sabato 28 gennaio 2012

neve

La neve cade
(Boris Pasternak)



La neve cade, la neve cade.
Alle bianche stelline in tempesta
si protendono i fiori del geranio
dallo stipite della finestra.

La neve cade e ogni cosa è in subbuglio,
ogni cosa si lancia in un volo,
i gradini della nera scala,
la svolta del crocicchio.

La neve cade, la neve cade,
come se non cadessero i fiocchi,
ma in un mantello rattoppato
scendesse a terra la volta celeste.

Come se con l’aspetto d’un bislacco
dal pianerottolo in cima alle scale,
di soppiatto, giocando a rimpiattino,
scendesse il cielo dalla soffitta.

Perché la vita stringe. Non fai a tempo
a girarti intorno, ed è Natale.
Solo un breve intervallo:
guardi, ed è l’Anno Nuovo.

Densa, densissima la neve cade.
E chi sa che il tempo non trascorra
per le stesse orme, per lo stesso ritmo,
con la stessa rapidità o pigrizia,

tenendo il paso con lei?
Chi sa che gli anni, l’uno dietro l’altro,
non si succedano come la neve,
o come le parole d’un poema?

La neve cade, la neve cade,
la neve cade e ogni cosa è in subbuglio:
il pedone imbiancato,
le piante sorprese,
la svolta del crocicchio.




tanti auguri di buona neve a tutti, anche a chi non ce l'ha.

lunedì 23 gennaio 2012

giorni d'influenza

Sono giorni d'influenza intestinale, quella roba simpaticissima che da noi ha decimato una quantità di studenti, professori e varie persone abbastanza allarmante.

Giorni in cui l'unico obiettivo è fare un po' di compiti, ma neanche troppi che stimolano l'intestino, soprattutto la matematica. Lei non la capirò mai, mai, mai, mai.
Sono giorni di tanti libri letti sotto al piumone, e di un libro che ricorderò sempre, come il libro più scemo mai letto, ma che mi son divertita a leggere ed ho passato dei momenti, oggi, in cui ridevo da sola istericamente e per fortuna che mia mamma non era in casa, perché se no mi avrebbe ricoverata all'ospedale psichiatrico (che tral'altro è a due passi dalla mia scuola).
Giorni in cui la radio è l'unica compagnia possibile oltre alla lettura. Radio rigorosamente italiana, of course. Perché anche se la musica in inglese mi piace, mi piace solo la musica inglese che piace a me (la frase è formulata divinamente...).
la musica italiana, perlomeno, la conosco meglio. Ed oggi la Vanoni cantava Valentina ed io quella canzone l'adoro, sia il testo, sia la melodia. E mi sono ritrovata, alle quattro del mattino fra una corsa al gabinetto e l'altra, a sognare su quelle note già sentite e risentite tante volte. La musica mi fa brillare gli occhi, ed è questo il suo merito principale.

Giorni di banane e riso in bianco, perché "sono astringenti", ed ogni volta che papà mi vede fa l'imitazione di un orango che mi chiede "buona la bbbbbbaaaaanana?".
Giorni così, in cui accendere il pc solo per qualche compito e per il resto star stesa a letto, con la borsa dell'acqua calda fatta con l'acqua del rubinetto, perché io ed i bollitori non andiamo d'accordo.
Però in compenso mi sono letta tre libri in tre giorni e due di questi mi han fatta sbellicare dalle risate. Love Story è. traumatica, come lettura.
Temo che i miei "mwaaaaaaaaaaaaah" frenetici ad ogni scena del libro abbiano inquietato seriamente il cane che, pover'anima, ormai scappa dalla sottoscritta manco fossi indemoniata.
Giorni in cui la Tata, perché non sapeva più cosa raccontarmi (ogni tanto i pochi pomeriggi che passiamo assieme sembrano infiniti) ha raccontato della sua prima volta ad un'agenzia di pompe funebri. NOn è confortante, per niente.
Giorni in cui mi ritrovo a pensare: a pensare a quanto mi manchi il teatro, più che altro. Non il teatro in sé, ma il mio, di corso di teatro. La maestra, con quel suo non avermi compatita mai, e per l'avermi sempre fatta muovere su un palcoscenico, senza fermarsi alle prime difficoltà d'avere una ragazzina non vedente nel gruppo.
Lei che mi faceva indossare i costumi di scena più confettosi mai visti, perché "tu sei bionda ed apparentemente angelica, perciò vanno benissimo" ed io mi ribellavo per poco, ma poi in mezzo al pizzo di un abito da sposa mi sono divertita da matti, pur somigliando ad una meringa in un modo impressionante. Peccato che sia finito tutto perché la maestra ha avuto una bambina con un problema grosso e non vuol più riprendere ad insegnare. Dovrei chiamarla, temo. Sono due anni a maggio, che non la vedo e non la sento e non le scrivo.
Mi manca F, la studentessa di Lettere che dava una mano. Mi mancano le nostre chiacchere infinite su libri, scrittori, poesie. Mi manca la sua calata calabra, mi mancano i suoi biscotti, mi mancano i suoi ricci abbondanti. A lei scrivo ancora, perché è stata importante, dannatamente importante per quel mio star crescendo.

