' mi fa paura, l'idea di dovermi muovere da sola nella calca del primo giorno di scuola, con l'ansia e la cartella.
E dovrò barcamenarmi da sola facendo un percorso che già conosco, certo, ma che sarà la prima volta che faccio da sola. E dovrò cercarmi la mensa e lì, spero, ci sarà la vicedirettrice (che è carinissima, punto).
E poi è tutto davvero nelle mie mani.
Cercarmi l'aula, trovarmi il banco, pregare che qualcuno mi si sieda vicino perché io non lo so, se no, come posso fare.

Usciranno le classi, fra poco. So che non sarò in classe con molta gente che conosco. Nessuno (tranne un mio compagno di classe e ltre due o tre con cui ho parlato di rado). Il resto sono persone che non conosco, e sono felice anche per questo.
Mancano undici giorni.
Questa sera fa fresco e c'è un vento piacevole, che accarezza i capelli e solletica il viso.
Una sensazione esaltante, quasi. Una sorta di felicità, di gusto dell'avventura, un brivido elettrico che arrossa le guance, fa brillare gli occhi e dipinge un sorriso inaspettato sul volto.
Voglio godermi questi ultimi giorni di vacanza. Leggere, scrivere, ascoltare tanta musica.
Andare a trovare i nonni e raccontare alla nonna tutto, di questi giorni qui. Sedermi appena fuori dalla porta, sul pergolato, con una grande ciotola di amarene in mezzo al tavolino.
E poi ricorrere a casa, fare la cartella, ficcarci dentro il flauto. Quel flauto che mi sono messa a suonicchiare quest'estate, un po' per gioco, un po' per far vedere a me stessa che anch'io posso fare musica.
Magari prima di infilarlo in cartella suonerò qualcosa: forse i Beatles, o qualsiasi cosa che mi passi per la testa e mi metta allegria.

Lo so già, che la sera prima del primo giorno di scuola non riuscirò a mangiare. Saltellerò per la casa, con lo stomaco già annodato e laverò i capelli, facendo un pasticcio sovrumano con shampo, balsamo e spazzola.
E poi passerò una notte che vorrei finisse subito e non finisse mai, scalciando le coperte e girovagando per la mia camera tipo anima in pena.
Almeno il cane mi farà compagnia, spero.
Lui che nelle mie passeggiate per la casa mi segue sempre come un'ombra, zampettando docile docile in attesa del cibo che, comunque, non ho intenzione di dargli.

Il mio papà no. Non ci sarà, il primo giorno di liceo.
Sarà a Berlino per lavoro, impegnatissimo con dei clienti di non so dove.
Lui no, non ha mai mancato ad un nostro primo giorno di scuola, un nostro saggio di musica, una recita, un compleanno.
Però lo capisco. è lavoro, ci sono occasioni che capitano una volta l'anno ed è il mio primo giorno di liceo. Sono abbastanza grande per cavarmela da sola anche se non nego che un "Ora vai dentro e mangiali" detto per telefono, non sarà la stessa cosa.
Ed ora mancano questi undici giorni. Questo fine settimana mi rifugerò in montagna, nella mia cameretta stretta, col tavolino pericolante su cui metterò il pc.
E passeggerò per i miei prati, col mio torrente lì a cantare, e col gruppetto sparuto di mucche
davanti alla casettina.
E la settimana prossima dovrò ritornare al liceo.
Andare al pian terreno, trovare la mia aula, la mensa, la biblioteca.
Rifare percorsi già fatti, muovendomi col bastone.
E poi ci saranno i lunghi pomeriggi passati a studiare in giardino dai nonni, che devo dare un'occhiata perlomeno alla grammatica tedesca. Mi metto con l'asciugamano sull'erba e studio, studio, studio.
Studio per questo primo anno di liceo che chissà come sarà. Voglio studiare ed imparare, voglio prepararmi bene per tutto questo.
Sì, sono felice.
Minerva

lunedì 20 agosto 2012

-14

Quattordici giorni all'inizio della scuola. E del liceo, mi ricorda il grillo parlante che ho sempre in testa.
è strano, ma se fino a ieri, che ero al mare, non pensavo alla scuola neanche per sogno (se non la sera, facendo il conto alla rovescia dei giorni che mancano al liceo), ora è tutto improvvisamente reale. Ovvio.
Di quest'estate mi ricorderò la barca. La barca che porta il nome della mamma greca del proprietario, che era a bordo con noi.
La barca nel suo insieme, coi suoi pregi ed i suoi difetti.
Quelle colazioni lì, alle sette del mattino, con solo il mare intorno ed un silenzio che non c'è da nessun'altra parte, forse solo nella quiete irreale dell'alta montagna.
Le ore passate rannicchiata a leggere, a farmi spettinare dal vento della navigazione ed a respirarlo, questo mare che mi ha fatto compagnia.
Poi ha anche i suoi difetti, un viaggio così. gli spazi un po' angusti delle cabine, il dover stare attaccati. Ma può funzionare.
E tornare nell'alberghetto in Sardegna in cui vado da sei anni, con i camerieri che ci riconoscono ed al nostro arrivo han fatto trovare a me e a mio fratello due cigni di panna montata.
La spiaggia, con le amiche di mia mamma ed i loro figli (perché è cosa risaputa: le mamme chiaccherano con chiunque, mentre noi siam un mezzo gruppuscolo di bambini ed adolescenti che stan insieme, ma più per forza di cose che per vera simpatia, tranne in rari casi).
E trovarsi tutti un po' più grandi, un po' cresciuti, un po' cambiati.
A., che vive in Inghilterra e che mi racconta della sua casa in collina, con l'aia, le papere e la sua scuola in cui dopo le lezioni fa equitazione.
E sognarla un po', questa campagna inglese.
E fare bagni eterni e leggere tanto sotto all'ombrellone, e fare la mamma ad un gruppo di bambine più piccole che mi si sono attaccate. Ok che ho fatto il corso di baby sitting, ma non credevo di avere una tale aura materna.
E due settimane passano. I giorni scivolano via come sabbia fra le dita ed è già ora di tornare nei ranghi. Fra due settimane inizio il liceo.
CristoCristoCristo.
Mia mamma che credo abbia già deciso cosa farmi indossare quel giorno, senza neppure consultarmi.
Il mio fratellino che inizia le medie. E tanto ino non è più, quando gli organizzo la tabella dei compiti da fare e mi ringhia contro di lasciarlo stare. Prime avvisaglie d'adolescenza, ma si sa che il compito di una sorella maggiore è quello di fare da mamma, anche se di tant'intanto potrei anche starmene zitta e lasciarlo davvero in pace.
Mi iscrivo al coro del liceo, stop. Cioè, andrò a mendicare un posto vuoto, perché al momento delle iscrizioni avevo scritto "no". Perché avevo paura di andare, fare, provare. Invece questa volta ci voglio provare, perché so cantare e voglio conoscere gente nuova, assolutamente.
Fra due settimane esatte sarò a casa, reduce da questo primo giorno di liceo. Reduce da un'ondata di cose nuove e diverse. Ed ho paura, non lo nego.
So che la notte prima del 3 settembre non chiuderò occhio e che leggerò fino a crollare esausta. Fa parte del rito, tutto questo.
Da domani inizierò con le recensioni dei libri, prometto.
Baci!
Minerva

