domenica 18 marzo 2012

ci sono storie

Ci sono storie legate a persone che vengono raccontate troppo tardi. Quando queste persone non ci sono più e non le si possono guardare con occhi nuovi.
Lui me lo ricorderò sempre come una presenza costante ai compleanni dei nonni, come quello che telefona la vigilia di Natale quando siamo tutti a tavola.
Un anziano signore che fa battute sagaci in un italiano monco nonostante i tanti anni a Milano prima, un vecchietto tremolante che parla a stento poi e che se ne sta lì, accartocciato sulla sedia ed io bambina non capivo mai se ci stesse ad ascoltare o meno.
Poi lui se n'è andato a gennaio. Prevedibile, credo. Ho visto mio padre piangere per la prima volta e dire: "Lui e sua moglie erano i migliori amici dei miei genitori, forse gli unici amici che avessero. è stato uno zio, per me." e poi scoprire piano piano la storia di un'amicizia, di cinquant'anni insieme, di uno di quei rapporti che forse non verrà mai immortalato in un film od in un romanzo, ma che per me è la rappresentazione più vera dell'amicizia. Lasciate che ve la racconti, questa storia.
Fa parte di me, della mia famiglia.

Sono gli anni '50.
No, non sono ancora gli anni delle favole come quella di Elvis o Grace Kelly, quelle arriveranno dopo. I primissimi anni '50, quelli caratterizzati dal buio della guerra appena finita e da tanta voglia di fare, di lavorare, di ricostruire.
Ecco mio nonno. Italo-tedesco che a vent'anni o poco meno scappò dall'esercito della Germania. Da bambina mi raccontava sempre che i capelli li aveva persi tutti per gli orrori della guerra. Forse esagerava, però quegli anni l'hanno segnato nel profondo, come hanno segnato tutti.
è il 1951 e mio nonno arriva in Italia. La Germania gli sta stretta e vuole conoscere la terra di suo padre.
Milano. Il 2 novembre scende dal treno con la valigia tenuta insieme con lo spago (è l'immagine più caratteristica che abbiamo nel cuore tutti, in famiglia) e cerca lavoro.
Lo trova e fa da magazziniere per mesi in un'azienda. Poi scoprono ch'è tedesco, e lo mettono a scrivere le lettere nella propria lingua oppure a tradurre.
Ed a questo punto arriva lui, V.. Tedesco anche lui, a Milano da qualche mese in più.
Si forma un gruppo di amici, tutti emigrati dalla Germania. Loro non li ho mai conosciuti. Mio nonno, in quel libro di memorie che non pubblicò mai, parla di loro come della sua unica famiglia, ai tempi. A casa scrive di rado e non torna più e quegli amici con cui passa le serate in un "caffè viennese" di Milano sono la sua unica compagnia.
Poi il gruppo lentamente si scioglie. C'è chi mette su famiglia, chi parte per Roma, chi ritorna a casa.
Restano ancora una volta lui e V..
E poi arriva mia nonna. Si conoscono ad un ballo austriaco, una di quelle istituzioni milanesi che dura ancora oggi.
Lei ha una situazione familiare alle spalle che occuperebbe ben più di qualche riga, ma è bella. Bella e bionda, con quello stesso viso che ho ereditato io, che le assomiglio esteriormente in maniera impressionante.
Lui le dedica le prime poesie in un italiano misto al tedesco. Un corteggiamento galante, di quelli che oggi non si usano più. E si sposano, alla fine.
Il matrimonio civile a Milano, quello in chiesa nella città austriaca di mia nonna.
E V., in tutto questo, fa da testimone, da amico e forse anche da fratello per mio nonno.
Poi, un anno dopo, la moglie la trova anche lui.
E., che invece è l'unica ad essere arrivata in Italia ed a rimpiangere la sua patria. Lei che, però a distanza di anni parla un italiano perfetto.
Poi nascono mio padre e mio zio e V. è il padrino di entrambi, se non mi sbaglio.
E passano cinquant'anni.
Il tempo allunga distanze, toglie la possibilità di vedersi e cambia molte cose.

I miei nonni, coi due figli al seguito, si trasferiscono in Svizzera.
V. ed E. vivono fra Milano ed il lago maggiore, cercando di riempire col lavoro e con gli amici quel vuoto grande ch'è stata per loro la mancanza di un figlio.
Però a Milano ci vanno tutti e quattro, per la solita passeggiata domenicale ed il caffè in un altro "bar viennese", come chiamano loro certi posti che ricordano i bar austriaci.
Per mia nonna E. non sarà mai una sorella. Sono amiche, certo. Ma mia nonna ha se stessa, il suo lavoro, la sua famiglia.
Poi V. si ammala.
Dapprima sono solo gli acciacchi dell'età, poi le cose si fanno più serie. Di compleanno in compleanno io mi accorgo, con l'istinto di bambina, che si sta spegnendo.
A volte non c'è proprio con la testa, altre scherza debolmente.
Poi cade, si fa male, chissà che cosa succede esattamente. Forse è solo troppo fragile e non ce la fa più.
A gennaio se ne va, senza strepito e senza rumore.
Mio nonno l'ha presa meglio di quanto pensassimo tutti. È stato con lui nei suoi ultimi istanti, a tenergli la mano ed a parlargli in tedesco. Gli ha fatto compagnia come gliene ha fatto in vita.
E sua moglie c'è ancora e lo accudisce fino alla fine, lavandolo e vestendolo giorno dopo giorno.
Al funerale il nonno ha letto una poesia scritta per lui sempre in quel misto di italiano e tedesco che fa parte delle poesie che scrive.
Non l'ho mai voluta sentire, in questi due mesi, mi sarei commossa.
Come non ho mai voluto leggere il libro di memorie scritto dal nonno.
Verrà un giorno in cui sarò disposta a fare un bel respiro ed a tornare indietro nel tempo immergendomi nella vita di mio nonno ragazzo, coi capelli neri ancora folti (è l'unico bruno di famiglia, lui) e la bicicletta con cui girava per il suo paese consegnando fiori.
Ne parla spesso, lui, di V. . Ne parla come se fosse presente, come se ci fosse ancora.
Ed io penso a quest'uomo con la voce sottile e le mani di cartavelina e mi dispiace di non averlo mai considerato altro se non un'ombra come tante.
Voglio scusarmi così, raccontando la sua storia e quella del nonno in questo post, alle persone che mi leggono e che mi conoscono, aggiungendo qualcosa a questo blog perché scrivere è il mio unico modo di fermare immagini, pensieri, sensazioni. E ritrarre i personaggi che fanno parte della mia vita con le parole li fa brillare di tanta luce, ai miei occhi e spero anche ai vostri.
Minerva

3 commenti:

Federica ha detto...

a me la tua storia di amicizia vera e raccontata con tanto rispetto mi ha emozionato!

Marina ha detto...

Mi ha commosso molto questa storia. E' importante che tu l'abbia scritta, è molto bello.

Le storie dei nonni, accidenti, un giorno farò anche io quel famoso grande respiro e scriverò...

Chica ha detto...

Volevo avvisarti che nel mio blog c è un premio per te :-)