lunedì 29 dicembre 2014

last christmas

È stato un Natale ricco di tante cose. Di cibo, di calore, di chiacchere che mi hanno quasi stordita.
Certo, ci sono stati anche dei momenti terrificanti, come per esempio i miei genitori che hanno avuto la brillantissima idea di fare la litigata del secolo in macchina, la mattina di Natale, quando eravamo tutti diretti verso il paesino in mezzo al nulla in cui vivono i miei nonni materni. Ho davvero temuto il peggio, perché entrambi stavano facendo del loro meglio per rivangare avvenimenti passati, rispolverare vecchi rancori e dimenticare che, cavolo, era la mattina di Natale.
Parentesi funesta a parte, è andato tutto bene. C'è stato un cenone della vigilia diverso, con la presenza di quell'elfo gentile che è la mia insegnante di sostegno da innumerevoli anni e del suo compagno che con quel marcato accento milanese mi ha fatto ridere tutta la sera. Ho fatto qualcosa anche io, quest'annno, cercando di far conoscere questi due invitati insoliti alla mia famiglia che, a dispetto delle mie previsioni, li ha apprezzati e la nonna si è ritrovata a parlare con la mia insegnante in tedesco, mentre il nonno ha rievocato con nostalgia la sua Milano fatta di pasticcerie, di sale da ballo e di vie di cui ancora lui ricorda l'esatta posizione.
E ci sono stati i canti, compresa la mia adorata Stille Nacht, che non è astro del ciel;  la canzone originale è in tedesco, e io non mi stancherò mai di ribadirlo anche se non gliene frega niente a nessuno.
E c'è stata una messa di mezzanotte angosciante, in una chiesa piena di spifferi, con il prete che ripeteva luce ogni tre parole e a me veniva pure da ridere ogni volta che lo diceva, e nel frattempo cascavo dal sonno perché, si sa, i diciassettenni normali mica fanno le ore piccole.
Il 25 è stata una corsa, con nel mezzo la litigata epica dei miei genitori, ma poi ci siamo ingozzati molto angelicamente dagli altri nonni, anche se io avevo ancora lo sguardo spiritato per non aver dormito abbastanza.
Questo Natale mi ha regalato mille cose e la consapevolezza che senza la mia famiglia, per quanto ingombrante, astiosa e decisamente eccentrica, io non lo festeggerei allo stesso modo. Sono le mie persone, loro, nonostante tutto, nonostante il malumore di mia madre che a volte rovina le giornate a tutti noi, nonostante l'incapacità di mio padre di capire che, diamine, ci sono altri punti di vista e non solo il suo, nonostante le chiacchere incessanti di mio fratello. Senza di loro io non sorriderei così, non piangerei, non litigherei tanto e non farei la pace con tutti; soprattutto, non proverei quel calore che andrebbe respirato in ogni famiglia, per quanto matta. E ne ho avuti tanti, di bei momenti trascorsi con loro, perciò un po' mi dimentico le ore grigie di questi giorni e penso al resto, ai canti, al pandoro inzuppato di crema al mascarpone, ai racconti improbabili dello zio medico, alla tavola perfettamente apparecchiata della mamma, alla cioccolata sorbita sempre con lei la mattina della Vigilia di Natale.
Sono in montagna, ora. E non c'è quasi neve e  il panorama ne risente, e cammino come una disperata tutto il giorno con S., che conosco da tantissimi anni, è la fidanzata del maestro di sci di mio fratello ed è diventata, nonostante la differenza d'età, un'amica più che un'adulta. E mi subisco i suoi racconti di montagna e  d'allpinismo, di cime intrepide e di sciate spaziali, e un po' sgrano gli occhi perché io la mente malata degli sportivi non la capirò mai, un po' mi entusiasmo perché avere una passione che ti accende lo sguardo e ti fa parlare per ore di ciò che ami è una cosa favolosa.
E poi sì, c'è il duemilaquattordici che sta per finire. Ed è stato un bellissimo anno perché ho vissuto tanto e mi sono aggrappata a molte esperienze diverse, tuffandomi con disperazione in situazioni nuove. E ho paura che il duemilaquindici non sarà così; temo di tornare preda delle mie insicurezze, dell'ansia, di quel  bruttissimo lato del mio carattere che mi porta a somatizzare tutto. E lo scriverò, un post su questo mio duemilaquattordici, ci tengo tanto, ma non ora. Ho ancora due giorni da vivere e non vorrei dilungarmi così, e lascio che l'atmosfera natalizia pervada ancora per un po' il mio blog, anche se presto sarà tempo di mettere da parte ghirlande e pandoro per gettarsi a capofitto in cose decisamente più concrete.
Beh, buona fine anno, anche se conto di scrivere un post per farvi davvero gli auguri :)

Minerva


  

mercoledì 17 dicembre 2014

di natale (per davvero, stavolta, non più o meno)

Il Natale, per la Nonnabionda, è sempre stato tutto. Nell'Austria degli anni '30 l'albero lo portava Gesù Bambino, proprio come gli altri regali, il 24 di Dicembre. A volte per lei non c'erano doni, erano tutti troppo poveri, però l'abete pieno di campanelle e palline troneggiava sempre in mezzo al salotto, con le sue lucine a tenere accesa la speranza.
E c'erano i canti in tedesco, quelli che ancora oggi noi intoniamo attorno al pianoforte, anche se nessuno di noi sa con precisione cosa sta cantando, ma non è importante. A contare è il calore di quelle parole in una lingua che anche se non conosco per davvero mi appartiene perché l'ho scritta nei cromosomi, nei capelli biondi e negli occhi chiari, oltre che nel mio amore incondizionato per la Sachertorte.
Fino a pochi anni fa per la nonna il Natale era ancora tutto. La magia della sua casa, da bambina, la ricordo ancora nitidamente. L'atmosfera era maledettamente festosa, e non facevo minimamente caso agli adulti che a volte bisticciavano, alla nonna che rimproverava la mamma per chissà cosa o al caldo soffocante che da sempre c'è a casa dei nonni.
 C'erano le terrine, la crema di zucca, l'oca che troneggiava su un vassoio, servita insieme a castagne, crauti e mele. E poi l'immancabile sacher, ordinata apposta da Vienna ed arrivava in quella scatola elegantissima e dorata; ogni volta, nel tagliarla, ci piangeva il cuore. E poi c'era frutta d'ogni tipo, mandarini, datteri, fichi coperti di cioccolato. E io assorbivo aromi, stralci di conversazione, sapori  e luci senza capire molto, ma mi sentivo maledettamente felice per ogni cosa.
C'era Gesù Bambino o Babbo Natale, non riesco a ricordarmi, che arrivava a metà cena facendo trillare una campanella, così  sapevo che, quando fossimo entrati in salotto, avrei trovato un albero bellissimo con sotto una montagna di pacchetti. Le mie previsioni erano sempre vere, perché quando arrivavamo  in soggiorno l'abete era lì, carico delle palline con incise le nostre iniziali, delle stelle d'argento e delle campanelle che sono tuttora il mio addobbo preferito. E lo abbracciavo, lo annusavo, mi ci sarei tuffata dentro, tanto amavo la fragranza e la sensazione degli aghi sul viso.
E c'erano i canti, appunto. I canti in tedesco che cantavano i nonni fin da bambini, in Austria l'una e in Germania l'altro, e che sono arrivati fino a noi. Era la nonna a suonare  e noialtri cantavamo, con nel cuore un po' di calore in più e negli occhi la luce dell'albero di Natale. Io avevo i brividi perché capivo che quel momento era maledettamente importante, quasi sacro, per tutta la mia famiglia. I nonni pensavano a una patria e a un'infanzia lontana, il papà e lo zio semplicemente rievocavano i loro Natali di bambini, identici a quelli che stavo vivendo io, mentre la mamma chissà, forse sentiva la mancanza dei suoi genitori, con i quali avremmo festeggiato il giorno dopo.
E poi era tutto un frusciare di carta scrocchiante sotto le mie dita, e mi ritrovavo con più giocattoli di quanti mi servissero realmente. Finivo sempre per scartare i regali con foga ed era brutto, diceva mio padre, vedere noi bambini aprire pacchetti su pacchetti senza considerarli più di tanto. Io  ricordo invece la calma di quei dopo cena, i doni sparsi sul tappeto del salotto e la mia felicità di bimba.
L'ultimo Natale a casa dei nonni è stato triste, tanto, e non perché ci fosse realmente qualcosa che non andava. Semplicemente, ero diventata grande abbastanza da far caso alle cose meno magiche, quei piccoli inghippi che, imparai proprio quel giorno, facevano parte anche delle occasioni speciali: i capricci infiniti dei cuginetti, papà e il nonno che parlavano solo di lavoor, la nonna che si affannava a sparecchiare e a mettere in tavola un piatto dopo l'altro, quasi la cena fosse soltanto un susseguirsi di portate. A mezzanotte, arrivata a casa, piansi di rabbia e delusione perché Babbo Natale non esisteva e il resto, in fondo, non era così magico come ricordavo.
La nonna, poi, ha semplicemente iniziato a non farcela più. Organizzare qualcosa è diventato per lei uno sforzo incommensurabile e, anche se fa male dirlo, non ha più la lucidità necessaria per gestire granché.
E da allora il Natale l'abbiam fatto a casa nostra un anno e in quella degli zii l'altro.
Mi piacciono ancora l'albero scintillante di promesse, la sacher che da Vienna arriva ancora nella sua scatola elegante, i canti nei quali ritrovo un pezzo d'infanzia e, semplicemente, l'amore, quello universale e buono, per una famiglia. È che ogni volta  sembra tutto più sbiadito, meno fatato e gioioso.
Ci sono state liti piuttosto brutte, la sera della Vigilia, e mentre il papà e la zia battibeccavano di politica, quella sera, a me si stringeva il cuore perché avrei voluto urlare a tutti che, Cristo santo, era Natale e ci volevamo tutti troppo bene per sciupare la serata con diverbi inutili. C'è la nonna che, ormai, non è più la donna battagliera e intelligente di un tempo; ora pare l'ombra di sé stessa, capace soltanto di abbozzare delle conversazioni in un misto fra tedesco e italiano, ma non più di suonare, cucinare, cantare e sorridere come un tempo.
Però le belle cose ci sono, e io mi ci aggrappo con più ostinazione cheposso. C'è mio nonno che ha novant'anni e gli occhi più brillanti del mondo, mia madre che si affanna lamentandosi per giorni dato che cucinare e imbandire la tavola le costa fatica, ma quando ci vede tutti insieme sorride e s'illumina in viso. E quest'anno ci sarà lei, l'Angelo, che è la mia insegnante di sostegno da dieci anni e che abbiamo deciso di invitare  a trascorrere la vigilia con noi.
È una scelta inconsueta, la nostra, perché di solito il Natale esige dei riti ben precisi che possiamo capire solo noi. Eppure quest'anno abbiamo deciso  di far provare quel calore tutto nostro anche a lei, che è una delle persone che mi è più vicina e che conosco da tantissimi anni. E non so come andrà, non so come la prenderanno gli altri parenti, non so se a lei e al suo compagno il nostro modo di festeggiare piacerà. So che sarà un Natale diverso e spero che sia fatato, anche se ora come ora neanche ci penso troppo, al Natale, dato che sono troppo affannata e in ansia. Però il 23 di Dicembre, io, il bastone bianco lo voglio decorare ancora, come quando ero piccola, e ci avvolgerò tante ghirlande colorate e appenderò una campanella. E andrò a scuola così e mi sentirò un po' cretina un po' felice, che poi è come mi sento tutti i giorni, in realtà, solo che con il bastone decorato è più evidente. :)




