domenica 29 aprile 2012

Recensione: la sorella di Mozart (Rita Charbonnier)

L'anno scorso ho letto poco.
Ho riletto un po' di più, ma ho letto tutto sommato poco. E, soprattutto, di libri illuminanti ne ho incontrati due: uno è la masseria delle allodole, recensito alla fine di quest'anno.
L'altro è questo: la sorella di Mozart, di Rita Charbonnier
Ora, vista la mia visita alla Scala, avrete capito che di parenti mozartiani ne ho quanti ne voglio.
Papà ci leggeva sempre un libriccino che parlava dell'infanzia del piccolo genio, calcando molto sul grande affetto che univa la famiglia Mozart (era un libro per l'infanzia, perciò della dittatura e del modo di imporsi del padre Leopold Mozart non accennò mai).
Ed io mi ricordo già da allora di Nannerl. Nannerl, Marianne Mozart, di pochi anni maggiore del fratello, che suonava il violino con lui nelle grandi serate a corte.
Che però, in quanto donna, veniva acclamata meno del fratello.
Ho letto questo libro in tre giorni, ad agosto, disperata perché non trovavo altre letture e perché il sito di audiolibri stava per abbandonarmi, come è successo tante volte l'anno scorso.
Perciò scaricai questo e mi ci affezionai tanto.
Rita Charbonnier sa sviluppare un romanzo. Sa dar una giusta voce ai personaggi, ricreare le atmosfere di quella che doveva essere la Salisburgo dei Mozart e, da brava pianista e musicista qual è, dà spazio alla musica nel modo giusto.
Incontriamo Nannerl da bambina. Una creaturina muta ed imbronciata che, tuttavia, se messa davanti al clavicembalo fa miracoli. È l'orgoglio del padre nonché una sicura fonte di redditi per la famiglia, grazie al suo talento (che non so esattamente se l'autrice abbia ingigantito o meno, non sono riuscita a capirlo).
Poi nasce lui, il piccolo Mozart. Viene adorato nella sua famiglia, anche se questo ha vantaggi e svantaggi.
Il padre dimentica il talento prodigioso della maggiore delle figlie e tutta la famiglia parte alla volta di Vienna, Nannerl compresa. Quest'ultima accompagnerà il fratello con il violino per tutta l'infanzia e, sempre secondo il libro, scriverà alcuni dei pezzi attribiuiti a Mozart in seguito.
Poi Nannerl cresce. La bambina bionda e muta di prima si trasforma in un'adolescente ombrosa e continuamente messa in secondo piano rispetto al fratello che, a sua volta non più bambino, inizia a viaggiare anche per l'Italia, lasciando spesso la sorella sola con la madre e con dentro di sé un grande desiderio di affermarsi a sua volta come musicista.
E così Marianne cresce, fra un'amicizia nata per caso ed il primo, vero, sentimento d'amore per un uomo molto più grande di lei. Su tutto, però, il bruciante desiderio di continuare a suonare e di affermarsi nel mondo della musica ed il continuo rinnegare quest'ultima, giurando a se stessa di non suonare mai più e riuscendoci, ma ad un prezzo enorme.
E sullo sfondo la famiglia Mozart. Un padre despota, una madre che forse la comprende, ma che non la sa ascoltare, ed il fratello che si fa sempre più istrionico e conscio del proprio talento. E poi c'è Salisburgo, quella delle nobili affettate e degli arcivescovi desiderosi di dare concerti, che per le donne non ha rispetto né molta ammirazione.
Imprevedibile, dalle scelte spesso assurde e dal carattere decisamente non da "eroina da romanzo", Marianne ci appare prima bambina, poi ragazzina, infine donna.
Donna con i suoi errori, le sue contraddizioni, un passato che le fa male ed un presente che forse è un po' diverso da quello dei suoi sogni.
È la storia di una donna, questo libro. A lieto fine, forse, anche se più che un "lieto fine" io lo considererei un "cerchio che si chiude", e chi legge capirà.
Rita Charbonnier, con un lessico abbastanza ricercato ed uno stile che non annoia mai, ha saputo regalare un romanzo storico e di formazione insieme, parlando di una storia nota, quella di Mozart e di una molto meno nota, quella della sorella, talentuosa quanto lui.
Io lo consiglio. Non è il mio libro preferito e non lo sarà mai, però parla di una passione, una di quelle vere che non si sradicano facilmente da una persona. E di una persona, appunto, che nel corso del libro cresce, cambia, rinnega, ma che coi suoi errori appare molto più umana di certi personaggi troppo perfetti o troppo insipidi di altri libri.
Se proprio dovessi attribuirgli un voto, regalerei un nove pieno. Mi è mancato quello scintillio negli occhi in più, quel mezzo brivido e quella nostalgia dopo averlo finito per attribuirgli un dieci vero.
Ciononostante resta una lettura interessante, coinvolgente e notevole!
Minerva