sabato 28 luglio 2012

Da bambina odiavo la settimana di barca a vela che facevamo.
Stavo tutto il tempo con un mangiacassette (sì, io ci sono cresciuta ed esistevano ancora, per mio fratello sono già pura utopia) ascoltando fiabe o libri per bambini. Ero incazzata perché dovevo starmene ferma.
"Occhio alla scaletta, all'albero maestro, alle funi, al timone. No, stai ferma, non è il momento di tuffarsi. Stai buona, mangiamo quando è finita la navigazione.", erano le frasi che mi ripetevano i miei genitori ad oltranza.
Mio fratello era troppo piccolo per annoiarsi. Se ne stava spalmato sul ponte, con la crema protezione 82 (che non esiste, ma vabbé). Dormiva ad oltranza, si alzava per aggrapparsi al timone e provare a timonare per due minuti, per poi ritornare sul suo asciugamano.
Mio padre era tutto gasato per essere di nuovo in uno dei sue due elementi. Il primo è la montagna: picozza, funi, scarponi. Sci alpinismo ed arrampicata gli sono stati vietati dopo il matrimonio perché mia madre ha una folle paura di quello che gli può succedere. Perciò in parete non ci tornerà più. Ma ricordo che, allora, era tutto contento di poter timonare, redigere percorsi, spiegarci come bisognava orientarsi in base al vento.
Lui la patente nautica l'aveva presa da ragazzo, e nonostante avessimo uno skypper era entusiasta di poter fare di tutto.
Io mi rifugiavo in cabina, quando non ne potevo più. Incurante del beccheggio me ne stavo sul lettino a raccontarmi storie da sola, finalmente in pace.
Poi mia madre ha avuto problemi di labirintite ed in barca non ci siam più andati.
Quest'anno però si è aggregata a noi una coppia di amici senza figli. Lei è la migliore amica di mia mamma e sognano una vacanza insieme dai tempi delle medie.
Ed alla fine, l'idea di andare in barca è stata quella vincente.
Libri, tanti. Di quei libri che voglio leggere da una vita. Intendo farlo là, dove c'è l'atmosfera ed il tempo giusto.
Ipod pieno di musica, della mia musica. Di quella musica in cui credo fermamente e che però sostituirò con lo sciabordio delle onde, le strida dei gabbiani e certi silenzi che solo il mare sa regalare.
Il pc c'è. Senza internet, ma voglio scrivere. Una delle poche cose che mi manca non vedendo è un quaderno, la penna, il grattare del pennino su un foglio. Il tracciare bene le lettere, una pagina piena di cancellature. L'intuire dalla grafia uno stato d'animo.
Forse lo si può carpire anche dalle parole, ma non è la stessa cosa.
Mi pesa dover sempre portarmi un computer per poter scrivere. Ma io devo farlo.
Scrivere mi fa stare bene, da sempre. E scrivere nella mia cabina, in mezzo a quel mar Mediterraneo che a volte può essere tanto poetico, è bello.
Io parto. E spero di leggere, di divertirmi con i miei genitori e di non affogare il fratellino.
Ci sentiamo domenica...
Minerva

sabato 21 luglio 2012

certe cose

Da certe esperienze ti aspetti qualcosa. Poi finisce che ti capita di vivere qualcosa di completamente diverso, inaspettato. Positivo, a tratti, ma di questo te ne rendi conto solo dopo.
Da questa colonia per non vedenti mi aspettavo una cosa: divertirmi. Conoscere ragazzi miei coetanei con i quali potermi confrontare, divertire. senza sentirmi diversa, emarginata, esclusa. Senza dover sopportare i "questo tu non lo puoi fare" oppure i mitici "ma tu come fai a fare questo?".
Invece no.
Non è stato così e stavolta non posso attribuirmi nessuna colpa, non potevo fare altrimenti.
Eravamo in nove. Quattro di noi avevano altri problemi, oltre alla cecità.
Una ragazza che è nata di venti settimane ed ora a più di vent'anni parla e cammina a stento e per comunicarti i suoi bisogni stringe la mano e nessuno di noi ha realmente idea di quanto capisca di ciò che le si dice.
Un ragazzo che salta come un matto e che continuava a urlare incoerenze ed un altro che invece sentiva e camminava male.
E poi lui, uno scricciolo che ad undici anni se ne dimostrava quattro era tanto, che voleva sempre stare in braccio, perdeva bava e chiedeva di sua madre ogni cinque minuti.
E le educatrici a dirgli che sua madre sarebbe arrivata l'indomani. E poi il giorno dopo era ancora la stessa storia, fino ad oggi. Ed io stavo male per lui, da brava emotiva quale sono (in questi contesti riesco ad essere di una fragilità immensa e non mi so dominare, me ne rendo conto).
Mi saliva un nodo alla gola quando sentivo l'educatrice di turno dire: "La mamma domani arriva" e sapevo che no, la sua mamma non sarebbe arrivata e consideravo tutto questo un inganno tremendo, anche se mi rendo conto che lo tranquillizzava parecchio.
Poi c'eravamo due bambini di una decina d'anni e noi tre ragazze. Poi una di noi se n'è andata a casa, e siam rimaste in due.
Siamo state tutto il tempo insieme, ma non ci ha legate una grande alchimia. L. con la sua insofferenza, S. con le sue ansie ed io con la nostalgia di casa che ad un certo punto ha preso letteralmente il sopravvento e non ho saputo controllare tanto bene.
Io volevo farmi degli amici. E quando mi sono ritrovata davanti quei quattro ragazzi con mille problemi più di me il mio primo pensiero è stato: "Dio, se sono fortunata a non vederci e basta, senza avere altri problemi.", ma poi mi sono sentita persa.
Perché io non lo sapevo, che ci sarebbero stati ragazzi così. E per quanto provi per loro rispetto e comprensione, io per queste due settimane desideravo un altro tipo di compagnia.
Sono stata male. Davanti a tutti no, sorridevo e cercavo di essere allegra ed amichevole con tutti.

Ma in camera mi mancava casa e mi dicevo che no, io due settimane così non sarei riuscita a viverle bene.
Sono stati giorni lunghi. Oltre ad annoiarmi parecchio, perché le attività erano state concepite più per un gruppo di bambini, che per degli adolescenti, ero abbattuta. Mi ero fatta delle illusioni, su queste vacanze. Trovare finalmente ragazzi con il mio stesso "problema". Ed invece no, ero in un gruppo eterogeneo e piuttosto difficile.
Poi ad un certo punto ho fatto un sospiro profondo e mi son detta che tanto ormai io lì dovevo restarci, e tanto valeva prendere i lati positivi da quest'esperienza.
è stata dura. Io sono un'emotiva, con il cattivo vizio di mettermi nei panni degli altri.
Sicuramente, l'autostima mi è salita un po'.
Mi sono sempre creduta poco autonoma, goffa e piuttosto imbranata, rispetto alla media dei non vedenti.
Poi ho visto L. e S., che erano più o meno mie coetanee.
S. che per fare la doccia impiegava una vita, perché non trovava shampi, balsami e bagnoschiuma.
L. che lasciava gli assorbenti sporchi ovunque: sul mio letto, nel lavandino, per terra. Ed a quattordici anni, ciechi o non ciechi, certe cose bisogna saperle fare.
è orribile a dirsi, ma certe volte le mancanze degli altri rinforzano la propria autostima. Nonostante questo noi tre insieme non ci siamo trovate male.
Queste settimane mi hanno arricchita, e tanto, anche se mi hanno regalato tutt'altro rispetto alle mie aspettative.
Mi sono resa conto di quanto sia fortunata, a non avere problemi a parte la mancanza della vista. E mi sono resa conto ancora di più di quanto la mia famiglia, che mi sprona e mi stimola da anni pur essendo su molte cose severa, mi ha davvero fornito dei valori, delle regole e dei consigli solidi.
Però io degli insegnamenti tratti da quest'esperienza me ne rendo conto ora.
Ora, che sono a casa, nel silenzio morbido e rassicurante della mia camera, fra quelle quattro pareti blu carta da zucchero che amo tanto. Ora che nell'altra stanza so che c'è la mamma, allungata sul divano a guardare la televisione con il cane mezzo arrotolato nella tenda.
Ora che sono "al sicuro", e che posso mettere giù qualche pensiero con il ritmo della scrittura, che è una delle cose più dolci e confortanti che io conosca.
Quando vivi dei momenti non proprio entusiasmanti e torni nel tuo bozzolo, ti senti protetto ed amato più che mai.
Però so che, nonostante non abbia vissuto due settimane particolarmente divertenti, mi sono servite.
Minerva
ps: tengo a specificare ancora una volta, che se non ho parlato in termini stupendi dei ragazzi con problemi non è perché non li rispetti e non li comprenda, ma perché non mi aspettavo la loro presenza e questa cosa ha influenzato tantissimo questa vacanza.

martedì 3 luglio 2012

vacanze...