venerdì 12 dicembre 2014

di Natale, più o meno

Lo scorso Natale me lo sono goduta appieno, a un certo punto. Ho pensato bene di ammalarmi la settimana prima delle vacanze, quella strapiena di compiti in classe e interrogazioni. Dopo una mezza giornata di panico febbrile, medicine ingollate nella disperazione e febbre provata millemila volte nella speranza che si abbassasse, ci ho rinunciato. Pazienza se i prof avrebbero dovuto farmi recuperare le verifiche a Gennaio, io a scuola in quello stato non potevo assolutamente andarci. E così mi sono ritrovata con ben sette giorni per farmi passare una tosse orribile e un mal di gola terrificante di cui non si trovavano le cause. Malgrado un po' di visite mediche, radiografie polmonari e esami sparsi, sono stati sette giorni fantastici. Li ho passati sotto le coperte, ingurgitando biscotti, bevendo tè, guardando quel tipo di film che proiettano solo a Natale - li definirei fra il mieloso e l'adorabile - e leggendo a più non posso.
Poi il 25 di Dicembre è stata una brutta giornata, stavo ancora male, e me ne sono stata lì, febbricitante, a subire passivamente le chiacchere costanti di un'orda di parenti che di solito avrei gradito, ma l'anno scorso mi erano insopportabili.
Il Capodanno no, è stata un'altra storia. Ho trascorso la notte di san Silvestro da sola, anche stavolta con la febbe, ma io e il cane ci siamo tenuti compagnia, mentre fuori nevicava e c'erano i fuochi. Sì, i miei genitori che mi lasciano languire sotto il piumone mentre loro vanno a divertirsi sono delle persone orribili, però è stata una bella serata lo stesso, piena di pensieri, bilanci mentali e tutte quelle belle cose che si fanno alla fine di un anno.
Quest'anno no, è tutta un'altra storia.
L'atmosfera natalizia, proprio, è pura utopia. Ho troppo da fare, da studiare, da mandare a memoria perché il pensiero di palline colorate, ghirlande e campanelle si affacci alla mia mente. Nessuno ha fatto l'albero, o il presepe, o uno straccio di decorazione. Prima o poi mia mamma si attiverà, in questo senso, ma io al momento ho un'interrogazione o un compito in classe al giorno, e oggi è stata l'ultima giornata vagamente tranquilla che avrò, a scuola, before Christmas. Perché sì, in Svizzera la scuola finisce il 23, e io proprio quel giorno ho compito di matematica, e la sola idea di studiarmi tutti  quei logaritmi carini carini il week end prima di Natale mi dà la nausea.
Però non vanno tanto male, le cose, anche se vorrei trovare un pomeriggio in cui gingillarmi sotto l'albero e guardare un film idiota strafogandomi di biscotti. Non ho mai studiato tanto, e mi rendo conto che quest'anno riesco davvero, almeno in certe materie, a metterci l'entusiasmo che vorrei. Diciamo che ho fatto fatica, gli scorsi anni di scuola, perché mi concentravo troppo su materie che non mi piacevano  e nelle quali i miei risultati non erano brillanti, a discapito della mia Letteratura, la mia Storia, il mio Latino. Ora prendo appunti su appunti, ad Italiano, e quando il prof parla di Petrarca io ho l'aria più trasognata e rapita del mondo. E quando il prof analizza fino all'esasperazione un sonetto, ecco, io penso che non vorrei essere in un altro posto al di fuori di quell'aula e non vorrei fare altro, in quel momento, che cercare di star dietro alle spiegazioni del prof, perché la poesia mi stupisce e mi commuove a dismisura.
 E l'ora dopo, a storia, ecco che d'incanto sono nell'America dei coloni, della guerra d'indipendenza contro l'Inghilterra e delle piantagioni infinite di cotone. E non smetto di appassionarmi alla Filosofia, che sto iniziando ad affrontare quest'anno e non credo la studierò mai all'università, però mi accende una scintilla, negli occhi.
E allora il Natale lo accantono, ecco, almeno temporaneamente, e mi immergo più che posso nei libri per affrontare l'ultima serie frenetica di compiti in classe. Però certe volte vorrei alzare la testa dagli appunti di matematica e uscire, tuffandomi nell'atmosfera zuccherosa e un po' artificiale di alcuni centri commerciali in cui le musichette natalizie rintronerebbero chiunque e vorrei godermi davvero la magia di questi giorni, perché secondo me sono meravigliosi, molto più del 25 Dicembre stesso. Però no, la matematica mi chiama, e smetto di fantasticare, e continuo ad angustiarmi sui problemi che non riesco a risolvere e ogni minuto che passa lo schifo che provo nei confronti dei logaritmi aumenta esponenzialmente.
E io non lo so, cosa mi riserverà questo Natale. Che poi alla fine il 25 Dicembre è sempre meno magico di quanto vorrei perché qualcosa va storto, qualcuno litiga, usa toni troppo concitati nel parlare di politica o, semplicemente, siamo tutti troppo assorbiti dall'apparecchiare, cucinare e servire in tavola che finiamo per dimenticare l'armonia che stiamo respirando.
Mi auguro che i prossimi giorni siano ricchi, in qualche modo, di piccole cose, poesia e biscotti, dato che quelli non fanno mai male.
Una cosa è sicura, però, il mio periodo pre Natalizio sarà ricco di logaritmi, e questo mi rende un po' meno felice.
Minerva




