mercoledì 13 giugno 2012

immagini dal ricordo

Lui, del primo giorno di prima media, è l'immagine più nitida che conservo.
Anche più nitida del compagno alto alto e biondo biondo, che mi prendeva in giro per
il mio modo di fare da secchiona, ma che mi voleva bene ugualmente.
Me lo ricordo ancora come se fosse ieri, lui. Che era entrato in classe con una di quelle sue giacche che faranno sempre parte dei miei ricordi di questa scuola media. Tutte giacche uguali, tessuto né leggero né pesante, rigorosamente di tinte diverse: ne ricordo una color sabbia, una verdina e poi c'era la mitica cerata giallo canarino, ma quella con il primo giorno di scuola non c'entra niente.
Era entrato in aula ed io avevo solo saputo stringere da sotto il banco la mano della mia migliore amica, intimorita quanto me da quella nuova scuola per grandi.

l'avevo conosciuto già prima, lui. Era venuto per sapere come funzionavano gli apparecchi di una non vedente e così io, da brava bambina logorroica, gli avevo spiegato tutto ed avevo pensato: "che bravo prof che sarà.".
Ma no, non pensavo che mi avrebbe segnata così.
Il primo giorno di scuola, dicevo.
"Ragazzi, l'italiano è la più bella lingua del mondo perché è nostra. Bisogna essere fieri di avere una propria lingua, qualcosa che ci rende unici eppure uniti ad una parte di mondo.", aveva detto. E noi bambini lì, a chiederci cosa voleva dire.
Io avevo undici anni o quasi e mi sono perdutamente innamorata di questo professore coi capelli da pazzo e gli occhi verdissimi.
Mi piaceva perché sapeva parlare. Era la persona più abile con le parole che avessi mai incontrato e parlava delle parole, della scrittura e dei libri come se contassero davvero tanto. Più del calcio, delle figurine, dei Pokemon.
Mi ha affascinata oltre ogni dire, con quel suo modo di parlare infilando un qualche vocabolo difficile qua e là fra le frasi e parlando di mitologia, poeti e scrittori.

Sì, lui sapeva del "fascino" che esercitava sulla sottoscritta. Ed ora come ora mi ha anche presa in giro, con quel suo modo ironico, ma sempre gentile.

Io, da quel primo giorno di scuola, le sue parole le ho bevute tutte.
Un suo racconto, una sua spiegazione, una di quelle sue citazioni d'altri autori magari un po' modificata per il contesto.
ho iniziato la prima media pregando a livello del tutto conscio di piacere a questo prof. E così è stato, anche se in modo diverso.
Ho iniziato a leggere libri "da grandi", capendo la metà scarsa di quel che c'era scritto solo per il gusto di impressionarlo, di stupirlo. Poi a quei libri mi ci son affezionata davvero e sono diventata una persona migliore grazie a quelle pagine.

"Oh, lo so! Non devo chiamarti Cécile, è che una mia amica si chiama così e devo ricordarti che tu hai la variante italiana del nome. Dio, che impiastro!", e rideva. Ed io scuotevo la testa, rassegnata e tanto divertita già allora.
Quanto mi faceva arrossire, i primi tempi, quando alzavo la mano per rispondere ad una sua domanda ed il complimento migliore che si riceveva da lui era: "Maledetta...".
Poi ho imparato a volergli bene più che come prof, come persona.
Mi aiutava sempre, lui. Chissà quante volte mi sarà venuto in soccorso quando io mi perdevo per i corridoi e col bastone non mi barcamenavo più.
Oppure se ne stava lì, appoggiato alla porta, finché io non sparivo in classe controllando senza parlare che mi andasse tutto bene.
Quante volte è rimasto lì ad aspettare con me che arrivasse mia mamma, con la sigaretta in mano e due parole gentili nei miei confronti? Ed io roteavo il bastone bianco per terra e non sapevo cosa rispondergli di preciso, così mi buttavo sull'ironia perché era l'unico modo.
Poi sono cresciuta io, chihssà come.
Ho iniziato a leggere davvero tanto sviluppando un gusto diverso dal suo, a volte.
Ma appena citava un libro correvo (e corro tutt'ora) a casa e lo cercavo in audiolibro, sperando di trovarlo.
E poi lo leggevo e non gli dicevo mai niente finché non lo ricitava e ne parlavamo assieme e mi diceva sempre: "Tu succhi il midollo delle cose, lo sai?".
Ed è stato così ed è ancora per quattro anni.
Tante parole scritte e dette, ecco quello che ha regolato il nostro rapporto da subito.
Io nei miei temi riuscivo a mettere me stessa e lui me li restituiva con un voto tipo "11/10" ed io, da brava scema, a chiedergli se fosse un errore o meno e lui mi sorrideva e diceva sempre: "scusami, io sono fatto così..." ed a me non restava che alzare metaforicamente gli occhi al cielo.
Lui c'è sempre stata, come figura di riferimento.
Anche quando i compagni facevano insinuazioni alla cavolo sulla cecità, lui mi diceva sempre in un soffio: "aspettali al varco, tu.".
E poi mi prendeva in giro, sempre e tanto.
" Io non ti sto dando una mano per nessuna buona ragione. Io ti aiuto ad attraversare la strada così la gente che passa pensa che sono un bravo docente ad aiutarti. Difatti, appena non passa più nessuno ti lascio qui da sola...". Ed allora io mollavo il suo braccio ed insistevo per fare tutto da sola, arrabbiata come solo un'orgogliosa sa essere.
"Vieni qui, valà. Non voglio avere la responsabilità di vederti investita, sai com'è."
Ogni ora di italiano è stata illuminata da una luce tutta sua, un po' assurda, un po' speciale.
E domani sarà l'ultima. Gli ultimi cinquanta minuti di italiano della mia vita, almeno con lui.
Domani so che ci stupirà, a suo modo. Una poesia, una frase, un mezzo augurio per il futuro.
Lo so perché non ha mai deluso le mie aspettative. Come so anche che domani avrò un nodo alla gola e le lacrime agli occhi.
Piangerò perché questi quattro anni, con la mia ultima lezione di italiano, sono ufficialmente finiti.
Vi racconterò domani di come è stata quest'ultima lezione, questa "tappa finale" del percorso che sono stati questi quattro anni.
Mi dispiace per il post lungo, forse "smielato" e forse non aadatto ad un blog. Ma davvero, è importante.
Minerva