Manca Y., con cui i pomeriggi in teatro li condividevo e poi i sabati mattina che passavamo studiando un po' scienze un po' il copione, ed a tutte le volte che uscivamo da scuola dicendoci: "Ma tu hai voglia, oggi, di andare?" e bastava il mezzo sbuffo dell'altro per capirsi. E poi alla fine dell'anno su quel palco, con la paura di sbagliare tutto ed alla fine quella sensazione di avercela fatta ed il sospiro finale, tutti insieme, mamma compresa (perché le avevo rubato un vestito comprato in Arabia a cui lei teneva tanto come costume di scena, non per altro XD).
Y è in classe con me e condividiamo lo stesso banco tante ore la settimana. Gli faccio copiare ogni mia versione di latino, ma non è più lo stesso da quando non recitiamo più. Lui non vuole riprendere, io se gli orari del liceo lo permettono l'anno prossimo voglio riprovarci. Mi manca troppo l'atmosfera elettrica prima di uno spettacolo, e chi recita sa che intendo dire.

Sono giorni un po' sospesi un po' ricchi di altre cose, di stimoli sotto alle coperte e di risate isteriche per i cliché di un romanzo.
Spero di guarire presto, nonostante tutto. E voglio tornare a scuola, domani o mercoledì, perché io la lezione sulla rivoluzione sovietica non posso perdermela a storia, e neanche il prof di Lettere che dopo mie suppliche ha deciso di parlare di via col vento (se se ne ricorda, questo è sottointeso).
Ed oggi è una giornata così morbida, con i colori di gennaio smorzati dal sole e la sensazione di avere ancora tempo. Tempo per cosa, il mio cervello non me lo dice.
Baci
Minerva