sabato 6 dicembre 2014

lubiana

Un post sulla mia Lubiana dovevo scriverlo, prima o poi, ed è giunto il momento, almeno credo. Lubiana è stata tante cose, il mese scorso. È stata la prima città che ho visitato dopo quasi un anno passato a non viaggiare affatto, tanto per cominciare. Ho scelto io di andare in Slovenia, forse perché volevo vedere un posto dal sapore più slavo. Ho visto tante città scandinave, più orientali, mediterranee, tedesche, e il desiderio di vedere un paese comunista che non fosse la Russia mi incuriosiva davvero. Siamo partiti senza sapere bene cos'avremmo trovato. Papà ci aveva preparati, dicendo che quella che avremmo visitato sarebbe stata una città più povera e meno grandiosa rispetto alle altre capitali che avevamo visitato. Arrivati lì, però, ci si è aperto un piccolo mondo. Ho insistito tanto per vedere anche Trieste o una città qualsiasi del Friuli, durante il viaggio, ma non mi hanno accontentata. Però un pezzo d'Italia l'ho attraversato lo stesso e mi sono divertita a contare le province del veneto e del Friuli che attraversavamo. Salvo Venezia conosco molto male quella parte d'Italia, e prima o poi mi piacerebbe tornarci. Il guaio è che mio padre da giovane ha viaggiato davvero tantissimo, e ora come ora cerchiamo sempre delle mete che non abbia ancora visitato, così io mi perdo un sacco di altre cose. È stato strano, varcare il confine sloveno. Nella mia testa continuavo a pensare a tutti coloro che, non tantissimi anni fa, dovevano affrontare un po' di traversie per poter entrare in un paese comunista, anche se la Slovenia, fra tutti, era quello più tollerante, a quanto pare. Lubiana ci ha accolti dopo un'ora scarsa di viaggio e, dopo aver lasciato le valigie in albergo, ci siamo avventurati per la capitale slovena e ce ne siamo innamorati tutti, subito. È una città molto viva, e per me che vivo in Svizzera è stata una sorpresa vedere bar a ogni angolo, tanta gente in giro e un sacco di negozi aperti anche la sera. Ora, per chi vive in Italia queste non sono novità, ma in Svizzera è tutta un'altra storia, e anche nelle città più grandi la sera tutto si addormenta, i negozi alle 7 chiudono e tanti saluti. Lubiana è stata moltissime cose, in quel giorno e mezzo in cui ci sono stata. È stata un castello bellissimo e una camminata quasi nei boschi (giuro) , perché mia madre ha imboccato un sentiero alternativo per tornare in città dal castello, e ci siamo ritrovati a percorrere una stradina non battuta con tanto di sassi e tronchi a ostruirci il passaggio. Lubiana è stata tantissimi dolci, sopra tutti la gibanica, una torta farcito di ricotta, mele, frutta secca e semi di papavero. Abbiamo passato in rassegna decisamente troppe pasticcerie, ingurgitando quantità spropositate di cioccolata bollente e anche mia madre, che non è un'amante dei dolci (beata lei, eh), si è pappata diverse fette di cheesecake, che proprio sloveno non è. Abbiamo camminato tantissimo, a Lubiana, imboccando strade a caso, leggendo un po' la guida un po' lasciandoci guidare dall'istinto, intrufolandoci in diverse chiese e cortili. Niente musei, niente giri della città sul bus/la barca, questa volta. Non ce n'è stato il tempo e poi io desideravo soltanto assaporare il più possibile l'atmosfera di questo posto incredibile, così austriaco - gli Asburgo hanno dominato qui per almeno quattrocento anni, se non sbaglio - eppure così slavo. E a colpirmi è stato proprio questo, di Lubiana, il suo essere una città graziosa e per certi versi molto tedesca, ma dall'atmosfera irrimediabilmente diversa da quella che si respira in Austria. È stato un vero peccato dover lasciare Lubiana. Siamo partiti alla volta di Klagenfurt, in Austria, che è la capitale della Carinzia. Solo che arrivati lì il 1. novembre era tutto chiuso: ristoranti, negozi, musei, tutto. Gli austriaci sono così, dice papà, nei giorni di festa ogni cosa è sprangata, ed è stata un'impresa trovare un posto in cui mangiare qualcosa. Ci siamo aggirati per questa città fantasma come alieni, immersi in una quiete un tantino spettrale. Non so dire altro di questa città austriaca, che forse bella lo era davvero. E così abbiamo deciso di tornarcene a casa, perché alla fine Klagenfurt non era tanto grande e non c'era granché da vedere, e abbiam attraversato, questa volta, un po' di Austria euna bella fetta d'Italia per poi arrivare sani e salvi in Svizzera dopo un viaggio vagamente infinito, con mio padre che aveva i colpi di sonno in macchina e la mamma che, invece, dormiva beata da ore. Io vi consiglio di andare in Slovenia, sul serio. Mi è dispiaciuto non poter girare il paese al di fuori di Lubiana, pare ci siano dei posti mozzafiato, dei laghi bellissimi e dei panorami incredibili. Mi dispiace non poter postare foto, non vedendoci non ne faccio, chiaramente, e mia madre che invece vive con la macchina fotografica spiaccicata alla faccia al momento ha duemila cose da fare, e quando le ho chiesto se per caso poteva darmi una mano a mettere un po' di scatti qui sul blog ha ringhiato brutalmente... :) Minerva

venerdì 28 novembre 2014

seventeen candles

L'anno scorso mio padre mi dedicò "sixteen candles", una vecchia canzone anni '50 che davvero conosceva solo lui. E quest'anno non trovo nessuna canzone cehe si addica miei diciassette anni. Li ho davvero, sì, anche se sono stata l'ultima fra le mie amiche a compierli e loro già si proiettano verso la maggiore età. Mentre io neanche me li sento, 'sti stramaledetti diciassette anni, e non è cambiato proprio niente, da ieri. Anzi, l'unica novità effettiva è che la mia cucina si è riempita di due torte bellissime, una delle quali faceva uno schifo assurdo e stamattina, nel darle un morso, ho dovuto trattenere un brivido e ho lasciato la fetta intonsa, accusando lo stress da verifica di storia imminente. Poi anche i miei se ne sono resi conto, e abbiamo riso tanto, sulla mia torta disgustosa di compleanno. Però oggi un'amica me ne ha fatta una e l'abbiam mangiata tutti insieme, durante l'ora di italiano. Ne fa una per tutti, lei, ed è una cosa molto carina, che fa molto classe unita. Alle medie qualcuno avrebbe avvelenato la torta dell'altro, mentre adesso ci limitiamo a fare a gara per le ultime briciole. è stata una giornata strana, quella di oggi, in cui ho rasentato l'orlo delle lacrime per il mio primo 6 in inglese, che in teoria non è una cosa particolarmente tragica, ma io ho sempre amato le sorelle Bronte più di tutto e no, 6 in inglese non lo posso prendere, perché ci tengo tanto, troppo. Però poi il sorriso l'ho recuperato, fra una fetta di torta e l'altra. E abbiamo disseminato briciole e cioccolato in tutta l'aula, e il prof ha smesso di spiegare Machiavelli per lasciarci ingozzare di torta. Poi sono tornata a casa e mi sono ritrovata davanti un'altra crostata, di frutta questa volta, a forma di fiore e talmente fantastica che mi scocciava tagliare. Un pensiero della signora che fa le pulizie da noi e che mi adora, per qualche motivo. Ecco, questo dolce mi ha commossa tanto, così come la lettera della mia migliore amica, che ho letto durante l'ora di inglese fra un nodo alla gola e l'altro, forse per via del compito in classe, forse per la commozione. Ormai le lettere fra il tragicomico e il fantastico sono una nostra tradizione, e quando l'anno prossimo compiremo diciott'anni ci dedicheremo un romanzo a vicenda, prolisse come siamo. E stasera esco con la mia amica, quell'altra, che forse in questo blog ho ribattezzato Scricciolo, e Scricciolo rimarrà sempre, nella mia testa. Lei la conosco da sempre, è stata la compagna di banco delle elementari e delle medie a cui ho perdonato tante cose, anche se non è la sede per parlarne. non so come mi sento all'idea di uscire con lei, perché abbiamo condiviso tante cose da bambine e adesso ci vediamo poco e non ci siamo raccontate granché, ultimamente, però se quel giorno in prima elementare ho deciso di sedermi vicino a lei e l'ho letteralmente venerata quand'ero piccola un motivo ci sarà stato. E allora non lo so, cosa mi porterà questo compleanno. Tante torte e altrettanta pioggia, questo è sicuro. E poi una merenda, l'ennesima, con tutta la famiglia al gran completo, domenica. E sei esercizi sui logaritmi da fare per lunedì, che già sento nell'aria la strage che compirò, domani, quando guarderò i miei compiti di matematica e non capendo niente. Però ho diciassette anni e non è cambiato niente, alla fine. Io resto sempre la solita che non accende mai il telefono e risponde agli auguri di compleanno ore dopo, che si stordisce di libri e cioccolata, per poi maledire il tempo perso leggendo. E tanti auguri a me, dunque, anche se mi sento pure un po' cretina, a dirmi buon compleanno da sola.

