domenica 21 aprile 2013

temporale

C’è un temporale assurdo, fuori. Randine, tuoni, lampi, pioggia che sembra non finire mai. E dire che io giro in maniche corte da giorni, con la felpa pronta per ogni evenienza, ma l’ho usata ben di rado. E mi viene in mente la poesia di Pascoli, quella sul temporale. Il temporale le cose le arruffa, le spettina, e a me piace. È un mese sonnolento, pigro, piuttosto caldo. Quest’aprile che sta letteralmente volando e non faccio a tempo a mettere in ordine i pensieri ed ecco che un altro mese è volato ancora, di nuovo. Manca una cinquantina di giorni scarsi alla fine della scuola. E questo primo anno di liceo è volato in maniera incredibile. La scuola, i compiti, i libri, qualche uscita con le amiche. E il tempo di scrivere non c’è, e io non è che mi stia sforzando più di tanto per trovarlo. Sono felice e triste insieme, ultimamente. Così leggera in certi momenti e così malinconica in altri, che a volte mi faccio paura da sola. Ci sono stati tre giorni di autogestione, al liceo. Tre giorni organizzati interamente dai ragazzi, in cui si poteva assistere a conferenze, seminari, fare attività di ogni genere. Delle conferenze sono stata entusiasta, dell’organizzazione no. E dei miei compagni che non sono venuti l’ultimo giorno neanche, perché è stupido saltare queste cose, e poi dire che i giovani dovrebbero avere più spazio. però per tre giorni ho fatto la scuola come la volevo. Senza matematica e senza numeri, con conferenze su quelle cose che a me piacciono e che a una quindicenne normale solitamente non interessano, purtroppo. E mi sono trovata il martedì mattina in un aula con gente dell’ultimo anno di liceo e basta, aggrappata alla mia sedia sentendomi un po’ cretina un po’ smarrita, ad ascoltare il mio professore di latino parlare di mitologia. Ed è stato emozionante, tanto. A me la Grecia è sempre piaciuta, i suoi miti, le sue guerre, i suoi eroi anche. E ritrovarmi nel mondo popolato da dei e filosofi è stata la cosa più bella del mondo, per due ore. E me ne stavo lì, seduta, col bastone bianco ripiegato sulle ginocchia ad ascoltare lui, che è il professore di latino migliore del mondo perché ha una cultura incredibile eppure è una persona tanto umile e gentile da far sembrare tutte le sue conoscenze inezie. E quando è finita, quella conferenza che a me ha fatto brillare gli occhi, ho applaudito più forte che potevo. E poi gliel’ho detto: “Professore, è stata stupenda”. Io non le dico e non le faccio mai, certe cose. un po’ perché sono timida, nonostante tutto, e un po’ perché di far complimenti così ad un insegnante non mi va più di tanto. Però questa volta dovevo farlo. Lo sentivo. L’ho detto così, senza ironia né mezzi termini, perché era l’unica cosa che dovevo dire. E quest’autogestione mi ha fatto conoscere la frenesia di un liceo in movimento, e l’atrio che si è trasformato in una specie di giardino con panchine, parco e chiosco per gelati e cibo e fuori dei ragazzi suonavano musica su un palco improvvisato e poco importava che le canzoni non mi piacevano molto, era sempre musica. E poi ho veramente ascoltato qualsiasi conferenza, in questi tre giorni. Una sulla guerra nei paesi slavi che mi ha allucinata, un’altra sull’autismo che dio, se mi ha messo un nodo alla gola, e poi un’altra, sulla scrittura creativa, e volendo fare la scrittrice ero contenta perché per una volta a scuola si parlava di quello che adoro fare. E poi non lo so, l’atmosfera, un liceo che si anima di musica, di gente, e certa gente che ci dormiva addirittura dentro. E sono restata con le mie compagne sul prato a parlare tutta la sera, e poi abbiamo visto (sempre a scuola) un film osceno, del quale non ho capito niente. Però alla fine di quella giornata interminabile, in cui ero stata a scuola dalle nove del mattino alle undici di sera ero contenta, tanto, di tornare a casa e gli altri due giorni di autogestione sono tornata presto a casa, perché preferivo studiare. Non lo so, sono fatta così. Un momento voglio passare le mie giornate fuori, cercando di godermi meglio che posso tante atmosfere diverse, l’altro mi rintano nella mia camera, con i miei libri e le cose per scuola, perché ho sempre fatto così. E poi la scuola è ripresa normalmente. Tolte le decorazioni, gli striscioni, le bancarelle piene di torte fatte dalle sante mamme che preparano queste cose anche per i figli che non sono più teneri frugoletti. E a me va bene così, che la quotidianità fatta di lezioni, compiti, interrogazioni e verifiche riprenda perché mi è congeniale, e non sono una di quelle che odia la scuola né niente. Ed è arrivata la primavera, stavolta davvero. È esplosa con questo caldo quasi estivo, e un temporale altrettanto fuori programma che ha squassato l’ordine delle cose ed è bellissimo, davvero, stare a sentire la pioggia. È da quando sono piccola che apro le finestre quando c’è il temporale. Lo faccio da quando andavo d’estate dalla nonna che abitava in una casa in campagna e la sera, quando arrivavano quegli acquazzoni veloci tipici dell’estate, apriva la finestra e a me sembrava di sentire il mondo muoversi, e mi rifugiavo sotto le coperte solo un filino impaurita, ma elettrizzata da quell’atmosfera lì, di cose in fermento. E mia nonna mi leggeva le fiabe, e io non mi addormentavo mai, perché ascoltare la pioggia era troppo bello. E ora mi ritrovo qui, ad ascoltarla un’altra volta, nella mia camera, senza altri rumori se non le gocce di pioggia e il ticchettio ovattato dei tasti.