sabato 2 giugno 2012

berlino

Non lo so, se questo post sarà l'unico su questa gita.
Non so se avrò voglia di scrivere qualcos'altro su questi quattro giorni tedeschi, che sono stati assurdi quanto esilaranti.
Perché solo a noi poteva capitare di veir derubati in albergo, con quattro porte scassinate con gli attaccapanni e borsellini ben svuotati. E solo al mio prof di mate poteva capitare di perdere la carta di credito nel distributore di bevande e ritrovarla tre giorni dopo.
Berlino non l'ho vista, non davvero. Ho girato per musei, ma l'essenza di questa città non sono riuscita a coglierla. Ci ho camminato dentro tanto, ma troppo in fretta. Fretta di raggiungere il prossimo museo, l'albergo, il ristorante.
E mi dispiace. Mi dispiace perché coi miei genitori invece ho sempre vagato qua e là per le città, respirando aromi diversi e facendomi descrivere tante cose.
Mi rendo conto che con una classe, girovagare per una città è una cosa un tantino inconcepibile.

Della capitale tedesca mi resteranno tante impressioni confuse e slegate.
Il sassofonista ed il chitarrista infilatisi nella metropolitana alle nove del mattino e che si sono messi ad improvvisare una sorta di jazz. Mi piacciono i musicisti di strada, soprattutto quelli bravi. E questi due ragazzi che si sono messi a suonare mi hanno trasmesso un senso di calore e di appartenenza unico. Come se anch'io fossi una di loro.
Mi ricorderò per sempre degli uccelli che l'altro giorno cinguettavano allegri nell'ex campo di concentramento. Uccellini cinguettanti in un luogo di morte ed orrore sono un ossimoro troppo nauseante che mi ha fatto venire le lacrime agli occhi molto più delle baracche dai lettini stretti e delle docce.
Chissà dov'erano gli uccelli, in quei giorni di ormai settant'anni fa. Nascosti, appollaiati fra i rami di un albero per paura di essere sfiorati da uno sparo non destinato a loro oppure avevano preso il volo prima, ed a differenza delle persone si sono salvati.
Non dimenticherò tanto facilmente la sera in cui ci hanno derubati. Tutti lì, assiepati nel corridoio dell'albergo chi seduto per terra, chi a torcersi i capelli, chi ha chiamare i genitori con gli occhi lucii. Ed io a ridere dentro di me come una scema, perché nonostante fossi stata derubata vedevo un lato esilarante nella situazione che a quanto pare, però, vedevo solo io.
Berlino ha in sé un pezzo di storia contemporanea enorme: dal nazismo, alla Germania divisa.
Ho visto lo stesso orrore nelle prigioni della Stasi e nei campi di concentramento. E dire che erano persone di regimi politici opposti.
Berlino è quell'enorme monumento commemorativo dell'olocausto. Tanti blocchi di marmo disposti a formare un labirinto, tutti di altezze diverse per sottolineare la diversità di ogni uomo. Mentre camminavo in mezzo a quei blocchi di marmo e ci sbattevo contro col bastone pensavo al senso di colpa che ha roso molti tedeschi per anni e che, credo, si portano addosso ancora oggi.
Poi ci sono quelli che o non se ne curano, oppure non se ne vergognano. Ma in quel momento, camminando fra i blocchi di pietra, non importava.
Berlino profuma di questa storia recente che ha lasciato troppe ferite aperte e che non si rimargineranno mai del tutto.
Sono stati quattro giorni sfibranti. Quattro giorni di camminate lunghissime e di percorsi con la metropolitana sbagliati (se ho un insegnante imbranato non è mica colpa mia), di panini improponibili lasciati a metà e di figuracce con il tedesco, che parlo male.
E poi c'era la classe: gli scherzi tipici delle gite, l'ansia perché una mia compagna fumava in camera e "se la scoprono io finisco nella cacca, ma l'idea di fare la spia mi fa schifo", le cavolate dette e fatte dal mio professore di matematica, che è un tesoro, ma credo che Paolo Villaggio sarebbe entusiasta di trarre ispirazione per un secondo Fantozzi da tutto quello che combina.
Sono stati gli ultimi giorni di quarta media, più o meno. Oramai mancano due settimane e poi la scuola sarà finita. Rimpianti, sollievo, nostalgia.
Ma questa è un'altra storia, davvero.
Minerva