sabato 15 novembre 2014

who'll stop the rain

Tutti i post che leggo ultimamente sono impregnati di pioggia, ne hanno anche il profumo. E allora ne scrivo uno anche io, sulla pioggia e su altre cose che mi passano per la testa in questi giorni, ed è un post troppo random ed insensato, ma credo dovrei pubblicarlo lo stesso. Piove, piove, piove. E a me la pioggia porta riflessioni, pensieri, paranoie, ricordi, un guazzabuglio di sensazioni difficili da districare e una tristezza strana. Che poi di per sé a me la pioggia piace, davvero, mi diverto a guadare le pozzanghere, a camminare senza ombrello, ridendo da sola e spettinandomi, perché con bastone bianco e ombrello non riesco a coordinarmi e sembro una versione scarmigliata e un tantino isterica di Mary Poppins, che scende in picchiata dal cielo. Questo novembre sta correndo in maniera forsennata, e io non vedo l'ora di gettarmi anche questo mese alle spalle, troppo grigio per me. Perché lo odio, novembre, non ha la poesia delle castagne e delle foglie scricchiolanti di Ottobre, né la magia natalizia e un po' surreale di Dicembre. E poi il mio compleanno incombe, e io compirò diciassette anni durante il compito in classe di storia sulla Rivoluzione inglese, Cronwell e un sacco di simpatici re Britannicia acora da identificare. E però questi giorni volano, e io ho mille cose da fare, libri da leggere, post in bozze che non so come concludere, qualche storia da scrivere. E non ho tempo per fare niente eppure faccio tutto, e mi ritrovo a leggere disperatamente un libro fantastico al cambio d'ora, a tradurre pezzi di Jane Eyre che mi sto ostinando a leggere in inglese consultando il dizionario ogni venti secondi, a sentire una canzone, che porta il titolo di questo mio post. Intanto là fuori piove e piove, il gatto della mia migliore amica è chissà dove e io spero che torni, mentre il mio papà è andato a vedere il torrente vicino alla sua azienda, che ormai è straripato e c'è acqua ovunque. C'è qualcosa di apocalittico, in questa pioggia che cade senza sosta, ma non so mica bene cosa, e quindi mi limito a sentirne il fragore, ad ascoltare la musica che mi protegge, a studiare sempre in quel modo un po' febbrile e isterico per il compito di matematica di lunedì. E ci sono tante cose che vorrei dire, che non c'entrano col diluvio universale lì fuori o forse sì, anche se è difficile da spiegare. È che quest'anno sta finendo, io non avrò più sedici anni, fra tredici giorni, ma in realtà non cambierà granché, resterò sempre la solita ragazzina bionda che trascorre i suoi sabati sera ascoltando Bob Dylan e leggendo Steinbeck, sognando un'America che non c'è più, e l'avere diciassette anni non cambierà niente, per me, però io la torta di compleanno la voglio lo stesso, e se c'è un motivo per cui voglio festeggiare è proprio la torta della mamma, la sacher che fa tanto Austria, e che mia madre ha imparato a cucinare da sua suocera, mia nonna, l'austriaca. E allora tanto vale, io fra 13 giornni soffierò le mie diciassette candeline, e da brava bambina anticonformista quale sono stata metterò un dito nella torta prima che venga tagliata. Spero solo che per allora smetta di piovere, ecco.

domenica 2 novembre 2014

sessantasei anni

Sessantasei anni fa arrivavi in Italia, nonno. E neppure la conoscevi bene, quella che era la patria di tuo padre, un po' la terra promessa della tua adolescenza. In Italia ci eri stato, ma solo in guerra. In Istria prima, poi a Parigi, a Vienna e infine in Veneto, scappato in un rocambolesco viaggio che non posso raccontare, solo tu puoi farlo. E poi sei tornato nella tua Germania, il paese che ti ha visto crescere e per il quale hai dovuto, tuo malgrado, combattere. E cos'avesse quel paese da offrirti alla fine della Seconda Guerra Mondiale non lo sapevi, e allora tre anni dopo eccoti su un treno diretto a Milano, con la valigia tenuta insieme con lo spago che fa tanto film, ma non c'era nulla di più vero che quei tuoi pochi averi tutti lì, ammucchiati in uno spazio così ristretto, proprio come le tue speranze. E poi eccoti a Milano, nel giorno dei morti, a cercare un lavoro che sapevi difficilmente avresti ottenuto. Ma tu non lo sapevi, che il 2 Novembre era festa, e te lo dissero in stazione e chissà come ti sei sentito, solo in una città tutta da scoprire, senza possibilità alcuna di trovare un impiego, per quel giorno. E allora cos'hai fatto, te lo ricordi? Non me l'hai mai detto, ma magari hai vagato per quelle strade tutte nuove come un fantasma, perché la gente di Milano chissà dov'era, forse chiusa in casa, forse al cimitero. E poi c'è stata la prima notte che hai passato in stazione, e io penso sempre che al tuo posto non ce l'avrei fatta, che la paura e il silenzio, più grande di me e di tutto il resto, sarebbero stati troppo insostenibili. E chissà cos'hai pensato rannicchiandoti su una panchina o chissà dove, con solo i treni fermi a farti compagnia o, magari, qualcun altro venuto a cercar fortuna a Milano. Non lo so, non ne parli mai, so di quella notte in stazione dal papà, perché nonostante tu non abbia mai lesinato nessun particolare della tua vita, sei sempre stato molto parco, circa quei primi giorni a Milano. Però la speranza e la voglia di farcela non ti sono mai venute meno, e io ti ammiro infinitamente, per questo. Un lavoro l'hai trovato, presso il papà di quello che sarebbe diventato uno dei tuoi migliori amici, e col quale, ancora oggi, condividi ricordi su ricordi, esperienze e cd di musica Classica. E non posso spiegare quanta gratitudine provi ancora verso quell'uomo che ti ha aperto la porta e ti ha offerto un impiego, che ti ha dato la possibilità di farti le ossa, spazzando un cortile prima e battendo a macchina in tedesco tutte le pratiche di un'azienda poi. E dopo qualche anno hai conosciuto la nonna, l'austriaca, arrivata a Milano con l'idea di continuare fino a Firenze, innamorata com'era dell'opera lirica e della Toscana. Ma si è fermata, poi, e vi siete sposati, a Milano, per poi celebrare il rito in chiesa nella città natale della nonna. E poi ci sono stati lo zio, il papà, l'azienda, la Svizzera, le nuore e noi nipoti. E i tuoi racconti dell'Italia nei primissimi anni '50 ci sembrano fant ascienza, a volte consideriamo un eroe, per quanto nessun libro di storia parlerà mai di te. E oggi sei qui, con i tuoi novant'anni portati benissimo, l'Iphone in mano e il tuo solito sorriso pronto, a ripetere, come ogni 2 Novembre, che è l'anniversario del tuo arrivo in Italia. E io sono qui, oggi, a scrivere di te, che nel duemilasei piangevi commosso sentendo l'inno tedesco, ma gioivi quando l'Italia vinse la partita contro la Germania con quel goal spettacolare. E il tuo amore per Milano non si può capire, perché quella città ti ha dato tutto eppure, negli anni dei rapimenti e della contestazione, te ne sei andato in Svizzera, in un posto più sicuro per te e per la tua famiglia, ma ancora evochi con nostalgia la panetteria di fronte casa tua, e conosci le vie milanesi meglio di chi, forse, ci vive ancora. E tu sessantasei anni fa arrivavi dalla Germania, e io adesso scrivo, scrivo per non dimenticare la stazione in cui hai dormito e i tuoi primi giorni difficili in Italia, scrivo tutti possano conoscere la tua storia d'immigrato, scrivo perché tu meriti queste parole e molte altre, ma so già che questo post non lo leggerai mai, perché il coraggio di mandarti queste righe mi manca, e mi limiterò a lasciarle fluttuare nel Web, nella speranza che qualcuno rimanga colpito dalla tua vicenda. E niente, ti voglio bene, voglio bene all'accento tedesco che non hai mai perso e al tuo amore per Milano, a quando mi suoni Bach con l'armonica e al tuo bisogno di dire a tutti che sei italiano, nonostante la tua infanzia dica il contrario. E grazie, grazie per i tuoi ricordi, i tuoi racconti e i tuoi sorrisi.

nonno

giovedì 23 ottobre 2014

ed aspettare...