mercoledì 18 aprile 2012

ieri

Ieri è stata una serata strana, penso.
Una serata bella, fin troppo. Una serata in cui siamo stati una famiglia e c'era chi doveva raccontare e chi ascoltare quei ricordi che da ieri saranno anche un po' miei.
Ieri c'era una Milano fatta di nomi, percorsa in macchina e c'era mio nonno che parlava di ogni via e si dispiaceva dell'assenza delle botteghe che c'erano quando ci viveva lui, a Milano. E ricordava personaggi, negozianti, amici persi di vista oppure che se ne sono andati.
Ieri c'ero io, con le famose mollette tiranti ed il vestito nero. E la mia ossessione che fosse troppo scollato, e continuavo a stringermi il foulard preso in prestito da mia mamma addosso.
Ieri era un toast mangiato in frett'efuria ed un tizio al tavolino accanto che si volta e dice a mia nonna: "Signora, devo proprio dirglielo. Lei è bellissima.", ed io penso che è vero, perché l'età le avrà indurito il carattere, ma bella lo è sempre stata e lo è tutt'ora.
Ieri sono entrata alla Scala col cuore in gola, chissà poi perché. Ho stretto un lembo di tenda fra le dita ed ho pensato che no, non ero pronta per una cosa così... Così come, non lo so.
Ieri è stato sedersi sulle poltroncine e scoprire che eravamo (per puro caso tral'altro) in prima fila ed accostarsi al parapetto appoggiando la mano al mento e sentire gli orchestrali là sotto parlare di pause. Ieri c'era mio papà a spiegarmi di platee, delle differenze fra i vari tipi del palchetto ed a descrivermi la gente che passava, mezzo orgoglioso e forse mezzo commosso, perché lui questa sorta di "iniziazione" alla Scala l'ha vissuta quand'aveva la mia età.
E ieri è stato anche il "oh, cala il sipario..." di mia mamma ed un'ouverture mozartiana che mi ha messo i brividi.
E no, io non sono appassionata della lirica e credo non lo sarò tanto presto. Però sentire lì la magia del canto mi ha fatto salire il cuore in gola.
Ieri c'era un direttore d'orchestra venticinquenne e questa cosa mi ha dato speranza, chissà perché. Sarà che dirigere alla Scala a poco più di vent'anni non è da tutti, ma questo ragazzo che alla fine della serata sembrava stravolto e felice insieme mi ha riempito il cuore di una sorta di speranza. Ecco, lui ha rincorso i suoi sogni e ce l'ha fatta, spero. Almeno voglio credere che sia così, che non siano stati i suoi genitori o qualcun altro a forzarlo.
Ieri è stato reincontrare una coppia di amici dei miei genitori e pensare: "Carino incontrarsi alla SCala...".
E poi è stato crollare mezza addormentata all'ultimo atto sulla spalla di papà, che se non vedi il palco e non hai in mano il libretto dell'opera non capisci poi molto, ed è più difficile.
Ed è stato ritornare di notte, tutti mezzi addormentati con la nonna a criticare i cantanti ed a dire che lei le avrebbe anche cantate meglio, quelle arie d'opera.
Ed oggi ascolto i Rolling Stones e scrivo tutto questo. Che poi Mick Jagger e Mozart siano un mezzo controsenso...
Ma non importa, non importa.
Forse anche andare all'opera a quattordici anni ed avere i brividi è un mezzo controsenso, non lo so. So che ieri è stata una serata bella, tanto.
E ieri c'era la mia famiglia, a volte matta a volt etroppo seria. Scriverò un post su tutti un giorno o l'altro, forse.

Minerva

martedì 17 aprile 2012

racconti pre Scala

Forse se fossi in un romanzo ottocentesco in questo momento guarderei mia mamma con la cipria in faccia ed i pettinini di tartaruga nei capelli. Forse mi avrebbero già fatto i boccoli e tirata a lucido ed aspetteremmo la carrozza.
Forse la nonna oggi indosserebbe alcuni dei "gioielli di famiglia" e li ostenterebbe, da brava signora ottocentesca quale potrebbe essere.
Ma qui siam nel duemiladodici. Io ho le mollette nei capelli che mi fanno molto male e tirano, la frangia bionda che pur di non stare apposto fa qualsiasi cosa ed un vestito ripiegato sul letto in attesa che mi decida a metterlo.
E mia mamma gira per casa con l'I-phone alla ricerca della trama de "le nozze di Figaro", che andiamo a vedere stasera alla Scala.
Tutti insieme, come da rito.
Da quando mia nonna ha sposato mio nonno e lui la portava nel loggione della Scala, insieme a tutti quelli che per vedere l'opera risparmiavano tutto l'anno. E mia nonna che poi non è diventata soprana, er asempre felice di andare all'opera e lo è tutt'ora.
E poi ci si sono aggiunti mio padre, mio zio, mia zia e mia madre, che la prima volta che è andata a vedere Puccini si è addormentata sulla spalla di papà dopo dieci minuti dall'inizio del primo atto.
Ed oggi tocca a me, anche se l'opera l'ho già vista e non alla Scala. Tocca a me ed ho gli occhi luminosi nonostante l'opera non sia la mia passione e non lo sarà mai e nonostante le forcine che stanno trando troppo i capelli.
Vi farò sapere domani come andrà!

Minerva

sabato 7 aprile 2012

cent'anni....

E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento . . .
È l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
(Giovanni Pascoli)

Ieri ho sorriso vedendo sul corriere della sera un articolo che parlava di lui. Qualcuno ha pensato bene di ricordare a me ed a tante altre persone che cent'anni fa (ieri) era morto Pascoli.
Ecco, io mi sono riletta le sue poesie oggi, camminando per questa cittadina francese e pensando alla sua campagna romagnola, ai suoi fiori, al suo "muro" dietro al quale s'isolava. Ed ho voluto ricordarlo così, con queste pochissime righe e questa sua poesia.
Perhché lui è stato il primo poeta italiano di cui io mi sia innamorata davvero, quello che quando il prof di italiano ci ha letto la sua "cavallina storna" sono scoppiata a piangere a dirotto appena uscita dall'aula.
Quello che quando leggevo le sue poesie e la sua paura di "uscire" dal più stretto ambiente familiare lo capivo, lo capivo davvero perché in qualche modo, nel suo modo di scrivere, mi ci sono immedesimata.
Quell'attenzione alle "piccole cose" che mi ha fatto scintillare gli occhi, poi...
Grazie. Perché dove c'è poesia, c'è anche speranza (io devo evitare di coniare queste massime il sabato sera, perché fanno pena, molta).
Minerva