domenica 15 gennaio 2012

sensazioni

Oggi leggevo una sorta di biografia di Elvis trovata su internet e mi chiedevo com'è che a vent'anni fosse divenuto una stella e lo è, lo è ancora oggi Sentivo Lady Jane dei Rolling Stones, sempre stamattina, con quello strumento medievale suonato da Brian Jones il cui nome, chiedo venia, mi dimenticherò per il resto dei miei giorni.
Poi mi son ritrovata davanti la lettera che il papà di una mia amica le ha scritto, raccontandole della sua adolescenza vissuta ascoltando e suonando i grandi miti degli anni '60, i sopra citati Rolling Stones, i Beatles e tanti altri.
E mi sono chiesta se non fossi nata nell'epoca sbagliata. È vero. Mi piace avere un blog, mi piace la nuova tecnologia, mi piacciono tante cose "attuali".
Però, ascoltando fino alla nausea i primi pezzi di rocknroll anni 50, leggendo libri sul '68 e piangendo come una fontana leggendo di scioperi, cortei e manifestazioni, qualche dubbio mi viene.
Ho pianto leggendo della fine degli anni 60 ne "la casa degli spiriti" di Isabel Allende. Saltatempo di Benni è diventato il mio libro preferito, la mia piccola bibbia perché è un libro che parla di un'epoca, di sogni, di speranze.
Sono una ragazzina facile a sognare ad occhi aperti. sono un sagittario che tende sempre ad appassionarsi alle cose, e con il mio dolcissimo ascendente (più parecchi pianeti, se non erro) nella vergine lo faccio con un puntiglio ed un criterio assoluto.
Perché se mi piace una cosa, la approfondisco in ogni modo possibile, ma mi conoscete e non posso ripeterlo.
Fin da piccola, quando la nonna mi raccontava degli anni 60 e della sua Milano, quella Milano in cui lei frequentava Brera nel 68 ed in cui portare una ragazza al cinema equivaleva a mille promesse ed a mille baci in una sala buia, io mi restavo incantata. Mi restavano fra le mani le cassette che la nonna registrava all'epoca, con dei mix di canzoni riprodotte dai dischi che giravano alle feste.
Poi ho scoperto il 68 nel senso politico del termine. Mi son innamorata senza remore degli ideali, dei sogni, degli striscioni. Ho amato le occupazioni studentesche, quelle che quando le leggevo nei libri speravo non finissero mai.
Poi ho scoperto la musica. Prima i cari cantautori italiani, quelli che per parlare del sessantotto usavano le canzoni e mi facevano piangere e domandare "ma adesso, adesso cosa succede? Ed a cinquant'anni di distanza (Cristo, è mezzo secolo fra poco.....) cosa accadrà?" Non so cosa sperassi, non so perché mi fissai tanto su quegli ideali, quei sogni, quei giorni.
Ora ho scoperto i Beatles, i Rolling Stones e quella musica.
Mi sono innamorata di John Lennon solo perché era un ragazzo di periferia, che provava le sue canzoni in una camera minuscola con una chitarra a buon mercato ed ha inseguito un sogno. Ce l'ha fatta, lui, anche s'è morto troppo presto ed in un modo crudele (oddio, c'era da aspettarselo, penso).
Voglio farcela anch'io. Anche se non voglio cantare e voglio scrivere.
Però il sapore di quegli anni mi resta in bocca, come la fragranza lontana di una caramella che si è appena sciolta.
Mi restano le storie. Le storie raccontate nei libri, nelle canzoni, dalla nonna che è un'autentica miniera d'oro anche se lei era una "brava ragazza".

A volte mi chiedo, quando vedo i miei compagni di classe che non leggono, che quando abbiam fatto il 68 a storia han solo saputo dire che anche loro volevano occupare la scuola per non fare lezione. A me questo non fa rabbia, non disprezzo nessuno perché non è colpa loro, ma.... m'è venuto un groppo alla gola.
E poi mi sono ricordata di mia nonna, che voleva andare in America a diciott'anni e che poi ha finito per fare l'impiegata e frequentando Brera alla sera.
Voglio tornare indietro.... Ma so di non poterlo fare, lo so...
Perciò, tanto vale continuare a vivere qui adattandomi alla realtà in cui devo rimanere e sognare, sognare ad occhi sgranati e commuovermi sulle note di ogni canzone e piangere su ogni libro.
Minerva

mercoledì 11 gennaio 2012

Stasera, dopo un abbozzo di conversazione coi miei, ho pianificato il mio futuro.
Mi metterò con un musicista. Nonostante non mi piaccia particolarmente suonare o "farne", di musica, l'ascoltarla e le figure dei musicisti tormentati sono troppo affascinanti.
Ho anche deciso che sarà identico in tutto e per tutto a Brian Jones dei Rolling Stones. non è esattamente un adone dalle descrizioni che mi son state fatte, ma i capelli negli occhi e quell'aria "poetica" che mamma ed io troviamo in lui è fantastica (e poi Brian è morto, ed io gli unici poeticantantiartisti di cui mi sono innamorata eran irrimediabilmente morti)
Questo tizio suonerà la chitarra in un gruppo sconosciuto, ho deciso anche questo. Gruppo sconosciuto, ma di una genialità incompresa.
Proverò a portarmelo in casa, ma la mia famiglia mi rinnegherà ed io andrò a vivere nelle soffitte di qualche palazzo in qualche metropoli italiana, o magari a Londra o Parigi.
Il Tizio tuttavia si stancherà presto di me. Mi tradirà di continuo e trascorrerà le serate suonando nella speranza di diventare un nuovo John Lennon (anche perché mi sarò innamorata di lui per quel motivo).
Lui sarà dipendente da tutte le sostanze legali e non possibili, ne sono sicura.
Lo lascerò verso i trent'anni e tornerò a casa, a piangere dai miei ed a dire: "mamma, avevi ragione tu...".
Ah, nel frattempo il tizio mi ha derubata di tutti i soldi possibili immaginabili.
Qualcuna di voi mi ospiti quando migrerò con Johnbrian (il soprannome del tizio) per l'Italia alla ricerca di una dimora fissa e di un po' di cibo?
Con questo post non voglio accusare i musicisti d'esser tutti uguali, il loro stile di vita o cose del genere.
Solo che mi son ritrovata ad esagerare un po' gli stereotipi e conoscendomi, sarei capace di questo ed altro se un tizio mi affascinasse.
Ed a mia mamma, quando mi ha chiesto perché non mi piacesse Elvis (che secondo lei è un angelo caduto dal cielo, non ho capito perché) ho risposto "è troppo poco contorto, mamma".
Sto creando degli scenari per il mio futuro notevoli, eh?
Baci a tutti (e fra meno di dieci anni preparatemi una stanza in cui dormire con il Tizio)
Minerva (sono fuori come un balcone, stasera)