E io aspetto, in questi mesi. Aspetto la prossima settimana di vacanza, in cui farò un altro dei viaggi in macchina coi miei, di quelli pieni di musica, con la mamma che dorme durante tutto il tragitto, mio fratello con le cuffie e io e papà a inventarci una conversazione. Ne abbiamo fatti tre, di viaggi così. Uno in Austria, attraversando la zona di Linz e Salisburgo e poi tornando a casa, in Svizzera. E poi c'è stata Lione e quell'altro viaggio, forse il più bello, nella macchina noleggiata, fra Copenhagen e Stoccolma, con la colonna sonora di Mamma mia degli Abba che fa tanto Svezia e un panorama bellissimo e un silenzio irreale che sapeva di pini. E questa volta andiamo in Slovenia, spinti dal mio desiderio di vedere qualcosa che sappia di Jugoslavia e che non sia troppo lontano. Volevo anche vedere Trieste, quella città fatta di vento che mi affascina da troppo tempo e che è patria di Saba, uno dei miei poeti preferiti. Però no, il sangue austriaco di papà chiama, e quindi pare che per andare in Slovenia attraverseremo la Svizzera e l'Austria, e io non vedo l'ora di vedere un altro pezzo di mondo e di annusare un altro luogo, di assaggiarne i cibi e trovare qualche libro ambientato da queste parti (vi sto implicitamente spronando a darmi dei suggerimenti). Aspetto questo week end in cui rivedrò le altre ragazze non vedenti conosciute in Inghilterra e passerò dei bei momenti, con loro, e per una volta non mi sentirò diversa perché ho un bastone bianco. Ma poi lo so, che non vedrò l'ora di tuffarmi di nuovo nella mischia e di passare il tempo con chi gli occhi ce li ha perfettamente funzionanti, perché è una sfida, sempre. E aspetto anche il futuro, quello che è ancora lì da scrivere, quello che forse può sembrare affascinante solo in quarta superiore, con la maturità ancora relativamente lontana e anni luce prima dell'università. Che poi io ho già scelto la facoltà, ho le idee fin troppo chiare e sogno già biblioteche, corsi, classi, professori fra il bastardo e l'eccentrico. E le mie compagne sono ancora lì che non ci pensano, ma io sono fatta così, guardo avanti, forse perché ho sempre amato la letteratura più di tutto, anche se mio padre è dell'idea che una volta laureata finirò per suonare l'ocarina per strada, dato che non troverò lavoro. E sì, aspetto anche che i miei genitori si convincano che potrò farcela, a studiare quello che voglio e amo, e magari finirò per suonare l'armonica, non l'ocarina. però mentre aspetto ci sono tante cose agrodolci che mi succedono, qui intorno, come il tema di italiano che è stato il migliore in tutta la classe, e mi si sono accesi gli occhi, ancora una volta. Perché io alla scuola ci tengo troppo e per certe materie oltre a un bel po' di secchionaggine ci metto tanto entusiasmo. Ma c'è anche stato il compito in classe di chimica, che è stata la performance scolastica peggiore della mia carriera accademica, e ogni volta che ci penso si spalanca una voragine, nel mio cervello, davvero. E io non ho neanche diciassette anni e vorrei essere altrove, vorrei viaggiare e scrivere, tornare a Parigi e vedere l'America, gettarmi alle spalle la matematica e tutto ciò che ha dei numeri. Però poi realizzo che in certi momenti io vorrei solo restare qui, a prendere appunti di Italiano con l'aria più trasognata e assorta dell'universo, a chiudermi in camera con i dischi di bob Dylan e un libro nuovo, a scrivere mail lunghissime alla nonna o a mandare messaggi frenetici alla mia migliore amica che ho conosciuto su un sito per aspiranti scrittrici qualche anno fa e alla quale voglio maledettamente bene, nonostante i chilometri e la distanza. E quindi non lo so, cosa voglio, di preciso. Sarà che a diciasssette anni la maggior parte della gente si limita a sognare, ma io almeno voglio farlo in grande stile. Sarà che un momento tutto mi sembra terribile e subito dopo reputo la mia vita di studentessa distratta fantastica, ma sono contenta di tutto, sia dei momenti in cui aspetto, sia di quelli in cui vivo davvero. Non della matematica e della chimica, ecco, queste cose non riescono ancora a rendermi felice. Ma ci sto lavorando, lo giuro :) Minerva

giovedì 9 ottobre 2014

Io avevo una treccia lunghissima e l'aria triste, quando entrò in classe. Era l'ultimo anno di medie e, eccezion fatta per qualche prof che ha segnato la mia adolescenza, quella scuola mi stava maledettamente stretta. Il mio compagno di banco aveva appena fatto una Gaffe tremenda, me lo ricordo. Mi aveva chiesto se sarei andata al compleanno di una mia amica, che però non mi aveva invitata, ed io avevo lo sguardo annebbiato e non capivo più niente. La prof del corso facoltativo di latino ce lo presentò come il prof S., insegnante di Greco e Latino del mio futuro liceo. Era venuto per parlarci delle materie che insegnava, e di come le avremmo affrontate alle superiori, se avessimo deciso di continuarle. Mi rubò il cuore in ventisei secondi o qualcosa del genere. Se prima ero sull'orlo delle lacrime, mi ritrovai ad alzare la testa, a torcermi la treccia e a sorridere a quel professore che, allora, non ero del tutto certa sarebbe stato mio insegnante. Non so davvero bene cosa ci disse, in quelle due ore. So che citò Seneca e ci raccomandò ad andare oltre le cose. Ci suggerì di incuriosirci, di appassionarci e di prendere parte al mondo che ci circondava, raccomandandoci di studiare gli Antichi, perché da loro avremmo tratto moltissimi insegnamenti. Parlò di tutte quelle persone che avevano smesso di meravigliarsi e vivevano la vita senza trasporto e non le condannò, no, ci disse solo di non fare altrettanto. A conquistarmi non furono solo le cose che diceva, in realtà, ma fu soprattutto la sua parlata gentile e garbata. Raccontava dei grandi autori Greci e Latini con umiltà e rispetto, senza mostrare mai presunzione. Quando ci fece qualche domanda, risposi solo io. Stranamente, gli altri l'avevano giudicato antiquato e maledettamente poco interessante. A me brillavano gli occhi e mi tremava la voce, ogni volta che gli parlavo. Poi lui è diventato mio insegnante, e sono cambiate tremila cose. Mi ritrovai un martedì pomeriggio di settembre in una classe di Liceo, circondata da una ventina di visi sconosciuti, ad ascoltare lui che un po' ci parlava degli autori che avremmo affrontato in questi anni, un po' cercava di conoscerci. E io ero incantata, ancora una volta, e quel giorno presi appunti con frenesia e disperazione, e da allora il Latino è diventata una delle mie materie preferite. Quello stesso giorno il professore mi accompagnò fino al parcheggio dove mi aspettava mia mamma. Lo fece in silenzio, seguendomi con gli occhi, per assicurarsi che arrivassi tutta intera fino alla macchina. Lo scoprii da un'amica che me lo raccontò, perché io chiaramente non potevo vederlo, e mi colpì enormemente, questa cosa. Da quel giorno in cui mi rubò il cuore, due anni fa, io vado a Latino con un sorriso enorme, sempre, nonostante tutto. E lascio la matematica, la chimica e le interrogazioni imminenti in un altro angolo della mia testa, e traduco Cicerone con l'aria trasognata di sempre, e prendo appunti su appunti. Perché il mio prof divaga, divaga e divaga, e i miei compagni ormai hanno adottato la strategia di chiedergli qualsiasi cosa, giusto per rimandare il momento in cui inizierà a spiegare o ad interrogare sulla versione. E io annoto ogni parola che dice, forse per non perdermi nulla, forse per andare dietro alle cose il più possibile, come dice lui. Ho sempre gli occhi sgranati e un sorriso di troppo, durante le ore in cui traduciamo Cesare e io le vedo, le mie compagne di banco, che non ce la fanno più. E lo odio anche io, Cesare, per davvero, perché era terribilmente egocentrico e la sua autostima mi inquieta sempre, ma non m'importa. M'importa di questo professore che ci racconta in tono tranquillo e gentile un'epoca grandiosa quanto lontana e ci invita a studiarla e ad amarla per capire il nostro presente che, a volte, è spaventosamente simile a tremila anni fa. Senza di lui il mio mondo sarebbe un posto peggiore. Senza i suoi complimenti sempre maledettamente velati, senza quel "se c'è una che non deve avere problemi di autostima quella sei tu, che hai risorse da vendere e dovresti insegnare, un giorno o l'altro", che mi ha strappato qualche lacrima e al quale ripenso sempre, nei momenti di difficoltà, io non ce l'avrei fatta, in questi anni di liceo, che sono stati complicati, e un giorno parlerò davvero anche di questo. Io non ce la farei, certi giorni, a scuola, senza i momenti in cui parla con me, prima che scappi a casa, e io sto lì, con la cartella in mano e l'aria di una che non sa bene cosa fare, e bevo ogni sua parola, e penso che nella mia vita futura vorrei avere ancora un punto di riferimento come lui, che un giorno ci ha stupiti tutti leggendoci la pagina di Wikipedia in arabo del faro di Alessandria, traducendo ogni parola e soffermandosi sulla sua etimologia. E mi mancherà, fra due anni, quando io sarò lì, all'università, e mi sentirò un brutto anatroccolo o un pulcino smarrito, con il mio bastone bianco e la mia incapacità di muovermi davvero bene, in mezzo al chiasso delle persone. E forse glielo dirò davvero, finito l'esame di maturità, cche in questi anni mi ha regalato degli istanti indimenticabili. Però l'unica volta che ci ho provato, quel giorno in cui ci parlò delle donne dell'Iliade, quel libro che amo fin da quando sono piccola e che non capisco appieno neppure ora, e ho detto al prof che la lezione era stata stupenda si è schermito, e una mia amica mi ha detto che era commosso. E non lo so, però un grazie sincero, prima o poi, devo dirglielo. E glielo dico con questo post che non leggerà mai, perché io racconto le persone che fanno parte del mio mondo e a cui voglio bene in questo Blog. Minerva

mercoledì 1 ottobre 2014

di libri (finalmente)

