domenica 20 ottobre 2013

toc toc...

l'informatica mi ha tradita Ancora una volta, facendo semplicemente evaporare il mio account blogger. No, non ce la facevo, a creare un nuovo blog. Ho provato a farlo, a creare una specie di "l'occhio non vuole la sua parte 2", o qualcosa del genere. Ma è rimasto lì, vuoto, perché io a questo blog tengo tanto, e riprenderlo da capo faceva troppo effetto. Ora sono qui. Nel pieno di un altro anno di scuola, con un'estate da raccontare, tante recensioni di libri da scrivere, un viaggio fra Danimarca e Svezia di cui parlare e un'infinità di blog da riprendere a commentare. Non ho mai smesso di leggere, ma neppure a commentare. Quindi eccomi qui, e fa strano anche a me perché pensavo davvero di aver perso le speranze di poter scrivere di nuovo. Il tempo è quello che è, adesso. Ho un'infinità di verifiche e interrogazioni, di compiti, di cose da ripassare e di esercizi di trigonometria su cui rompermi la testa (al momento seni, coseni e compagnia sono il mio incubo personale). Devo ritornare a scrivere. Sento l'esigenza di farlo. Forse questo silenzio forzato ha fatto bene a me come blogger, come persona, non lo so. So che devo riprendere a far funzionare la tastiera, a farla ticchettare, a raccontare di quello che mi circonda o di quello che leggo, perché ho passato un'estate immersa nei libri, e alcuni di questi mi hanno tolto il fiato, e non posso fare a meno di parlarne. Raccontare di come i miei nonni sembrino invecchiare ogni giorno, adesso, di come mio nonno a quasi novant'anni abbia obbligato la nonna a vestirsi di tutto punto, truccandosi e mettendosi i gioielli, solo per uscire a fare una passeggiata, perché voleva vederla così, non sopportando di averla sempre in giro per casa con una tuta e l'aria apatica di chi non può più condurre la vita attiva che aveva sempre fatto. Raccontare di due concerti, quello di Bruce Springsteen a giugno che mi ha letteralmente tolto il respiro e quello di Bob Dylan, che andrò a vedere a Novembre, perché lui è l'eroe dell'adolescenza di mio padre e anche un po' il mio, con quella voce assurda e le parole delle sue canzoni che nonostante siano state scritte cinquant'anni fa, sono sempre troppo fantastiche per poter essere ignorate. E io ci sono, adesso. Sarà dura tenere vivo il blog, raccontare di tutti questi mesi di assenza e non smettere di scrivere per mancanza di tempo o pigrizia, ma.. posso, devo, voglio farcela. A presto, spero MInerva