C'è qualcosa di strano nell'estate prima di una nuova scuola/lavoro/qualsiasicosa.
Nessun compito da fare, se non il libro di latino che mi sono imposta di finire giusto per tenermi in allenamento ed il ripasso di tedesco che faccio a tempo di record.
Siccome sono l'unica che fa quello che in Svizzera si chiama liceo letterario (che è il classico, ma senza greco, con latino che in Svizzera in altri licei non si fa) cambio classe. Ancora, e amen.
Perciò non mi sento in obbligo di telefonare/scrivere a nessuno, sentendo giusto qualche compagna di classe ogni tanto per mail.
è strano, come una classe che è stata insieme per quattro anni si sia sgretolata così, in poche ore. Sarà che una classe veramente unita questa IVC non lo è mai stata, ma è assurdo un po' mi ha sorpresa il fatto che alla cena di classe organizzata due giorni dopo la chiusura della scuola mancasse già gente.
Solo il mio professore di matematica sogna di tenere la classe unita per sempre. Per tutti gli anni del liceo ed oltre, temo. Sarà che non si è ancora reso conto che noi alunni cresciamo, cambiamo scuola ed amici. Mentre lui resta lì, a parlare sempre e solo di noi studenti, senza una persona al suo fianco che riesca ad illuminargli le giornate, che ora passerà a condividere link di musica metal su facebook. E che l'ultimo giorno di scuola piangeva e diceva: "Ragazzi, no che non ci perderemo mai di vista. Siamo amici, adesso. Potete darmi del tu." e nessuno di noi che ha versato una lacrima, ed io in cuor mio provavo pena per quest'uomo, che oltre a noi non ha niente.
Poi è finito tutto. Con una grigliata improvvisata, un tiramisù restato fuori al sole per due ore con le zanzarine che ci ballavano la quadriglia sopra, e le casse (sempre del professore di matematica) da cui uscivano le note di Guccini e dei Pink Floyd. Son proprio le canzoni adatte ad una cena di classe...
E poi la mattina del primo lunedì di vacanza mi son ritrovata a spuntare una lista eterna di romanzi da leggere e cd da scaricare, archiviando sul pc tutti i file di scuola che avevo sulla chiavetta.
E se ne son andate tre settimane di vacanza o quasi, tra libri, lezioni private di tedesco e mattine fatte ad imparare il percorso liceo-casa.
Che poi c'è della gente assurda, per strada. Quelli che sporgi il bastone bianco per attraversare e continuano ad andare, belli serafici, ed io rischio l'infarto ogni santo giorno. Per fortuna che ora come ora ad insegnarmi il percorso c'è mia mamma. Però il giorno in cui dovrò farcela da sola, avrò paura. Poi la supererò, ma so benissimo che non è facile dominare la strada con motori, claxon, semafori e strisce pedonali. Non sono né la prima né l'ultima non vedente che ce l'ha fatta, ma non provare un nodo alla gola attraversando la strada col timore che passi una macchina è praticamente impossibile.
Sono piccole cose, che solo chi ha un problema simile al m mio può capire. Dominare uno spazio è una cosa che viene insegnata ad un bambino di sette anni al massimo, ma per chi non vede è davvero più difficile.
Step by step, ma a volte è dura sapere che gli altri possono muoversi liberamente per andare ovunque ed io devo prima memorizzare il percorso, calcolare attraversamenti di strade e macchine che escono in ogni dove.
A volte questo mi provoca una grande rabbia mista a senso d'impotenza e tristezza, inutile negarlo. Poi lo so, che da questi sentimenti che mi si agitano dentro nasce qualcosa di buono, la voglia di vincere certi ostacoli e di diventre il più autonoma possibile.
Sabato parto. Vado al mare con altri ragazzi non vedenti. Fino all'anno scorso la cosa mi pareva intollerabile. Il fare "attività apposite" mi ha sempre fatta sentire diversa, emarginata, strana. Quella che aveva bisogno delle attività preconfezionate apposta per lei, quella che non poteva fare le cose che facevano gli altri "normali".
Poi beh... Poi qualcosa mi è scattato dentro. Mi son messa l'animo in pace capendo che può essere bello conoscere altre persone con il mio stesso "problema". Confrontarsi circa le medesime difficoltà e raccontarci qualcosa.
Non lo so, però.
Le nuove esperienze mi mandano sempre in agitazione e non ho lo spirito tranquillo che hanno certe persone. Sono nervosa ed ho paura. Un po' perché la nostalgia di casa l'ho sempre sentita e se non dovessi trovarmi bene la sentirei tanto.
Credo siano queste, per ora, le mie vacanze.
Vi aggiorno prima di partire!
baci
Minerva

mercoledì 13 giugno 2012

immagini dal ricordo

Lui, del primo giorno di prima media, è l'immagine più nitida che conservo.
Anche più nitida del compagno alto alto e biondo biondo, che mi prendeva in giro per
il mio modo di fare da secchiona, ma che mi voleva bene ugualmente.
Me lo ricordo ancora come se fosse ieri, lui. Che era entrato in classe con una di quelle sue giacche che faranno sempre parte dei miei ricordi di questa scuola media. Tutte giacche uguali, tessuto né leggero né pesante, rigorosamente di tinte diverse: ne ricordo una color sabbia, una verdina e poi c'era la mitica cerata giallo canarino, ma quella con il primo giorno di scuola non c'entra niente.
Era entrato in aula ed io avevo solo saputo stringere da sotto il banco la mano della mia migliore amica, intimorita quanto me da quella nuova scuola per grandi.

l'avevo conosciuto già prima, lui. Era venuto per sapere come funzionavano gli apparecchi di una non vedente e così io, da brava bambina logorroica, gli avevo spiegato tutto ed avevo pensato: "che bravo prof che sarà.".
Ma no, non pensavo che mi avrebbe segnata così.
Il primo giorno di scuola, dicevo.
"Ragazzi, l'italiano è la più bella lingua del mondo perché è nostra. Bisogna essere fieri di avere una propria lingua, qualcosa che ci rende unici eppure uniti ad una parte di mondo.", aveva detto. E noi bambini lì, a chiederci cosa voleva dire.
Io avevo undici anni o quasi e mi sono perdutamente innamorata di questo professore coi capelli da pazzo e gli occhi verdissimi.
Mi piaceva perché sapeva parlare. Era la persona più abile con le parole che avessi mai incontrato e parlava delle parole, della scrittura e dei libri come se contassero davvero tanto. Più del calcio, delle figurine, dei Pokemon.
Mi ha affascinata oltre ogni dire, con quel suo modo di parlare infilando un qualche vocabolo difficile qua e là fra le frasi e parlando di mitologia, poeti e scrittori.

Sì, lui sapeva del "fascino" che esercitava sulla sottoscritta. Ed ora come ora mi ha anche presa in giro, con quel suo modo ironico, ma sempre gentile.

Io, da quel primo giorno di scuola, le sue parole le ho bevute tutte.
Un suo racconto, una sua spiegazione, una di quelle sue citazioni d'altri autori magari un po' modificata per il contesto.
ho iniziato la prima media pregando a livello del tutto conscio di piacere a questo prof. E così è stato, anche se in modo diverso.
Ho iniziato a leggere libri "da grandi", capendo la metà scarsa di quel che c'era scritto solo per il gusto di impressionarlo, di stupirlo. Poi a quei libri mi ci son affezionata davvero e sono diventata una persona migliore grazie a quelle pagine.