martedì 10 gennaio 2012

recensione: la masseria delle allodole (Antonia Arslan)

Il libro migliore del 2011, senz'ombra di dubbio insieme ad un altro di cui parlerò assolutamente presto.
Questo.... Non mi è piaciuto subito.
L'ho abbandonato per mesi e ripreso in un secondo tempo.
Mi sono innamorata di Istanbul appena l'ho vista.
Mi manca tutt'ora, con i suoi profumi, il bazar delle spezie, ed il Bosforo visto dall'alto di un famoso ristorante. E mi manca da morire quell'hotel sfarzosissimo in cui ci hanno portati i clienti di papà per prendere il dessert, mi manca il suo giardino pieno di aranci in fiore e mi mancano i dolci turchi, fatti idi nocciole e di miele (sono allergica alle nocciole, ma ho fatto un'eccezione con la Baklava perché era irresistibile).
da quando sono tornata a casa dalla capitale dell'"impero romano d'oriente", come ricordano sempre i miei libri di storia, ho iniziato a leggere della Turchia e di questa città, di cui porto nel cuore qualcosa.
La storia del genocidio armeno mi ha colpita tanto, tantissimo.
Non è l'olocausto, che ricordano tutti grazie a film, libri ed una quantità di testimonianze enorme. Tutto questo è necessario, certo. Ma trovo che per avere una visione degli orrori che sono stati commessi nella storia dell'umanità e delle sue grandi tragedie, l'olocausto della seconda guerra mondiale non basti.
Ma torniamo a questo libro stupendo, comunque.
riporto trama ed informazioni varie tratte da Ibs, per poi fare una recensione più dettagliata.

Titolo: la masseria delle allodole
Autore: Antonia Arslan
anno di edizione: 2004
Pagine: 233
Casa editrice: Rizzoli
Descrizione
Ispirato ai ricordi familiari dell'autrice, il racconto della tragedia di un popolo "mite e fantasticante", gli armeni, e la struggente nostalgia per una terra e una felicità perdute. La masseria delle allodole è la casa, sulle colline dell'Anatolia, dove nel maggio 1915, all'inizio dello sterminio degli armeni da parte dei turchi, vengono trucidati i maschi della famiglia, adulti e bambini, e da dove comincia l'odissea delle donne, trascinate fino in Siria attraverso atroci marce forzate e campi di prigionia. In mezzo alla morte e alla disperazione, queste donne coraggiose, spinte da un inesauribile amore per la vita, riescono a tenere accesa la fiamma della speranza; e da Aleppo, tre bambine e un "maschietto-vestito-da-donna" salperanno per l'Italia...