domenica 21 aprile 2013

temporale

C’è un temporale assurdo, fuori. Randine, tuoni, lampi, pioggia che sembra non finire mai. E dire che io giro in maniche corte da giorni, con la felpa pronta per ogni evenienza, ma l’ho usata ben di rado. E mi viene in mente la poesia di Pascoli, quella sul temporale. Il temporale le cose le arruffa, le spettina, e a me piace. È un mese sonnolento, pigro, piuttosto caldo. Quest’aprile che sta letteralmente volando e non faccio a tempo a mettere in ordine i pensieri ed ecco che un altro mese è volato ancora, di nuovo. Manca una cinquantina di giorni scarsi alla fine della scuola. E questo primo anno di liceo è volato in maniera incredibile. La scuola, i compiti, i libri, qualche uscita con le amiche. E il tempo di scrivere non c’è, e io non è che mi stia sforzando più di tanto per trovarlo. Sono felice e triste insieme, ultimamente. Così leggera in certi momenti e così malinconica in altri, che a volte mi faccio paura da sola. Ci sono stati tre giorni di autogestione, al liceo. Tre giorni organizzati interamente dai ragazzi, in cui si poteva assistere a conferenze, seminari, fare attività di ogni genere. Delle conferenze sono stata entusiasta, dell’organizzazione no. E dei miei compagni che non sono venuti l’ultimo giorno neanche, perché è stupido saltare queste cose, e poi dire che i giovani dovrebbero avere più spazio. però per tre giorni ho fatto la scuola come la volevo. Senza matematica e senza numeri, con conferenze su quelle cose che a me piacciono e che a una quindicenne normale solitamente non interessano, purtroppo. E mi sono trovata il martedì mattina in un aula con gente dell’ultimo anno di liceo e basta, aggrappata alla mia sedia sentendomi un po’ cretina un po’ smarrita, ad ascoltare il mio professore di latino parlare di mitologia. Ed è stato emozionante, tanto. A me la Grecia è sempre piaciuta, i suoi miti, le sue guerre, i suoi eroi anche. E ritrovarmi nel mondo popolato da dei e filosofi è stata la cosa più bella del mondo, per due ore. E me ne stavo lì, seduta, col bastone bianco ripiegato sulle ginocchia ad ascoltare lui, che è il professore di latino migliore del mondo perché ha una cultura incredibile eppure è una persona tanto umile e gentile da far sembrare tutte le sue conoscenze inezie. E quando è finita, quella conferenza che a me ha fatto brillare gli occhi, ho applaudito più forte che potevo. E poi gliel’ho detto: “Professore, è stata stupenda”. Io non le dico e non le faccio mai, certe cose. un po’ perché sono timida, nonostante tutto, e un po’ perché di far complimenti così ad un insegnante non mi va più di tanto. Però questa volta dovevo farlo. Lo sentivo. L’ho detto così, senza ironia né mezzi termini, perché era l’unica cosa che dovevo dire. E quest’autogestione mi ha fatto conoscere la frenesia di un liceo in movimento, e l’atrio che si è trasformato in una specie di giardino con panchine, parco e chiosco per gelati e cibo e fuori dei ragazzi suonavano musica su un palco improvvisato e poco importava che le canzoni non mi piacevano molto, era sempre musica. E poi ho veramente ascoltato qualsiasi conferenza, in questi tre giorni. Una sulla guerra nei paesi slavi che mi ha allucinata, un’altra sull’autismo che dio, se mi ha messo un nodo alla gola, e poi un’altra, sulla scrittura creativa, e volendo fare la scrittrice ero contenta perché per una volta a scuola si parlava di quello che adoro fare. E poi non lo so, l’atmosfera, un liceo che si anima di musica, di gente, e certa gente che ci dormiva addirittura dentro. E sono restata con le mie compagne sul prato a parlare tutta la sera, e poi abbiamo visto (sempre a scuola) un film osceno, del quale non ho capito niente. Però alla fine di quella giornata interminabile, in cui ero stata a scuola dalle nove del mattino alle undici di sera ero contenta, tanto, di tornare a casa e gli altri due giorni di autogestione sono tornata presto a casa, perché preferivo studiare. Non lo so, sono fatta così. Un momento voglio passare le mie giornate fuori, cercando di godermi meglio che posso tante atmosfere diverse, l’altro mi rintano nella mia camera, con i miei libri e le cose per scuola, perché ho sempre fatto così. E poi la scuola è ripresa normalmente. Tolte le decorazioni, gli striscioni, le bancarelle piene di torte fatte dalle sante mamme che preparano queste cose anche per i figli che non sono più teneri frugoletti. E a me va bene così, che la quotidianità fatta di lezioni, compiti, interrogazioni e verifiche riprenda perché mi è congeniale, e non sono una di quelle che odia la scuola né niente. Ed è arrivata la primavera, stavolta davvero. È esplosa con questo caldo quasi estivo, e un temporale altrettanto fuori programma che ha squassato l’ordine delle cose ed è bellissimo, davvero, stare a sentire la pioggia. È da quando sono piccola che apro le finestre quando c’è il temporale. Lo faccio da quando andavo d’estate dalla nonna che abitava in una casa in campagna e la sera, quando arrivavano quegli acquazzoni veloci tipici dell’estate, apriva la finestra e a me sembrava di sentire il mondo muoversi, e mi rifugiavo sotto le coperte solo un filino impaurita, ma elettrizzata da quell’atmosfera lì, di cose in fermento. E mia nonna mi leggeva le fiabe, e io non mi addormentavo mai, perché ascoltare la pioggia era troppo bello. E ora mi ritrovo qui, ad ascoltarla un’altra volta, nella mia camera, senza altri rumori se non le gocce di pioggia e il ticchettio ovattato dei tasti.