"Oh, lo so! Non devo chiamarti Cécile, è che una mia amica si chiama così e devo ricordarti che tu hai la variante italiana del nome. Dio, che impiastro!", e rideva. Ed io scuotevo la testa, rassegnata e tanto divertita già allora.
Quanto mi faceva arrossire, i primi tempi, quando alzavo la mano per rispondere ad una sua domanda ed il complimento migliore che si riceveva da lui era: "Maledetta...".
Poi ho imparato a volergli bene più che come prof, come persona.
Mi aiutava sempre, lui. Chissà quante volte mi sarà venuto in soccorso quando io mi perdevo per i corridoi e col bastone non mi barcamenavo più.
Oppure se ne stava lì, appoggiato alla porta, finché io non sparivo in classe controllando senza parlare che mi andasse tutto bene.
Quante volte è rimasto lì ad aspettare con me che arrivasse mia mamma, con la sigaretta in mano e due parole gentili nei miei confronti? Ed io roteavo il bastone bianco per terra e non sapevo cosa rispondergli di preciso, così mi buttavo sull'ironia perché era l'unico modo.
Poi sono cresciuta io, chihssà come.
Ho iniziato a leggere davvero tanto sviluppando un gusto diverso dal suo, a volte.
Ma appena citava un libro correvo (e corro tutt'ora) a casa e lo cercavo in audiolibro, sperando di trovarlo.
E poi lo leggevo e non gli dicevo mai niente finché non lo ricitava e ne parlavamo assieme e mi diceva sempre: "Tu succhi il midollo delle cose, lo sai?".
Ed è stato così ed è ancora per quattro anni.
Tante parole scritte e dette, ecco quello che ha regolato il nostro rapporto da subito.
Io nei miei temi riuscivo a mettere me stessa e lui me li restituiva con un voto tipo "11/10" ed io, da brava scema, a chiedergli se fosse un errore o meno e lui mi sorrideva e diceva sempre: "scusami, io sono fatto così..." ed a me non restava che alzare metaforicamente gli occhi al cielo.
Lui c'è sempre stata, come figura di riferimento.
Anche quando i compagni facevano insinuazioni alla cavolo sulla cecità, lui mi diceva sempre in un soffio: "aspettali al varco, tu.".
E poi mi prendeva in giro, sempre e tanto.
" Io non ti sto dando una mano per nessuna buona ragione. Io ti aiuto ad attraversare la strada così la gente che passa pensa che sono un bravo docente ad aiutarti. Difatti, appena non passa più nessuno ti lascio qui da sola...". Ed allora io mollavo il suo braccio ed insistevo per fare tutto da sola, arrabbiata come solo un'orgogliosa sa essere.
"Vieni qui, valà. Non voglio avere la responsabilità di vederti investita, sai com'è."
Ogni ora di italiano è stata illuminata da una luce tutta sua, un po' assurda, un po' speciale.
E domani sarà l'ultima. Gli ultimi cinquanta minuti di italiano della mia vita, almeno con lui.
Domani so che ci stupirà, a suo modo. Una poesia, una frase, un mezzo augurio per il futuro.
Lo so perché non ha mai deluso le mie aspettative. Come so anche che domani avrò un nodo alla gola e le lacrime agli occhi.
Piangerò perché questi quattro anni, con la mia ultima lezione di italiano, sono ufficialmente finiti.
Vi racconterò domani di come è stata quest'ultima lezione, questa "tappa finale" del percorso che sono stati questi quattro anni.
Mi dispiace per il post lungo, forse "smielato" e forse non aadatto ad un blog. Ma davvero, è importante.
Minerva

sabato 2 giugno 2012

berlino

Non lo so, se questo post sarà l'unico su questa gita.
Non so se avrò voglia di scrivere qualcos'altro su questi quattro giorni tedeschi, che sono stati assurdi quanto esilaranti.
Perché solo a noi poteva capitare di veir derubati in albergo, con quattro porte scassinate con gli attaccapanni e borsellini ben svuotati. E solo al mio prof di mate poteva capitare di perdere la carta di credito nel distributore di bevande e ritrovarla tre giorni dopo.
Berlino non l'ho vista, non davvero. Ho girato per musei, ma l'essenza di questa città non sono riuscita a coglierla. Ci ho camminato dentro tanto, ma troppo in fretta. Fretta di raggiungere il prossimo museo, l'albergo, il ristorante.
E mi dispiace. Mi dispiace perché coi miei genitori invece ho sempre vagato qua e là per le città, respirando aromi diversi e facendomi descrivere tante cose.
Mi rendo conto che con una classe, girovagare per una città è una cosa un tantino inconcepibile.

Della capitale tedesca mi resteranno tante impressioni confuse e slegate.
Il sassofonista ed il chitarrista infilatisi nella metropolitana alle nove del mattino e che si sono messi ad improvvisare una sorta di jazz. Mi piacciono i musicisti di strada, soprattutto quelli bravi. E questi due ragazzi che si sono messi a suonare mi hanno trasmesso un senso di calore e di appartenenza unico. Come se anch'io fossi una di loro.
Mi ricorderò per sempre degli uccelli che l'altro giorno cinguettavano allegri nell'ex campo di concentramento. Uccellini cinguettanti in un luogo di morte ed orrore sono un ossimoro troppo nauseante che mi ha fatto venire le lacrime agli occhi molto più delle baracche dai lettini stretti e delle docce.
Chissà dov'erano gli uccelli, in quei giorni di ormai settant'anni fa. Nascosti, appollaiati fra i rami di un albero per paura di essere sfiorati da uno sparo non destinato a loro oppure avevano preso il volo prima, ed a differenza delle persone si sono salvati.
Non dimenticherò tanto facilmente la sera in cui ci hanno derubati. Tutti lì, assiepati nel corridoio dell'albergo chi seduto per terra, chi a torcersi i capelli, chi ha chiamare i genitori con gli occhi lucii. Ed io a ridere dentro di me come una scema, perché nonostante fossi stata derubata vedevo un lato esilarante nella situazione che a quanto pare, però, vedevo solo io.
Berlino ha in sé un pezzo di storia contemporanea enorme: dal nazismo, alla Germania divisa.
Ho visto lo stesso orrore nelle prigioni della Stasi e nei campi di concentramento. E dire che erano persone di regimi politici opposti.
Berlino è quell'enorme monumento commemorativo dell'olocausto. Tanti blocchi di marmo disposti a formare un labirinto, tutti di altezze diverse per sottolineare la diversità di ogni uomo. Mentre camminavo in mezzo a quei blocchi di marmo e ci sbattevo contro col bastone pensavo al senso di colpa che ha roso molti tedeschi per anni e che, credo, si portano addosso ancora oggi.
Poi ci sono quelli che o non se ne curano, oppure non se ne vergognano. Ma in quel momento, camminando fra i blocchi di pietra, non importava.
Berlino profuma di questa storia recente che ha lasciato troppe ferite aperte e che non si rimargineranno mai del tutto.
Sono stati quattro giorni sfibranti. Quattro giorni di camminate lunghissime e di percorsi con la metropolitana sbagliati (se ho un insegnante imbranato non è mica colpa mia), di panini improponibili lasciati a metà e di figuracce con il tedesco, che parlo male.
E poi c'era la classe: gli scherzi tipici delle gite, l'ansia perché una mia compagna fumava in camera e "se la scoprono io finisco nella cacca, ma l'idea di fare la spia mi fa schifo", le cavolate dette e fatte dal mio professore di matematica, che è un tesoro, ma credo che Paolo Villaggio sarebbe entusiasta di trarre ispirazione per un secondo Fantozzi da tutto quello che combina.
Sono stati gli ultimi giorni di quarta media, più o meno. Oramai mancano due settimane e poi la scuola sarà finita. Rimpianti, sollievo, nostalgia.
Ma questa è un'altra storia, davvero.
Minerva

giovedì 24 maggio 2012

canzone del giorno


in questi giorni non sono comunicativa, si sarà capito
Non ho voglia di scrivere, e dire che qualcosa da raccontare potrei anche trovarla.
Però. Sono giorni di musica, tanta musica. Quando non riesco a riempirmi la testa con le mie parole o quelle di un libro, me la riempio di note.
E perciò lascio questa canzone che ultimamente ascolto spesso. Scriverò, prest'otardi. Magari domani, magari fra un po' più di tempo, ma scriverò!
Minerva