La prima cosa che mi viene da dire sul libro è il contrasto mirabile fra le due parti. La prima è letteralmente stupenda. Mi ha ricordato in una maniera fortissima l'inizio de "la casa degli spiriti", della Allende, anche se forse è descritta in un modo ancora più dettagliato e fiabesco, calcando sui personaggi in maniera da accentuare i loro caratteri, ma senza mai esagerare.
Le tradizioni, il cibo, gli odori, i fiori, le storie. Di questa prima parte del libro mi è restato questo, davvero.
Mi è restato il sentore di un popolo attraverso i propri piatti tipici, le proprie ninnananne e fiabe, le proprie usanze. La descrizione della classica tavola turca o armena, che ho visto solo parzialmente nei ristoranti di Istanbul, è forse una delle cose più belle del romanzo in sé.
E poi, le anticipazioni. Le pagine sono dense di anticipazioni lievi, quasi inquietanti da un certo punto di vista che fanno restare il lettore incollato al libro, solo per quel meccanismo ch'è proprio delle anticipazioni di stuzzicarne la mente.

La seconda parte è un incubo. Un incubo perché sono stata travolta dagli orrori che sono stati compiuti in quegli anni. Ho vissuto con i personaggi (in particolar modo quelli femminili, visto che la carovana dei deportati era formata in special modo da donne, bimbi ed anziani), marciando con loro nel vasto deserto siriano.
Il finale.... è stato l'unico momento difficile del libro. Il salvare i bambini è stato descritto in una maniera quasi macchinosa, ho trovato, ma non importa. Una caduta di stile è concessa a tutti...
Io dico solo una cosa su questo libro: prendetelo. Insegna e fa crescere, con una storia che cattura, affascina e commuove.
Lo stile della Arslan non può piacere a tutti. è stata definita "ampollosa", nei commenti che ho trovato su ibs.
Io ho trovato questo modo di scrivere splendido, non so voi...
Minerva

venerdì 6 gennaio 2012

e un giorno...

un giorno ti svegli stupita e di colpo ti accorgi
che non sono più quei fantastici giorni all'asilo
di giochi, di amici e se ti guardi attorno non scorgi
le cose consuete, ma un vago e indistinto profilo...

E un giorno cammini per strada e ad un tratto comprendi
che non sei la stessa che andava al mattino alla scuola,
che il mondo là fuori t'aspetta e tu quasi ti arrendi
capendo che a battito a battito è l'età che s'invola...

E tuo padre ti sembra più vecchio e ogni giorno si fa più lontano,
non racconta più favole e ormai non ti prende per mano,
sembra che non capisca i tuoi sogni sempre tesi fra realtà e sperare
e sospesi fra voglie alternate di andare e restare...
di andare e restare...

E un giorno ripensi alla casa e non è più la stessa
in cui lento il tempo sciupavi quand'eri bambina,
in cui ogni oggetto era un simbolo ed una promessa
di cose incredibili e di caffellatte in cucina...

E la stanza coi poster sul muro ed i dischi graffiati
persi in mezzo ai tuoi libri e regali che neanche ricordi,
sembra quasi il racconto di tanti momenti passati
come il piano studiato e lasciato anni fa su due accordi...

E tuo padre ti sembra annoiato e ogni volta si fa più distratto,
non inventa più giochi e con te sta perdendo il contatto...
E tua madre lontana e presente sui tuoi sogni ha da fare e da dire,
ma può darsi non riesca a sapere che sogni gestire...
che sogni gestire...

Poi un giorno in un libro o in un bar si farà tutto chiaro,
capirai che altra gente si è fatta le stesse domande,
che non c'è solo il dolce ad attenderti, ma molto d'amaro
e non è senza un prezzo salato diventare grande...

I tuoi dischi, i tuoi poster saranno per sempre scordati,
lascerai sorridendo svanire i tuoi miti felici
come oggetti di bimba, lontani ed impolverati,
troverai nuove strade, altri scopi ed avrai nuovi amici...

Sentirai che tuo padre ti è uguale, lo vedrai un po' folle, un po' saggio
nello spendere sempre ugualmente paura e coraggio,
la paura e il coraggio di vivere come un peso che ognuno ha portato,
la paura e il coraggio di dire: " io ho sempre tentato,
io ho sempre tentato... "

...
(F. Guccini)
Colonne sonore d'un'intera adolescenza..