Io non ho voglia di mettermi a scrivere le recensioni di tutti i libri letti in questi mesi. E son stati tanti, tantissimi, e molte sono state le letture che ho apprezzato. È stato, il 2014 ma anche la fine del 2013, un anno incredibilmente fertile dal punto di vista libresco. Sarà che ho fatto tantissime assenze a scuola e son stata spesso inchiodata a letto per una salute piuttosto sfigata, oppure il fatto che ho trovato un sito di ebook fantastico quanto illegale per scaricare libri gratis, e ne ho trovati di recentissimi il che, per una che ha sempre letto in Braille o con gli audiolibri, è una rivoluzione, perché i libri diventano accessibili ai non vedenti nel migliore dei casi dopo mesi e mesi. E io mi sono un po' scocciata, perché ho letto Gramellini un anno l'uscita de "l'ultima riga delle favole", e lo stesso vale per tantissimi libri. Quest'anno no. Quest'anno ho letto tantissimi libri alcuni dei quali dopo 3-4 giorni dalla loro uscita, e questo mi ha resa molto felice. Perciò, dato che non ho voglia né tempo di recensirli tutti con troppe frasi (sono una persona orribile e una Blogger pigra, ma la mia intensissima esistenza da studentessa liceale un po' nevrotica mi ha fagocitata e sto passando la mia vita con Cicerone e Petrarca), perciò ho deciso di descrivere in breve un paio di libri in ogni post, possibilmente collegati fra loro per qualche motivo. E metterò i link dei libri in fondo al post, o meglio, metterò gli url di ibs, perché non sono ancora riuscita a inserire i collegamenti e non so come si fa. Il primo di cui vi parlo oggi è decisamente noto. Si tratta di "The Help", di Kathryn Stocket, il cui film è, a mio parere, uno dei pochi casi di trasposizione cinematografica di un libro piuttosto ben riuscita. È l'estate del 1962 quando Eugenia "Skeeter" Phelan torna a vivere in famiglia a Jackson, in Mississippi, dopo aver frequentato l'università lontano da casa. Skeeter è molto diversa dalle sue amiche di un tempo, già sposate e perfettamente inserite in un modello di vita borghese, e sogna in segreto di diventare scrittrice. Aibileen è una domestica di colore. Saggia e materna, ha allevato amorevolmente uno dopo l'altro diciassette bambini bianchi, facendo le veci delle loro madri spesso assenti. Ma il destino è stato crudele con lei, portandole via il suo unico figlio. Minny è la sua migliore amica. Bassa, grassa, con un marito violento e una piccola tribù di figli, è con ogni probabilità la donna più sfacciata e insolente di tutto il Mississippi. Cuoca straordinaria, non sa però tenere a freno la lingua e viene licenziata di continuo. Sono gli anni in cui Bob Dylan inizia a testimoniare con le sue canzoni la protesta nascente, e il colore della pelle è ancora un ostacolo insormontabile. Nonostante ciò, Skeeter, Aibileen e Minny si ritrovano a lavorare segretamente a un progetto comune che le esporrà a gravi rischi. Il profondo Sud degli Stati Uniti fa da cornice a questa opera prima che ruota intorno ai sentimenti, all'amicizia e alla forza che può scaturire dal sostegno reciproco. Kathryn Stockett racconta personaggi a tutto tondo che fanno ridere, pensare e commuovere con la loro intelligenza, il loro coraggio e la loro capacità di uscire dagli schemi alla ricerca di un mondo migliore. Nel leggere questo libro io mi sono entusiasmata parecchio. Io adoro tutto quel che riguarda gli anni '60, in primis, e da quando ho letto Via ccol Vento, un po' di tempo fa, le vicissitudini dei neri in America mi hanno sempre interessata. Questo romanzo è stato, per me, una scoperta molto molto piacevole. L'ho trovato coinvolgente e, stranamente, non ho trovato per nulla esagerato il numero delle pagine, che molti hanno giudicato esorbitante. Ho trovato adorabili i personaggi, toccanti le loro riflessioni e mi sono affezionata molto a tutti e tre. Forse chi ha studiato o ha vissuto la siituazione dell'America negli anni '60 dissentirà, ma io l'ho trovato un libro vero. Certo, chiaramente è un romanzo e non lo definirei crudo, e l'intento dell'autrice è stato quello di raccontare con leggerezza - ma non troppa - un tema, tralaltro, a lei molto caro parlando di situazioni tragiche con ironia e freschezza. Nonostante la mole è una lettura, questa, molto scorrevole; lo stile dell'autrice riesce ad appassionare, ma anche a far riflettere il lettore sulle cose apparentemente meno importanti grazie a dei personaggi memorabili e profondamente umani. Consiglio caldamente questo libro a chi sta cercando una storia da leggere tutta d'un fiato, ma ha il tempo di dedicarsi a 500 e più pagine di lettura! http://www.ibs.it/code/9788804628637/stockett-kathryn/help.html Più introspettivo, lento e difficile di the Help, ma non meno magico, è il secondo libro di cui sto per parlarvi. Si tratta de "la bambina dagli occhi di cielo" di Barbara Mutch, edito da Corbaccio l'anno scorso. thleen Harrington lascia l'Irlanda nel 1919 e si trasferisce in Sudafrica per sposare l'uomo che ama, ma che non vede da cinque lunghi anni. Isolata e straniata in un ambiente così diverso da quello a cui era abituata, cerca conforto nella musica del suo pianoforte e nell'amicizia con la governante e con sua figlia Ada. In loro trova quell'amore e quella comprensione che la sua stessa famiglia non sembra poterle offrire. Sotto la guida di Cathleen, la piccola Ada, dotata di uno straordinario talento, diventa un'abile pianista e una lettrice vorace, anche di quel diario che Cathleen tiene gelosamente nascosto e in cui confida tutti i suoi segreti... E quando, passati gli anni, Ada suo malgrado tradirà la fiducia di Cathleen e sarà costretta ad abbandonarne la casa dove è stata allevata per scomparire nel nulla, Cathleen farà di tutto per ritrovarla nel nome di un'amicizia che oltrepassa il tempo, i rancori, lo status sociale. La trama, che ho copiato da Ibs, non basta a raccontare davvero questo libro, a spiegare il legame profondissimo quanto travagliato che unisce Ada alla sua padrona. Per certi versi è molto simile a The Help, perché il tema di fondo di questo libro è la discriminazione, ma è molto diverso. La narrazione è meno spumeggiante, credo, e l'ambientazione forse è più evocativa e meglio descritta. Il romanzo si apre, infatti, con quella che a parer mio è una delle più belle descrizioni che abbia mai letto, in cui la protagonista, Ada, ci fornisce una panoramica dell'ambiente che la circonda, del paesaggio Sud Africano e della casa in cui vive. Ed è proprio il Sud Africa, forse, il vero protagonista di questo libro. L'autrice racconta magistralmente questa nazione fatta sì difiumi che dividono le zone destinate ai neri da quelle per i bianchi, ma anche di persone come miss Cathleen, che insegna a suonare Chopin alla figlia della sua domestica. Questo libro mi ha colpita tantissimo. Mi sono innamorata dei personaggi, delle descrizioni e, soprattutto, dei più grandi sentimenti degli uomini, siano essi negativi o positivi. Io vi consiglio tanto di leggere questo libro, che io ho trovato per caso poco dopo la morte di Mandela, a Dicembre, e che mi ha fatto capire, per quanto parzialmente, la storia di un popolo, quello Sud Africano, pieno di contraddizioni e bellezza. http://www.ibs.it/code/9788863804614/mutch-barbara/bambina-dagli-occhi-di.html A risentirci alla possima puntata (che non so quando sarà, tra parentesi). Minerva