giovedì 10 maggio 2012

niente di nuovo sul fronte occidentale

Non ho voglia di scrivere. Né il diario, né il blog, né qualche racconto, né il tema che bisogna fare per compito.
Non ho voglia di riassumere questi giorni che se ne vanno via così velocemente, senza lasciare tracce apparenti.
Tranne un po' di tristezza di fondo, che in questo periodo mi sa che è motivata.
Forse è l'ennesima influenza di quest'anno, con febbre e laringo-faringite (fantastico) e di conseguenza l'ennesima assenza da scuola. Che poi credo che, quest'anno, se non fosse stato per i voti alti, mi avrebbero già bocciata solo per le assenze sconcertanti.
È maggio. E manca un mese e qualche giorno alla fine della scuola. Fine definitiva, quest'anno, sì. E sinceramente da un lato non vedo l'ora di andarmene, ma dall'altro so che rimpiangerò tutto questo. Mia madre dice che sono troppo legata al passato, che non dovrei guardare indietro e pensare solo al futuro e non crogiolarmi nei ricordi. Ma io sono fatta così.
E poi c'è un'estate e per la prima volta ho deciso che voglio passare del tempo con dei coetanei non vedenti e perciò, se tutto va bene, andrò al mare con un gruppo di ragazzi ciechi. Da bambina odiavo questa cosa. Odiavo il dover fare delle "attività speciali" e mi sentivo continuamente immersa in un'atmosfera finta, artefatta, ovattata. Che poi il mio confronto con queste cose non è mai stato piacevole, anche perché ero sempre la più grande e l'unica cieca (gli altri ragazzini che ci sono dalle mie parti, sono tutti ipovedenti) insieme a mio fratello.
Quest'anno ho proposto io a mia mamma di passare qualche tempo con persone col mio stesso "problema". E no, non voglio dire che dobbiamo per forza diventare amici.
Ma so che sicuramente con delle persone non vedenti potrei avere delle difficoltà comuni e ci si potrebbe confrontare.
Ho ancora un po' paura, non lo nego. Vivo circondata da vedenti tutti i santi giorni e non riesco a togliermi dalla testa il timore di trovarmi male, lo scoprire che tutti i non vedenti sono più evoluti rispetto a me.
Paranoie di una quattordicenne troppo poco incline a farsi scivolare le cose addosso, sissì.
Però prima che finisca l'anno devo affrontare certe cose, togliermi vari pesi sullo stomaco ed affrontare dei giorni un po' tristi.
In primis, lunedì. Lunedì è (o sarebbe stato?) il compleanno di mia zia che ora è in ospedale, non si sa se cosciente o meno, attaccata ad un tubo da settembre.
Ed io mi chiedo se considerare vita il languire in un lettino senza capcacità di comunicare col mondo esterno.
Me lo chiedo e fa male, malissimo. Sul tavolo ho una scatolina di paglia logora, con dentro le pietre preziose che lei aveva comprato: alcuni quarzi, della malachite, del corallo. Lei nelle pietre e nelle erbe ha sempre creduto. Ed io stringo questi sassolini di cui mi spiegava il significato quand'ero bambina e mi chiedo a cosa le servano ora. Servono a me, forse. Mi serve lo stringerli forte nella mano e sentire la punta di un quarzo rosa e pensare a mia zia che no, nella vita non è mai stata una lottatrice, ma che non meritava certo di finire così.
E lunedì compie (o avrebbe compiuto?) sessantaquattro anni. E nessuno andrà all'ospedale, perché la nonna non sta bene e noi siamo troppo lontani.
Lo so, probabilmente lei vaga in una dimensione tutta sua e dello scorrere del tempo non si rende nemmeno conto. Però...
Le scriverò una lettera, per quel che serve. E forse la publico qui, se mi farà sentire meglio.
Sono giorni con un fondo amarognolo di malinconia ed io cerco di scrollarmi di dosso i pensieri opachi per vivere al meglio il mio ultimo mese di scuola: c'è una gita a Berlino fra poco, le ultime lezioni, gli ultimi momenti coi miei prof e coi miei compagni.
Forse basta solo riaddormentarsi che, magari, Rossella O'hara non aveva poi tutti i torti dicendo che domani era un altro giorno.
Minerva

domenica 29 aprile 2012

Recensione: la sorella di Mozart (Rita Charbonnier)

L'anno scorso ho letto poco.
Ho riletto un po' di più, ma ho letto tutto sommato poco. E, soprattutto, di libri illuminanti ne ho incontrati due: uno è la masseria delle allodole, recensito alla fine di quest'anno.
L'altro è questo: la sorella di Mozart, di Rita Charbonnier
Ora, vista la mia visita alla Scala, avrete capito che di parenti mozartiani ne ho quanti ne voglio.
Papà ci leggeva sempre un libriccino che parlava dell'infanzia del piccolo genio, calcando molto sul grande affetto che univa la famiglia Mozart (era un libro per l'infanzia, perciò della dittatura e del modo di imporsi del padre Leopold Mozart non accennò mai).
Ed io mi ricordo già da allora di Nannerl. Nannerl, Marianne Mozart, di pochi anni maggiore del fratello, che suonava il violino con lui nelle grandi serate a corte.
Che però, in quanto donna, veniva acclamata meno del fratello.
Ho letto questo libro in tre giorni, ad agosto, disperata perché non trovavo altre letture e perché il sito di audiolibri stava per abbandonarmi, come è successo tante volte l'anno scorso.
Perciò scaricai questo e mi ci affezionai tanto.
Rita Charbonnier sa sviluppare un romanzo. Sa dar una giusta voce ai personaggi, ricreare le atmosfere di quella che doveva essere la Salisburgo dei Mozart e, da brava pianista e musicista qual è, dà spazio alla musica nel modo giusto.
Incontriamo Nannerl da bambina. Una creaturina muta ed imbronciata che, tuttavia, se messa davanti al clavicembalo fa miracoli. È l'orgoglio del padre nonché una sicura fonte di redditi per la famiglia, grazie al suo talento (che non so esattamente se l'autrice abbia ingigantito o meno, non sono riuscita a capirlo).
Poi nasce lui, il piccolo Mozart. Viene adorato nella sua famiglia, anche se questo ha vantaggi e svantaggi.
Il padre dimentica il talento prodigioso della maggiore delle figlie e tutta la famiglia parte alla volta di Vienna, Nannerl compresa. Quest'ultima accompagnerà il fratello con il violino per tutta l'infanzia e, sempre secondo il libro, scriverà alcuni dei pezzi attribiuiti a Mozart in seguito.
Poi Nannerl cresce. La bambina bionda e muta di prima si trasforma in un'adolescente ombrosa e continuamente messa in secondo piano rispetto al fratello che, a sua volta non più bambino, inizia a viaggiare anche per l'Italia, lasciando spesso la sorella sola con la madre e con dentro di sé un grande desiderio di affermarsi a sua volta come musicista.
E così Marianne cresce, fra un'amicizia nata per caso ed il primo, vero, sentimento d'amore per un uomo molto più grande di lei. Su tutto, però, il bruciante desiderio di continuare a suonare e di affermarsi nel mondo della musica ed il continuo rinnegare quest'ultima, giurando a se stessa di non suonare mai più e riuscendoci, ma ad un prezzo enorme.
E sullo sfondo la famiglia Mozart. Un padre despota, una madre che forse la comprende, ma che non la sa ascoltare, ed il fratello che si fa sempre più istrionico e conscio del proprio talento. E poi c'è Salisburgo, quella delle nobili affettate e degli arcivescovi desiderosi di dare concerti, che per le donne non ha rispetto né molta ammirazione.
Imprevedibile, dalle scelte spesso assurde e dal carattere decisamente non da "eroina da romanzo", Marianne ci appare prima bambina, poi ragazzina, infine donna.
Donna con i suoi errori, le sue contraddizioni, un passato che le fa male ed un presente che forse è un po' diverso da quello dei suoi sogni.
È la storia di una donna, questo libro. A lieto fine, forse, anche se più che un "lieto fine" io lo considererei un "cerchio che si chiude", e chi legge capirà.
Rita Charbonnier, con un lessico abbastanza ricercato ed uno stile che non annoia mai, ha saputo regalare un romanzo storico e di formazione insieme, parlando di una storia nota, quella di Mozart e di una molto meno nota, quella della sorella, talentuosa quanto lui.
Io lo consiglio. Non è il mio libro preferito e non lo sarà mai, però parla di una passione, una di quelle vere che non si sradicano facilmente da una persona. E di una persona, appunto, che nel corso del libro cresce, cambia, rinnega, ma che coi suoi errori appare molto più umana di certi personaggi troppo perfetti o troppo insipidi di altri libri.
Se proprio dovessi attribuirgli un voto, regalerei un nove pieno. Mi è mancato quello scintillio negli occhi in più, quel mezzo brivido e quella nostalgia dopo averlo finito per attribuirgli un dieci vero.
Ciononostante resta una lettura interessante, coinvolgente e notevole!
Minerva