giovedì 14 marzo 2013

un filo di fumo

Un filo di fumo pseudobianco, che poi proprio un filo non era, e poi le campane, e la gente che si telefona (e io continuo a non vedere il senso della gente che si chiama l’un l’altra per l’avvento del nuovo papa). E poi il correre dal tavolo alla televisione per vedere s’è successo qualcosa, se questo papa ha un volto o è ancora nell’ombra, e sentire i tremila commenti di altrettanti giornalisti che stavolta, con un velo di soddisfazione da parte mia, non ci hanno azzeccato, nossignore. Ho assistito all’avvento del nuovo papa con l’improvvisa certezza che questo sarà il primo papa che conoscerò davvero. Quand’è stato eletto Benedetto XVI ero troppo piccola, e benché la morte di Giovanni Paolo II abbia sconvolto me e i miei sette anni e pochi mesi, del papa tedesco, chiaramente, ricordo poco se non le clamorose dimissioni su cui ho riflettuto tanto, troppo, senza tirare grandi conclusioni. Questo papa sarà il primo sul quale rifletterò davvero, e sul quale ho riflettuto ieri sera. Perché quand’è salito sul balcone e in quell’italiano stentato ha pronunciato le sue prime parole, l’unica cosa che ho pensato era che quest’uomo in Dio ci credeva. Non che gli altri non ci credano, però la forza di questo papa argentino sarà la preghiera e la fede. E quand’ha recitato il padre nostro scandendo male le parole, e inciampando clamorosamente sulla parola “quotidiano”, ho capito che quest’uomo si era guadagnato la simpatia di tanta gente. Con pochi gesti essenziali ha cambiato qualcosa, di questo sono certa. Il primo papa non europeo da milleduecento anni, il primo Gesuita, il primo Francesco. Ma non è questo, no. Era il ruggito della folla a san Pietro, che mi ha fatto pensare ai concerti rock e allo stesso tempo il silenzio improvviso calato poco dopo. è il “buona sera”, è il chiedere ancora una volta il microfono per poter dire ai suoi fedeli un’ultima cosa ancora. Poi ho letto. Mi sono informata, per quanto possibile, e un po’ le mie speranze si sono smorzate. Perché il suo rapporto con la dittatura argentina è sempre stato controverso, con gli omosessuali ancor di più. E perciò ci sono luci e ci sono ombre e io cerco di farmi la mia idea. Di questa fumata bianca – la prima che ricordo nitidamente – ricorderò l’attesa. Quell’attesa un po’ eccitata un po’ incredula che ci ha contagiati tutti, volenti o nolenti. Coi miei genitori che giravano per casa, perché dovevano uscire eppure volevano sapere il nome del papa e con me che stavo scrivendo una mail a mia nonna e quand’ho saputo della fumata bianca ho continuato a scrivere e ho scritto – in maniera involontaria – a caldo le impressioni su questo evento. Ho atteso il nuovo papa con un po’ di cinismo, per quanto una come me possa provarne. Perché temevo che ad affacciarsi sul balcone sarebbe stato un cardinale ben pasciuto, che avrebbe fatto un discorso più freddo, ecco. No, non è stato eletto un nero, o un papa disabile (che sarebbe il mio sogno, ma forse è davvero troppo presto), però quand’è comparso questo papa argentino sono stata contenta, nonostante io, mio fratello e L. abbiamo chiesto, all’unisono: “Ma chi è questo?”, perché nessuno in famiglia l’aveva mai sentito nominare. È una pagina di storia, l’ennesima di una lunga serie. Anche se forse le dimissioni del papa sono state ancor più epocali ed eclatanti, e sono stata fiera, a modo mio, di aver vissuto questa svolta nuova. E adesso aspettiamo. Aspettiamo il nuovo papa, che ora ha un volto e un nome, ed è una persona, non un’entità astratta. La mia idea, in sostanza, è che cambierà poco, nonostante tutto. Poco per quel che riguarda le questioni spinose davanti alle quali la chiesa si è sempre opposta, dall’aborto ai matrimoni fra omosessuali. Però lui è un papa buono, tanto, e di questo sono convinta. Perché magari non cambierà niente, non davvero, però per ora sono contenta che le cose siano andate così e in cuor mio so che succederà qualcosa. Baci Minerva