lunedì 22 settembre 2014

let it be

C'è stata una litigata con mio padre di quelle veramente terribili, o che possono parerti terribili solo a diciassette anni, non so. Però c'è stata, questa lite, ed è stata brutta. Perché pur volendoci entrambi un mondo di bene abbiamo iniziato a ingigantire cose, a rinfacciarcene altre, a rinfacciarci di rivangare avvenimenti sepolti da tempo. E non è bello, così, perché poi si aggiusta tutto, certo, ma sul momento fa male. E non è bello perché forse per la prima volta ho sentito di avere ragione davvero, e che quello che gli ho detto, anche se nel modo più isterico e sbagliato, non era lo sfogo di una ragazzina, ma qualcosa di più. E forse l'ha capito anche lui, forse le mie parole gli hanno fatto troppo male, perché ho detto troppe cose tutte insieme nel modo più sbagliato, piangendo come non facevo da tempo. E sono andata a scuola con un gran mal di stomaco perché il papà ci mette dei giorni, per farsi passare la rabbia, e in quei giorni è talmente granitico che ti fa venir voglia di rimangiarti tutto quel che hai detto, per quanto possa essere giusto. E entrando al liceo mi sono detta che lì, per quel giorno, non sarebbe successo niente, e che mi sarei potuta godere le ore appieno, e che in quel momento le lezioni erano la mia isola felice. E così sono riuscita a non pensarci, a non starci male. Ed è stata una delle giornate piùbelle della mia vita di studentessa, venerdì, perché ho ho preso appunti su Petrarca con aria sognante, bevendomi ogni mezza parola del prof e decretando che Petrarca è semplicemente adorabile nel suo essere un caso umano. E poi ho alzato la mano quando il prof ha chiesto di fare un commento di getto, sulla poesia, e ho detto tipo cinquemila cose diverse in trenta secondi, e il mio compagno di banco - quello coi capelli lunghi, la sigaretta e l'aria da "la scuola fa schifo" - ha ammesso che non aveva capito niente di quello che avevo detto, ma gli sembrava qualcosa di intelligente. Beh, se lo dice lui non so, se son soddifsazioni. E poi son tornata a casa e le cose sono migliorate, seriamente. Mi son scusata con papà, e ho imparato ancora che a volte ci si deve scusare pur non avendo esattamente torto, forse per quieto vivere, forse per qualcosa di più profondo che ancora non so spiegare. E ci siamo rifugiati in montagna, di nuovo, in quella casa talmente stretta in cui ogni piccolo rancore e ogni sorriso sembra amplificato, perché nessuno ha grandi vie di fuga. E io mi sono rifugiata a leggere, a leggere un libro cileno, un altro, che stranamente non è di Isabel Allende e mi è piaciuto lo stesso. E il week end è andato, più o meno, fra dei silenzi gelidi punteggiati da goffi tentativi di fare conversazione e una lunga passeggiata in cui abbiamo parlato di tutto, tutti insieme, meno di quelle cose veramente importanti che forse ci premeva esprimere. Però a volte va bene, vengono dette solo le piccole cose. E ora sono di nuovo a casa e oggi, nonostante una giornata con troppe ore di matematica per i miei gusti, una verifica d'inglese troppo infame e diversi momenti di noia mista a lamatematicamiucciderà, io oggi pomeriggio ero un elfo dei boschi, e avevo la casa tutta per me per un po', e ho alzato il volume di Itunes e mi sono messa ad apparecchiare con il Greatest Hits degli Abba di sottofondo, che loro mi mettono tanta tanta allegria, pur non essendo oggettivamente granché. E alla fine le cose si sono sistemate, e non ero più tanto triste come poche sere fa e l'ho capito disponendo sul tavolo forchette e bicchieri, con gli auricolari nelle orecchie e la testa altrove. Tutto si è sistemato, forse. Forse papà capirà, forse capirò io, forse ci verremo incontro entrambi. Però adesso lui è partito per il Belgio e tornerà dopodomani e mi ha dato un bacio, perlomeno, e per ora va bene così. E io domani andrò in gita due giorni in capanna, in un posto disperso fra i monti. E dormiremo tutti insieme felici e beati, maschi, femmine e prof, compreso quello di educazione fisica, che è un energumeno e fa battute con doppi sensi fra l'equivoco e l'inquietante, e io già immagino tutti gli scenari apocalittici del caso, ma alla fine non succederà niente e andrà in qualche modo, anche se non vedrò l'ora di tornare a casa. E beh, ora sono qui e sorrido, sorrido davvero, mentre scrivo, e let it be, appunto, come il titolo di una delle mie canzoni preferite del mio gruppo preferito, e quel che devo fare io, prossimamente. Beh, pregate per me e per la mia gita, e basta. Minerva

giovedì 18 settembre 2014

Questo blog compie, oggi, cinque anni e un giorno. Assurdo? Un po', un po' tanto. è assurdo il fatto che io l'abbia iniziato da piccola, perché io, quando ho aperto questo blog, andavo in seconda media. Ok, giocavo ad essere più adulta di quanto in realtà fossi. Però questo blog l'ho sentito mio fin da subito, e mi ha regalato tantissimi bei momenti. Quando l'ho aperto volevo raccontare diverse cose. Avevo ottenuto (mamma quanto mi era costato) il consenso da parte della mamma per crearmelo, uno spazietto tutto mio. Sbavavo dietro ai blog da mesi perché, nella mia estate di preadolescente piuttosto asociale, non avevo nulla di meglio da fare che leggere blog di persone molto più grandi di me. Ma ho fatto bene, cavolo se ho fatto bene. Volevo scrivere di me e della mia vita di studentessa non vedente, e alla fine l'ho fatto. E il titolo, "l'occhio non vuole la sua parte", è una delle poche cose di cui sono molto fiera. Poi ci sono stati gli anni - no, non i mesi, gli anni, mi sa- in cui non ho scritto quasi una riga. Per pigrizia, per paura di mettere nero su bianco quel che pensavo, per sconforto perché davvero non trovavo qualcosa su cui scrivere. Però io ci sono. E scrivo sempre, anche se fa strano costatare che la maggior parte dei blog che leggo allora o sono poco attivi o non ci sono più del tutto. Resta Federica, che mi ha letta da sempre e che io leggo da altrettanto tempo, ma poi nessun altro, almeno credo. Però ci sono tanti nuovi blog che voglio leggere, tante storie che voglio conoscere, e tante persone interessanti dalle quali vorrei farmi conoscere. E mi sono scoperta più timida a commentare nei blog, però devo assolutamente continuare a farlo, perché forse lo voglio ancora, un blog affollato come lo era un tempo. Cos'è diventato adesso, questo blog, non lo so. Un diario in cui riesco a scrivere meglio le cose belle che mi succedono di quelle brutte, forse perché quelle brutte le metto sul diario, di getto, e sono spesso scritte male, poco ordinate, più vomitate che pensate. Mentre quando parlo di cose belle, oh sì che posso postare, allora, perché per raccontarle ci vuole più cura, più dedizione, e sono in grado di mettercela. Però devo imparare a scrivere anche quando sono sinceramente fra l'apatico, l'amareggiato e l'ansioso (leggi: giorno prima della verifica di matematica) e in altri momenti simili. E allora, beh, buon compleblog al mio blog, che sta diventando grande. ;) Minerva