mercoledì 18 aprile 2012

ieri

Ieri è stata una serata strana, penso.
Una serata bella, fin troppo. Una serata in cui siamo stati una famiglia e c'era chi doveva raccontare e chi ascoltare quei ricordi che da ieri saranno anche un po' miei.
Ieri c'era una Milano fatta di nomi, percorsa in macchina e c'era mio nonno che parlava di ogni via e si dispiaceva dell'assenza delle botteghe che c'erano quando ci viveva lui, a Milano. E ricordava personaggi, negozianti, amici persi di vista oppure che se ne sono andati.
Ieri c'ero io, con le famose mollette tiranti ed il vestito nero. E la mia ossessione che fosse troppo scollato, e continuavo a stringermi il foulard preso in prestito da mia mamma addosso.
Ieri era un toast mangiato in frett'efuria ed un tizio al tavolino accanto che si volta e dice a mia nonna: "Signora, devo proprio dirglielo. Lei è bellissima.", ed io penso che è vero, perché l'età le avrà indurito il carattere, ma bella lo è sempre stata e lo è tutt'ora.
Ieri sono entrata alla Scala col cuore in gola, chissà poi perché. Ho stretto un lembo di tenda fra le dita ed ho pensato che no, non ero pronta per una cosa così... Così come, non lo so.
Ieri è stato sedersi sulle poltroncine e scoprire che eravamo (per puro caso tral'altro) in prima fila ed accostarsi al parapetto appoggiando la mano al mento e sentire gli orchestrali là sotto parlare di pause. Ieri c'era mio papà a spiegarmi di platee, delle differenze fra i vari tipi del palchetto ed a descrivermi la gente che passava, mezzo orgoglioso e forse mezzo commosso, perché lui questa sorta di "iniziazione" alla Scala l'ha vissuta quand'aveva la mia età.
E ieri è stato anche il "oh, cala il sipario..." di mia mamma ed un'ouverture mozartiana che mi ha messo i brividi.
E no, io non sono appassionata della lirica e credo non lo sarò tanto presto. Però sentire lì la magia del canto mi ha fatto salire il cuore in gola.
Ieri c'era un direttore d'orchestra venticinquenne e questa cosa mi ha dato speranza, chissà perché. Sarà che dirigere alla Scala a poco più di vent'anni non è da tutti, ma questo ragazzo che alla fine della serata sembrava stravolto e felice insieme mi ha riempito il cuore di una sorta di speranza. Ecco, lui ha rincorso i suoi sogni e ce l'ha fatta, spero. Almeno voglio credere che sia così, che non siano stati i suoi genitori o qualcun altro a forzarlo.
Ieri è stato reincontrare una coppia di amici dei miei genitori e pensare: "Carino incontrarsi alla SCala...".
E poi è stato crollare mezza addormentata all'ultimo atto sulla spalla di papà, che se non vedi il palco e non hai in mano il libretto dell'opera non capisci poi molto, ed è più difficile.
Ed è stato ritornare di notte, tutti mezzi addormentati con la nonna a criticare i cantanti ed a dire che lei le avrebbe anche cantate meglio, quelle arie d'opera.
Ed oggi ascolto i Rolling Stones e scrivo tutto questo. Che poi Mick Jagger e Mozart siano un mezzo controsenso...
Ma non importa, non importa.
Forse anche andare all'opera a quattordici anni ed avere i brividi è un mezzo controsenso, non lo so. So che ieri è stata una serata bella, tanto.
E ieri c'era la mia famiglia, a volte matta a volt etroppo seria. Scriverò un post su tutti un giorno o l'altro, forse.

Minerva

martedì 17 aprile 2012

racconti pre Scala

Forse se fossi in un romanzo ottocentesco in questo momento guarderei mia mamma con la cipria in faccia ed i pettinini di tartaruga nei capelli. Forse mi avrebbero già fatto i boccoli e tirata a lucido ed aspetteremmo la carrozza.
Forse la nonna oggi indosserebbe alcuni dei "gioielli di famiglia" e li ostenterebbe, da brava signora ottocentesca quale potrebbe essere.
Ma qui siam nel duemiladodici. Io ho le mollette nei capelli che mi fanno molto male e tirano, la frangia bionda che pur di non stare apposto fa qualsiasi cosa ed un vestito ripiegato sul letto in attesa che mi decida a metterlo.
E mia mamma gira per casa con l'I-phone alla ricerca della trama de "le nozze di Figaro", che andiamo a vedere stasera alla Scala.
Tutti insieme, come da rito.
Da quando mia nonna ha sposato mio nonno e lui la portava nel loggione della Scala, insieme a tutti quelli che per vedere l'opera risparmiavano tutto l'anno. E mia nonna che poi non è diventata soprana, er asempre felice di andare all'opera e lo è tutt'ora.
E poi ci si sono aggiunti mio padre, mio zio, mia zia e mia madre, che la prima volta che è andata a vedere Puccini si è addormentata sulla spalla di papà dopo dieci minuti dall'inizio del primo atto.
Ed oggi tocca a me, anche se l'opera l'ho già vista e non alla Scala. Tocca a me ed ho gli occhi luminosi nonostante l'opera non sia la mia passione e non lo sarà mai e nonostante le forcine che stanno trando troppo i capelli.
Vi farò sapere domani come andrà!

Minerva

sabato 7 aprile 2012

cent'anni....

E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento . . .
È l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
(Giovanni Pascoli)

Ieri ho sorriso vedendo sul corriere della sera un articolo che parlava di lui. Qualcuno ha pensato bene di ricordare a me ed a tante altre persone che cent'anni fa (ieri) era morto Pascoli.
Ecco, io mi sono riletta le sue poesie oggi, camminando per questa cittadina francese e pensando alla sua campagna romagnola, ai suoi fiori, al suo "muro" dietro al quale s'isolava. Ed ho voluto ricordarlo così, con queste pochissime righe e questa sua poesia.
Perhché lui è stato il primo poeta italiano di cui io mi sia innamorata davvero, quello che quando il prof di italiano ci ha letto la sua "cavallina storna" sono scoppiata a piangere a dirotto appena uscita dall'aula.
Quello che quando leggevo le sue poesie e la sua paura di "uscire" dal più stretto ambiente familiare lo capivo, lo capivo davvero perché in qualche modo, nel suo modo di scrivere, mi ci sono immedesimata.
Quell'attenzione alle "piccole cose" che mi ha fatto scintillare gli occhi, poi...
Grazie. Perché dove c'è poesia, c'è anche speranza (io devo evitare di coniare queste massime il sabato sera, perché fanno pena, molta).
Minerva

mercoledì 28 marzo 2012

primavera, concerti, pensieri...