sabato 19 gennaio 2013

giorni di neve

Io non ho mai amato le gite. Ho sempre avuto un rapporto complicato col dormire fuori casa, con la nostalgia e con tutte quelle sensazioni che le gite, o le colonie o qualsiasi altra cosa del genere comporta. È così fin da quando da bambina andai tre giorni in montagna con la scuola. Piansi e piansi, e giunsi a provocarmi il vomito e vomitai sulla mia migliore amica addormentata. Non lo feci apposta, per farmi portare a casa, bensì ero talmente nervosa e a gitata da star male. Mi riportarono a casa la mattina dopo, e da allora non ho più apprezzato le gite, per tremila motivi. Anche quando stavo con le mie amiche e all’apparenza ero la più serena delle bambine, dentro dovevo stare molto attenta a non immalinconirmi, a non farmi venire il magone né niente. Così è stato anche quando, cresciuta, sono andata via di casa l’estate. L’esperienza in Svizzera francese (di cui ho parlato in svariati post quasi tre anni fa) mi ha traumatizzata non poco, e così le due settimane quest’anno col gruppo di non vedenti. Quando sono partita questa settimana a sciare, non so perché, ero convinta che sarei stata serena, allegra, spensierata e che la nostalgia di casa non mi avrebbe neppure sfiorata. Non è stato così, purtroppo. Mi sono divertita, sono stata con le mie amiche, ho fatto un sacco di cose (fra cui schiantarmi non poche volte sciando, ma sono dettagli), eppure quella sensazione di spaesamento e nostalgia c’era sempre, in sottofondo. L’unico modo per vincere questa sensazione era cercare di stare il più possibile in mezzo alla gente ed evitare di pensare a qualsiasi cosa. E se i brutti pensieri capitavano, esorcizzavo tutto con libri o musica. Questa gita è stata così, l’ho vissuta con l’ansia di non immalinconirmi e il desiderio che il tempo passasse il più in fretta possibile. Ci sono stati tanti bei momenti. Una passeggiata interminabile fra quei paesaggi svizzeri da cartolina, con le case tutte uguali ammantate di neve e a tenerci compagnia giusto qualche cane con padrone al seguito. Momenti pieni di quel silenzio incantato che solo la neve sa dare. C’è stata la sera in cui V. non stava bene e non voleva uscire, e siamo restate insieme sul suo letto a parlare di tutto, con me che le criticavo i suoi gusti musicali osceni e lei rideva senza prendersela più di tanto. E abbiamo parlato di libri, tanto, forse troppo per due ragazzine di quindici anni, con Elvis di sottofondo che gridava la sua “burning love”. E noi che parlavamo ininterrottamente, perché V. è l’unica fra le mie amiche con cui non ho paura che si vengano a creare silenzi imbarazzanti né niente di tutto questo. C’è stata una scorpacciata eeenorme di meringhe con la panna e il gelato, che se riuscissi a postare le foto fatte da una mia compagna le metterei