domenica 1 gennaio 2012

di anni appena da iniziare e speranze difficili

Eccolo, il 2012. Oh, è vero. Finisce il mondo, quest'anno!
Ed io non ho ancora letto tutti i libri stampati nell'intero universo e nemmeno l'opera omnia di tutti i miei autori preferiti. Non ho riguardato titanic per intero (l'ho adorato, ma sono consapevole che non abbia 'sta gran trama) e non ho visto Londra.
Son cose che bisogna fare, prima o poi, insieme a tante altre.
Il 2011 è incominciato davanti ad un tavolino ingombro di piatti mezzi pieni di panettone con una delle coppie di amici storici dei miei, con le due figlie coetanee rispettivamente mie e di mio fratello (la frase mi sto rendendo conto che è grammaticalmente scorretta).
L'abbiamo iniziato così, con un mezzo brindisi e poi tutti a casa, di volata, perché eravamo stanchi.
Ed io oggi la giornata l'ho passata in uno stato di non voglia di studiare, fare i compiti, iniziare la pila di esercizi di tedesco ch'è lì, odorosa del suo carico di noia. La farò lo stesso tutta entro oggi, conoscendomi.


Cosa mi aspetto da quest'anno? Non lo so, non esattamente almeno.
Il liceo che inizia, la quarta media che finisce. Cambiare classe, compagni, docenti, scuola. Che poi sarà più difficile, davvero tanto, visto che tutti i futuri docenti si rifiutano nel volere un sostegno di qualsiasi tipo in classe per un'allieva non vedente (il che è anche comprensibile, eh, ma la matematica è doppiamente più ardua).
E poi c'è quella "speranza difficile", di cui parlo nel titolo ed accennavo ieri.
Non è semplice parlarne, non è semplice pensarci e tantomeno mettere in ordine delle parole affinché sia comprensibile a tutti.
Non ci vedo dalla nascita per un problema genetico di cui i miei genitori sono solo portatori sani. Quando è nato Fratellino hanno scoperto che aveva lo stesso mio problema, ossia una proteina mancante al funzionamento della retina (brr, mi faccio paura quando spiego queste cose).
È da quando siamo piccoli che i miei genitori, sperando nei progressi della scienza, hanno deciso di appurare per bene quale fosse il gene non funzionante e di vedere che cosa si poteva fare.
Siamo andati a Napoli per un progetto avviato da una squadra specializzata di medici che lavora con un'altro tim di dottori americani.
I miei genitori avevano ragione. La scienza fa passi da gigante ed in poco tempo alcuni interventi su casi molto simili al nostro sono stati già effettuati. Non chiedete nel dettaglio di che si tratta, non saprei rispondervi.
Alla possibilità di un intervento chirurgico per restituire almeno in minima parte un po' di residuo visivo io non ci pensavo mai. A dicembre, però, i miei genitori son andati a Napoli ad un congresso per vedere come si evolvevano le ricerche.
E lì il medico americano (che tral'altro ha il cognome di un personaggio della Austen e quando mia mamma me l'ha raccontato ho riso per mezz'ora) ha detto che tutto procede e che i primi interventi, come dicevo prima, sono andati bene.
Ha anche detto che entro la fine dell'anno prossimo (2012) dovrebbe "muoversi qualcosa".
Non so cosa pensare di tutto questo. Non so quante illusioni farmi e quante evitarne.
Non ci penso tanto spesso, a dirla tutta. Passo le giornate a scuola e poi è tutto un viavai di compiti, libri, parole, cose da fare, canzoni da ascoltare, sogni passeggeri. Il tempo per riflettere su tutto questo non c'è.
Ma da quando i miei son stati a Napoli ci penso più spesso. Mi incanto a pensare: "chissà se..." e poi una piccola dose d'illusione.
Non ne parlo mai a nessuno. Ne ho parlato appena a mia mamma, in questi giorni.
E questo è quel "desiderio" per il 2012 che, guardacaso, manco dipende da me.
Ne ho visti tanti, di film in cui il cieco riacquistava miracolosamente la vista (del tutto) e rimaneva shockato. I medici assicurano che se l'intervento dovesse riuscire vedrei quel tanto che basta per camminare senza sbattere ovunque, ma non credono distinguerei colori ed oggetti ben precisi.
Eppure io aspetto. Aspetto quella chiamata dall'America o forse è da Londra, la aspetto eppure me ne dimentico tanto spesso....
Minerva
ps: è un periodo di post importanti, questo, fra poco si torna alla normalità