La magnolia è fiorita. Quella magnolia che ogni volta che ci passo sotto con mamma e cane mi fa letteralmente stare male per l'allergia e la fragranza troppo intensa.
E la magnolia per me significa primavera più di quanto significhi il 21 marzo od il cielo più mite.
Succede che la primavera mi sbatacchia qua e là come sempre. Insonnolita o inquieta a seconda dei casi, con le allergie a rintronare ed insieme quella voglia di rinascere, di risorgere e di non essere più in letargo.
Ieri ho visto Venditti in concerto. Bello, bello, bello.
Bello perché lui è se non proprio un animale da palcoscenico, quasi. Bello perché conoscevo le sue canzoni ed hanno fatto parte della mia vita fin da quando ero piccola. bello perché anche la mia mamma e la sua amica sentivano le canzoni e si ricordavano di quel momento o di quell'altro, di amori adolescenziali che hanno lasciato il segno, nonostante tutto.
Bello perché un pubblico così eterogeneo ed affettuoso non l'ho mai visto. C'erano le coppiette di giovanissimi che forse, immagino io, venivano al concerto solo per sentire la loro canzone dal vivo e per ballarla stretti stretti. Sogni romantici, maybe, ma un po' d'immaginazione ci vuole..
C'erano anche quelli che Venditti lo seguivano dagli anni '70 e la tizia dietro di noi a ricordare un concerto degli anni '80 ed a raccontarlo nei minimi dettagli alla sua amica che le sedeva accanto.
Ed io questo pubblico l'ho ascoltato ed annusato, e me lo sono fatta descrivere.
E poi quella "ricordati di me" che ha cantato come ultimo bis e che mi ha lasciata così, paralizzata col bastone in mano ed il cappotto infilato per metà, a godermi quell'ultima canzone di un concerto che non scorderò mai. E poi il ritorno all'una di notte, mia mamma che imbocca l'autostrada sbagliata e noi che ci ritroviamo a vagare di nuovo per Milano, convintissime d'esser in Svizzera.

Sono giorni di passaggio, come sembra essere tutta questa parte d'anno e come è stato il 2011. Periodi in cui si cresce giorno per giorno ma non sembra, credo.
La scuola procede bene, davvero. Mi diverto col latino e con la storia, che finalmente ho due professori bravissimi in entrambe le materie. Che il mio prof di storia degli scorsi tre anni mi aveva dato l'esaurimento nervoso, con il suo insegnare la storia in maniera tanto approssimativa e le sue verifiche a crocette (brr).
Leggo tanto, anche se di recensioni non ne scrivo. non sono tutti libri importanti, non ho la concentrazione necessaria per i mattoni. Mi ci dedicherò quest'estate in barca, con tutta calma.
Fra poco è Pasqua e non so ddove andremo e tantomeno se andremo via. Pioggiaovunque, dice la meteo. E daddy ha ancora il gesso e non se la sente né di guidare l'auto molto a lungo né di prendere un aereo, che fra valige e due figli non vedenti, le mani le deve usare.
Voglio leggere, in queste vacanze. Prosa o magari poesia, che in questi climi d'inizio primavera illanguidisce, raddolcisce ed illumina le giornate.
Non c'è molto altro da raccontare, a proposito di questi giorni che mi scivolano fra le dita ad una velocità inaudita. Mancano una quarantina abbondante di giorni (senza contare fine settimana e cc) e poi finisce la scuola. Ed io nel frattempo devo anche andare in gita a Berlino e godermi gli ultimi momenti di questa scuola, per poi... Per poi sopravvivere all'estate ed ai giorni futuri, ovvio.
Giorni che passano senza lasciare tracce indelebili, con la consistenza di sabbia.
E l'inverno è finito e mi abbandono a quelle solite riflessioni primaverili.
E di sottofondo c'è revolution dei Beatles. Che di mesto e malinconico non ha niente, niente, niente.
Ma poco importa...
Minerva
ps: scusate il post un po' sconclusionato, sono solo appunti di questi giorni qui.

venerdì 23 marzo 2012

canzone del giorno


It's late in the evening; she's wondering what clothes to wear.
She puts on her make-up and brushes her long blonde hair.
And then she asks me, "Do I look all right?"
And I say, "Yes, you look wonderful tonight."

We go a party and everyone turns to see
This beautiful lady that's walking around with me.
And then she asks me, "Do you feel all right?"
And I say, "Yes, I feel wonderful tonight."

I feel wonderful because I see
The love light in your eyes.
And the wonder of it all
Is that you just don't realize how much I love you.

It's time to go home now and I've got an aching head,
So I give her the car keys and she helps me to bed.
And then I tell her, as I turn out the light,
I say, "My darling, you were wonderful tonight.
Oh my darling, you were wonderful tonight."
(Eric Clapton)
Ci sono canzoni che ascolti venti volte in un giorno e poi le scordi per tutta la vita.
Canzoni che significano qualcosa per quel momento, ma che poi sbiadiscono nel nulla.
Io non lo so,se questa canzone durerà nella mia memoria.
Però mi ha colpita tanto. La melodia, forse, oppure quel qualcosa di straordinariamente dolce che l’ha caratterizzata.
Ne volevo ricordare il testo e basta, perché la possiate ascoltare anche voi e perché me ne possa ricordare un domani.
Grazie… Alla musica, che riesce a rendere speciale una giornata.
Minerva

(nel video ci sono i sottotitoli e di conseguenza la traduzione del testo, pare. Non so se sia esatta, perché non vedendoci non posso verificare…)

domenica 18 marzo 2012

ci sono storie

Ci sono storie legate a persone che vengono raccontate troppo tardi. Quando queste persone non ci sono più e non le si possono guardare con occhi nuovi.
Lui me lo ricorderò sempre come una presenza costante ai compleanni dei nonni, come quello che telefona la vigilia di Natale quando siamo tutti a tavola.
Un anziano signore che fa battute sagaci in un italiano monco nonostante i tanti anni a Milano prima, un vecchietto tremolante che parla a stento poi e che se ne sta lì, accartocciato sulla sedia ed io bambina non capivo mai se ci stesse ad ascoltare o meno.
Poi lui se n'è andato a gennaio. Prevedibile, credo. Ho visto mio padre piangere per la prima volta e dire: "Lui e sua moglie erano i migliori amici dei miei genitori, forse gli unici amici che avessero. è stato uno zio, per me." e poi scoprire piano piano la storia di un'amicizia, di cinquant'anni insieme, di uno di quei rapporti che forse non verrà mai immortalato in un film od in un romanzo, ma che per me è la rappresentazione più vera dell'amicizia. Lasciate che ve la racconti, questa storia.
Fa parte di me, della mia famiglia.

Sono gli anni '50.
No, non sono ancora gli anni delle favole come quella di Elvis o Grace Kelly, quelle arriveranno dopo. I primissimi anni '50, quelli caratterizzati dal buio della guerra appena finita e da tanta voglia di fare, di lavorare, di ricostruire.
Ecco mio nonno. Italo-tedesco che a vent'anni o poco meno scappò dall'esercito della Germania. Da bambina mi raccontava sempre che i capelli li aveva persi tutti per gli orrori della guerra. Forse esagerava, però quegli anni l'hanno segnato nel profondo, come hanno segnato tutti.
è il 1951 e mio nonno arriva in Italia. La Germania gli sta stretta e vuole conoscere la terra di suo padre.
Milano. Il 2 novembre scende dal treno con la valigia tenuta insieme con lo spago (è l'immagine più caratteristica che abbiamo nel cuore tutti, in famiglia) e cerca lavoro.
Lo trova e fa da magazziniere per mesi in un'azienda. Poi scoprono ch'è tedesco, e lo mettono a scrivere le lettere nella propria lingua oppure a tradurre.
Ed a questo punto arriva lui, V.. Tedesco anche lui, a Milano da qualche mese in più.
Si forma un gruppo di amici, tutti emigrati dalla Germania. Loro non li ho mai conosciuti. Mio nonno, in quel libro di memorie che non pubblicò mai, parla di loro come della sua unica famiglia, ai tempi. A casa scrive di rado e non torna più e quegli amici con cui passa le serate in un "caffè viennese" di Milano sono la sua unica compagnia.
Poi il gruppo lentamente si scioglie. C'è chi mette su famiglia, chi parte per Roma, chi ritorna a casa.
Restano ancora una volta lui e V..
E poi arriva mia nonna. Si conoscono ad un ballo austriaco, una di quelle istituzioni milanesi che dura ancora oggi.
Lei ha una situazione familiare alle spalle che occuperebbe ben più di qualche riga, ma è bella. Bella e bionda, con quello stesso viso che ho ereditato io, che le assomiglio esteriormente in maniera impressionante.
Lui le dedica le prime poesie in un italiano misto al tedesco. Un corteggiamento galante, di quelli che oggi non si usano più. E si sposano, alla fine.
Il matrimonio civile a Milano, quello in chiesa nella città austriaca di mia nonna.
E V., in tutto questo, fa da testimone, da amico e forse anche da fratello per mio nonno.
Poi, un anno dopo, la moglie la trova anche lui.
E., che invece è l'unica ad essere arrivata in Italia ed a rimpiangere la sua patria. Lei che, però a distanza di anni parla un italiano perfetto.
Poi nascono mio padre e mio zio e V. è il padrino di entrambi, se non mi sbaglio.
E passano cinquant'anni.
Il tempo allunga distanze, toglie la possibilità di vedersi e cambia molte cose.