volentieri, giusto per rendere l’idea. E goffa come sono la panna l’avevo fin nei capelli, e ridevo istericamente ad ogni macchia che si veniva a creare sulla mia felpa. E quelle meringhe lì le abbiamo mangiate tutti insieme, io e tutti i maschi della mia classe perché sono l’unica femmina che in certe circostanze mangia da far schifo. E io dei miei compagni maschi non ho un’alta opinione, non mi convincono granché, ma ci siamo divertiti, con me che li centravo con delle cucchiaiate di panna in maniera del tutto involontaria e a un certo punto li ho costretti a mangiare tutti ad occhi chiusi per maggiore empatia nei miei confronti, e il tavolo è diventato un porcile. Ci sono stati momenti meno belli, questo è vero. La seconda discoteca dellamia vita, con la musica orribile che mi rimbombava e scoppiava nella testa, e sono restata sul divano con un’aria decisamente spaesata, dato che non riuscivo a parlare alle mie compagne né capivo dove fossero. Però fa niente, va bene così. Ci sono tanti, tantissimi fotogrammi. Alcuni belli, altri un po’ meno. Mi ricorderò sopra tutto questo le iniziali mie, di V. e di A. scritte nella neve per scherzo coi bastoni da sci. L’ho proposto io, pensando a quelle scene dei film in cui le amiche incidono le loro iniziali da qualche parte. Ridendo si quanto fosse patetica l’idea l’abbiamo fatto, senza aggiungerci né un cuore né niente, perché andava bene così perché, nonostante tutto, non volevamo risultare troppo stereotipate. Ed alla fine c’erano C., V. e A. disegnate nella neve, che poi poco dopo ha cominciato a nevicare ed è scomparso tutto, ma un ricordo buffo e bello insieme certo che rimarrà. E poi la nostra camera. £Quella dove io e le mie compagne dormivamo in cinque, senza bagno, con solo una doccia senza tende, e ogni volta che entravamo in bagno dicevamo che non vedevamo l’ora di tornare a casa solo per avere la porta del gabinetto, e ridevamo come dementi perché davvero, abbiamo inondato la camera tante, troppe volte. Ch’era un campo profughi, la nostra stanza, con i vestiti ovunque e una caterva di cibo, dato che i pasti facevano letteralmente schifo (non che io non finissi tutto quel che c’era nel piatto, of course) e allora alla coop ci siamo rifornite di schifezze e avremmo potuto metter su davvero un negozio. È stata una bella gita, ricca di momenti in cui sono cresciuta, anche se a volte lo sconforto mi ha presa. La nostalgia di casa è una delle cose che mi dà più fastidio nel mio carattere, fin da quando sono bambina. Devo migliorarmi assolutamente anche perché voglio viaggiare, io, e sogno da sempre di vivere lontana da casa. Beh, ecco, ci ho provato. Ho provato a raccontare le sensazioni di questi cinque giorni di neve, dei colori e delle sfumature di questa mia gita, e spero di esserci riuscita, ecco. Baci Minerva

mercoledì 2 gennaio 2013

2012... 2013

Il 2012 è stato un anno di fini, e di nuovi inizi. L’inizio del liceo, di un’infinità di piccole cose nuove, di una nuova classe, nuove materie, nuovi professori. Di un’atmosfera del tutto nuova, anche. E la fine delle medie, con quel nodo alla gola per i miei mitici insegnanti (che alle medie, per via dei miei professori ci ho lasciato il cuore), ma con un grande sollievo perché davvero, la mia classe non la sopportavo più e adesso sono così felice. È stato un anno ricco di tante cose. Un anno ricco di prime volte, anche. E il 31 dicembre si è concluso con un’altra, di prima volta: la discoteca. Che mi ha traumatizzata non poco, ok, dato che la musica faceva tremendamente schifo e il frastuono mi ha stordita, però è stato bello fare anche quest’esperienza, nonostante tutto. È stato un anno di quelli che non metterò mai fra la lista degli anni così così. Un anno ricco di musica, in primis, dato che il mio amore per questa è finalmente sbocciato in tanti, tantissimi, cd scaricati in maniera più o meno illegale. È stato l’anno delle prime delusioni dal punto di vista scolastico, l’anno in cui ho voluto ricominciare da capo dato che il 2011 mi aveva lasciata con l’amaro in bocca, l’anno in cui ho ripreso a scrivere il diario e il blog, l’anno in cui ho conosciuto le prime vere amiche. È stato un anno importante, sì, nonostante non mi sia sposata, non abbia avuto figli né niente (a parte il fatto che a quindici anni è un tantino presto). La mezzanotte l’ho aspettata sommersa dal baccano, in discoteca, stringendo forte la mano di una mia amica nel timore di essere travolta dalla gente. Quando la musica per qualche secondo si è abbassata e il tipo (credo fosse un deejay, ma non lo so) ha gridato “Buon anno”, avevo un’aria seriamente ebete e disorientata (no, non avevo assunto nessuna sostanza stupefacente, è che a me la musica troppo forte stordisce non poco). Prima della mezzanotte ripercorro, nella maniera più rapida possibile, i momenti salienti del 2012. E mi sono venute in mente tante cose. Mi è venuto in mente l’ultimo giorno di medie, quando ho abbracciato il mio professore di italiano ed avevamo entrambi gli occhi lucidi. Mi è venuta in mente la gita a Berlino, quando ci hanno derubato in maniera epica e anche gli uccellini del campo di concentramento, che forse sono l’immagine più assurda e bella che conservo di Berlino. Poi mi rivedo a cullare un bambino cieco, che in teoria doveva avere undici anni e che in realtà mentalmente e fisicamente ne aveva quattro, mentre gli ripetevo in continuazione che, prima o poi, la sua mamma sarebbe venuta a prenderlo dato che ci trovavamo in colonia e lui piangeva sempre e perdeva un sacco di bava, e io l’avevo sempre in braccio, dato che non sapevo cosa fare e il mio unico divertimento era ninnarlo e coccolarlo. Mi sono rivista poi il primo giorno di liceo, a mordermi il labbro e a scendere la stradina in discesa che portava a scuola, coi capelli sciolti e l’aria tentennante. E poi da quella porta di vetro sono entrata, e il mio primo pensiero davanti a tutto quel frastuono è stato: “Oddio, e adesso?”, e poi piano piano ce l’ho fatta anch’io. E mi sono rivista in lacrime davanti al professore di tedesco e alle sue frasi bastarde, che mi mordevo il labbro per non scoppiare in singhiozzi, non davanti a lui. E dopo mi è venuto in mente che alla fine gli ho risposto non male, ma ho ribattuto ad una delle sue uscite. Del 2012 ho una foto che ritrae me e una mia amica davanti ad una torta di compleanno, circondate dalle nostre compagne di classe che ci festeggiavano. Una di quelle foto fatte col cellulare da una mia compagna, che mi ha mandato e ho lì, anche se non posso vederla, mi ritrae finalmente serena in mezzo a delle ragazzine della mia età perché davvero, così tranquilla e contenta con delle compagne non lo sono mai stata. E da questo 2013, cosa mi aspetto? Non lo so. Mi aspetto di sopravvivere alla prima liceo, di consolidare le amicizie che ho già e di trovarne altre, di crescere un po’, insomma. Voglio leggere il più possibile e non abbandonarla, la mia passione per i libri, perché è una di quelle cose che vorrei mi accompagni sempre, nonostante a volte infilo i libri in ritagli di tempo improbabili. Voglio andare a vedere Springsteen e andrò, difatti, perché il mio regalo di Natale è stato questo, trovarmi il biglietto per il suo concerto sotto l’albero. E lo so già che alle note di “the river” io e il papà ci commuoveremo a non finire, e che cercherò di cantare “born to run” col mio inglese improbabile e dalla pronuncia di una dei bassifondi di una cittadina meridionale (è una metafora coniata da mia mamma, io non c’entro niente). E di scrivere, certo. Il diario, il blog, qualche storia. Se non scrivo, mi perdo sempre un po’, e poi diventa difficile ritrovare le parole. Buon anno a tutti voi, e spero continuiate sempre a scrivere, perché sono dannatamente affezionata a tutti i vostri blog, anche se a volte leggo un po’ a spizzichi e bocconi. Baci Minerva