I miei nonni, coi due figli al seguito, si trasferiscono in Svizzera.
V. ed E. vivono fra Milano ed il lago maggiore, cercando di riempire col lavoro e con gli amici quel vuoto grande ch'è stata per loro la mancanza di un figlio.
Però a Milano ci vanno tutti e quattro, per la solita passeggiata domenicale ed il caffè in un altro "bar viennese", come chiamano loro certi posti che ricordano i bar austriaci.
Per mia nonna E. non sarà mai una sorella. Sono amiche, certo. Ma mia nonna ha se stessa, il suo lavoro, la sua famiglia.
Poi V. si ammala.
Dapprima sono solo gli acciacchi dell'età, poi le cose si fanno più serie. Di compleanno in compleanno io mi accorgo, con l'istinto di bambina, che si sta spegnendo.
A volte non c'è proprio con la testa, altre scherza debolmente.
Poi cade, si fa male, chissà che cosa succede esattamente. Forse è solo troppo fragile e non ce la fa più.
A gennaio se ne va, senza strepito e senza rumore.
Mio nonno l'ha presa meglio di quanto pensassimo tutti. È stato con lui nei suoi ultimi istanti, a tenergli la mano ed a parlargli in tedesco. Gli ha fatto compagnia come gliene ha fatto in vita.
E sua moglie c'è ancora e lo accudisce fino alla fine, lavandolo e vestendolo giorno dopo giorno.
Al funerale il nonno ha letto una poesia scritta per lui sempre in quel misto di italiano e tedesco che fa parte delle poesie che scrive.
Non l'ho mai voluta sentire, in questi due mesi, mi sarei commossa.
Come non ho mai voluto leggere il libro di memorie scritto dal nonno.
Verrà un giorno in cui sarò disposta a fare un bel respiro ed a tornare indietro nel tempo immergendomi nella vita di mio nonno ragazzo, coi capelli neri ancora folti (è l'unico bruno di famiglia, lui) e la bicicletta con cui girava per il suo paese consegnando fiori.
Ne parla spesso, lui, di V. . Ne parla come se fosse presente, come se ci fosse ancora.
Ed io penso a quest'uomo con la voce sottile e le mani di cartavelina e mi dispiace di non averlo mai considerato altro se non un'ombra come tante.
Voglio scusarmi così, raccontando la sua storia e quella del nonno in questo post, alle persone che mi leggono e che mi conoscono, aggiungendo qualcosa a questo blog perché scrivere è il mio unico modo di fermare immagini, pensieri, sensazioni. E ritrarre i personaggi che fanno parte della mia vita con le parole li fa brillare di tanta luce, ai miei occhi e spero anche ai vostri.
Minerva

sabato 10 marzo 2012

dieci piaceri della vita

mi è stato passato da Federica questo meme, che consiste nell'elencare (io lo farò in ordine sparsissimo) 10 cose che ci fanno piacere. Che ci rendono felici, insomma, anche se forse fra le due cose c'è un po' di differenza.
E poi di passare il meme a qualche bloggerino carino così, tanto per non togliermi il gusto di farmi i fatti altrui.
Bene, incominciamo...
1. Leggere: è da sempre così. Sono cresciuta con la costante compagnia di un libro qualsiasi, fin da bambina. Adoravo tuffarmi nelle storie altrui, innamorandomi ed affezionandomi a qualsiasi personaggio. è così anche ora, e l'innocente gusto di immergermi in un romanzo non l'ho ancora perso.
2. Scrivere: scrivendo si da un ritmo alla vita, come quando passeggiamo e chiarifichiamo le idee. Scrivo di me, del mondo che mi circonda, di quelle piccole cose che fanno accendere o spegnere una luce nello sguardo di chiunque, anche di chi non vede.
3. la mia famiglia e le persone che mi circondano: la mia famiglia un po' matta, quella che conta tanti membri diversissimi fra loro eppure è sempre unita. I miei compagni di scuola, i miei docenti, la Tata che anche se ormai non sono più bambina è un punto di riferimento affettuoso. Ed anche voi blogger, perché no. Perché immergermi nelle vostre storie che sono un po' dei romanzi di formazione, un po' allegri diari di un viaggio metaforico.
4. lo studio, la scuola. Non è secchioneria, la mia, anche se ammetto che ricevere un buon voto è comunque gratificante. è che mi diverto a studiare la storia, l'italiano, la geografia, le lingue. mi diverto a riuscire bene nelle materie scolastiche, in tutte. E ci dedico del tempo e rinunciare al resto per la scuola non mi pesa neanche tanto. so che in futuro sarà più difficile, però spero di rimanere sempre entusiasta di quello che faccio.
5. Viaggiare. Ho la fortuna di avere una famiglia che ha sempre viaggiato, sempre. Sono figlia e nipote di emigranti, chi per motivi lavorativi chi semplicemente per scappare da una realtà troppo difficile. Io non so se me ne andrò via da qui, ma viaggiare mi piace. Mi piace esplorare una città coi mezzi a mia disposizione: facendomi descrivere, ascoltando rumori, mangiando cibi tipici ed annusando odori diversi. Si può fare anche così, senza per forza dover guardare monumenti storici o musei.
6. Fare un cruciverba e risolverlo bene in poco tempo. Beh, sì. passando alle piccole cose che danno soddisfazione, questa è di sicuro fra le tante. Da quando è stato creato un programmino che permette di risolvere i cruciverba anche a persone non vedenti, la cosa mi sta portando via non poco tempo. Mi diverte e basta, ed è mooolto gratificante risolverne.
7. La musica. Mi diverte, mi rilassa, mi fa stare bene. Ma non solo quello, no. La musica mi permette di scoprire cosa pensavano le generazioni di una determinata epoca oppure cosa provava il singolo individuo che le cantava, oppure semplicemente il cercare elementi in comune con me stessa, lo scoprire una canzone e pensare, d'istinto: "sembra scritta per me...".
8. Ascoltare. Sia esso l'origliare parole rivolte ad altri in spiaggia oppure il sentirsi raccontare l'intera storia della vita di una sconosciuta su un autobus (devo ancora scrivere perbene dell'anziana signora che a Genova mi parlò di vita, marito, figli e pesto in due sole fermate di autobus) ascoltare mi diverte ed in qualche modo, i racconti della gente mi restano impressi.
9. un sorriso, una risata. Strappati da una scemata detta in classe, da un libro, da un complimento. Riescono a rischiarare momenti.
10. Le piccole cose. Alcune le ho enumerate qui sopra, altre sono impreviste ed inaspettate. Illuminano sguardi e giornate, concedono istanti particolari, un po' unici un po' ripetuti tutti i giorni.

Che dire? Logorroica, sempre e comunque. Non so fare un meme così senza riflettere e riversare parte degli sproloqui qui su questa pagina vuota.
Il meme lo passo a:
- Federica, che me l'ha rilanciato e se lo merita tanto perché il suo blog è anche il racconto di quelle piccole cose che le fanno piacere, ma non solo quello.
- Lunga, perché i meme me li passa sempre. e perché sono inguaribilmente curiosa.
- Paola, perché anche se di meme così gliene passo tanti, uno in più non le farà male:
- Gì, che conosco da poco, ma sono comunque curiosa di sapere cosa le fa piacere.
- Nora*, anche lei conosciuta da poco ed anche per lei vale la curiosità di farmi gli affari suoi.
Un bacio a tutti
Minerva