venerdì 12 settembre 2014

last summer

Cos'aspetto a scrivere, quest'autunno che ancora autunno non è, proprio non lo so. So che inizio post, leggo tutti i vostri blog ma sto zitta. Sto zitta da molto, non scrivo più da tanto tempo, per davvero. Di cose ne sono successe tante, quest'estate. È stata ricca, molto, forse troppo, perché adesso riprendere la scuola mi pesa, anche se forse sono più serena, quest'anno. Quest'estate l'ho passata un po' in Inghilterra, un po' al mare, un po' a casa mia. L'ho iniziata sul balcone di un albergo ligure aspettando l'alba e scrivendo il diario, col frangersi delle onde a tenermi compagnia, e forse l'ho conclusa in una mattina di poche settimane fa, leggendo uno di quei libri che la vita magari me l'ha cambiata davvero oppure mi ha regalato solo tre giorni di emozioni e sogni allo stato puro, con il sole che arroventava tutto e delle lacrime incastrate in gola, perché capivo che qualcosa finiva. Nel mezzo ci sono state tante cose. C'è stata la mia Inghilterra, di cui mi sono innamorata nonostante tutto, nonostante la voglia di tornare a casa - che sì, anche a diciassette anni si ha l'homesick - e le lacrime perché mi sentivo molto spaesata, in questo minuscolo college. Però l'ho amata, l'Inghilterra. Ho amato Londra e il paesino in cui ho vissuto per 19 giorni incredibili, ho amato i gabbiani che mi svegliavano presto e il pollo con le patate che ho mangiato quasi ogni santo giorno. E ho riso e pianto, fors e non ho stretto le amicizie che sognavo ma sono cambiata un po', sforzandomi nonostante piangessi di nascosto di essere quella con più grinta, con il sorriso piû ampio e la parlantina più facile. Sono partita con altri 7 ragazzi non vedenti, ed eravamo in un college con altri studenti vedenti. Non so perché, ma le altre ragazze cieche eranot utte sorprendentemente timide e chiuse e io, che per qualche motivo parlo coi sassi, sono riuscita ad uscire dal mio guscio, perché io ce l'ho fatta, nonostante il bastone bianco e tutto il resto. E poi c'è stata la barca a vela, l'angolino a poppa nel quale mi sono rannicchiata a divorare libri su libri, a sentire le onde e il vento. E infine, e forse per fortuna, quella settimana lì in Sardegna, nell'albergo di sempre, con le cameriere che ci mi hanno vista poco più che bambina e che ora mi vedono, e non so come mi definiscono. E ho visto il mio mare, quello delle nove del mattino in cui la spiaggia è molto più vuota o quello del pomeriggio, in cui il sole arroventa tutto e la mia massima aspirazione era il gelato. E ho letto, ho letto tantissimo e c'è stato un libro, quel libro in particolare, che è stata la mia estate, pur avendolo letto in neppure tre giorni. Quel libro che adesso mi porto nel cuore come un amuleto, e forse ho letto cose più straordinarie e sicuramente l'ho idealizzato troppo, però mi resterà nel cuore. E adesso è riniziato tutto, ma in modo forse diverso. Mi sto innamorando di nuovo della scuola, cosa che non ero riuscita a fare nei primi due anni di Liceo. C'è la Filosofia che mi ha illuminato le giornate, e poi il mio vecchio amore per l'Italiano, la Storia, il mio Latino che con un prof così io non posso fare a meno di adorare ogni volta che entra in classe e ci proietta in un altro mondo, con delle spiegazioni fatte nel tono più quieto e disinvolto possibile. E io sono qui che prendo appunti frenetici su Petrarca che stranamente mi piace, come figura, e se l'anno scorso mentre studiavamo Dante che adoro da quando andavo alle medie io non ero proprio del giusto umore, adesso sgrano gli occhi e m'illumino ogni volta che nella mia mente faccio l'analisi di una poesia o di un testo e il prof conferma la mia idea. E capisco ogni volta che è la letteratura, la mia vita, la mia passione, e io devo studiarla e dedicarmici, perché solo in quest'ambito gli occhi mi si illumineranno così, e io mi sentirò piena di voglia di sapere, conoscere, sognare. Lettere è la facoltà dei sogni, dice qualcuno. Io non lo so, probabilmente non è così, ma è e sarà la facoltà dei miei, di sogni, e ormai sono già proiettata lì, anche se mi mancano due anni a finire le superiori. E poi mi affanno sui numeri, come sempre, perché io e la matematica non ci piacciamo ma io la studio, per principio, perché non mi piace fare altrimenti, ma devo farlo con meno ansia, assolutamente, perché l'anno scorso forse mi ci sono dedicata troppo e mi sono rovinata un po' di belle giornate facendomi venire angosce inutili. Ma ci sono mille altre cose, oltre alla scuola. C'è la gran quantità di libri che ho da leggere, c'è il mio ipod stracarico di musica, ci sono le mie amiche che sono un po' dei satelliti, perché a volte mi stanno strette eppure sono affezionata molto a tutte loro. E mi sono iscritta a un sito per trovare amici di penna sparsi nel mondo, e l'ho fatto per migliorare l'inglese, più che altro, perché forse mi sto innamorando, finalmente, anche di questo, perché io ho sempre preferito la mia lingua rispetto alle altre e non mi ci sono mai dedicata più di tanto, alle lingue straniere, ma dovrei farlo con passione. E poi ci sono loro, le persone che mi stanno attorno, che cambiano e cambiano e io dovrei fare un post su ognuna di loro, ma non so se ce la faccio. C'è mio fratello che ha tredici anni e un po', cresce ogni giorno che passa e si è appassionato follemente a Gigi d'Alessio, che io odio con ogni fibra del mio corpo, e potrei scrivere un po' di insulti al cantante in questione. E mio fratello è lì che lo suona al piano per ore, e canta con accento napoletano ogni canzone, lui che ha la fisionomia più tedesca che altro. E io sto progettando di scrivere le cinquanta sfumature di Gigi, perché nelle canzoni di d'Alessio fanno tutti sesso, ed è tutto uno stringimi, spogliami, sfilati il vestito e bla bla bla, e io non so che cavolo ci trovi my brother in un soggetto così. C'è mia nonna che si fa sempre più lontana ed è sempre più preda dei meccanismi della sua testa, che la portano a chiedere le cose mille volte e ad avere momenti di rabbia che a me, che l'ho vista brillante e appassionata a ciò che faceva, spezzano il cuore. Lei che una donna dura lo è sempre stata e che ha dedicato tutta la sua vita alla famiglia e al lavoro, adesso si ritrova a casa, e tutta la forza di un tempo si è convertita in astio verso le persone, esclusi i suoi familiari. E poi c'è mio nonno, che la ama con una disperata tenerezza e a novant'anni è l'uomo più brillante che conosca, che ha uno charme e un'arguzia che, alla sua età, sono difficili da trovare. E l'abbiam festeggiato tutti insieme in un'altra giornata memorabile di questa memorabile estate, in cui io ero così radiosa e spensierata, ed elargivo sorrisi ai suoi amici di vecchia data, tutti con un fortissimo accento tedesco, che non avevo mai visto. E poi non lo so. Ci sono io che da tutte queste esperienze sto uscendo cambiata, e forse timida non lo sono più proprio per niente, e sogno di vedere il mondo e leggo un libro e mi dimentico di tutto il resto, per poi tuffarmi nel mio mondo di musica e note e sognare, sognare sempre di più. E spesso scrivo, e la mente quando scrivo va a briglia sciolta e segue dei pensieri tutti suoi, e spero di riuscire a ridare colore a questo blog, che è casa mia più di tante altre cose. Baci Minerva

domenica 22 giugno 2014

Ciao, Tata. Quando ti ho incontrata la prima volta, io di anni ne avevo cinque. Cinque e pochi giorni, ad essere sinceri. Era il 6 Dicembre 2002, me lo ricordo. E ogni 6 Dicembre ci telefoniamo, ci vediamo, per ricordarcene meglio, insieme. Io ero timidissima per i primi 8 secondi, a quell'età, poi attaccavo a parlare a mitraglia. Sono così ancora, solo che nel frattempo ogni tanto mi capita di stare zitta. Tu non lo so, che impressione mi hai fatto. Non riesco proprio a ricordarlo. Saresti stata la tata del Fratellino, mi dicevano, perché io andavo all'asilo e alla mamma serviva qualcuno che, per qualche ora la settimana, badasse a mio fratello mentre lei faceva la spesa o cose così. Io andavo all'asilo e lo odiavo, e invidiavo un sacco mio fratello, che se ne stava placido in casa con te. Poi abbiamo cambiato casa, e ci siamo viste molto di più. Venivi a prendermi a scuola, mangiavamo, mi cucinavi le cose calabresi. C'eri per mio fratello quando ha smesso di usare il biberon, quando ha iniziato a parlare o a camminare. Io ero già più grande, invece, e mi piaceva parlare per ore e raccontare storie lunghissime, intricatissime, che non finivo mai. Ti ho costretta a leggere Harry Potter per conto tuo, perché volevo sapere il tuo parere. Poi dopo il quarto libro ti sei fermata, perché lo odiavi. Io ho amato quei libri e non ne ho mai fatto mistero, tu invece con bacchette magiche e maghi da sconfiggere non andavi molto d'accordo. Con Geronimo Stilton è andata meglio, ci divertivamo entrambe, e tu eri brava a leggere, anche se i congiuntivi quando parli non sono il tuo forte. Hai sempre letto con molto entusiasmo, facendo le vocine dei personaggi e sembravi non annoiarti mai. Negli anni ti avrei costretta a leggere tantissime cose: la Allende, Benni, la de Beauvoir. Anche adesso, quando scopro un libro che potrebbe piacerti te lo dico subito, forse perché il fatto che leggi Harmony o romanzi che io trovo terribilmente mielosi mi irrita troppo, e allora ti propino cose drammatiche all'inverosimile. E in certi casi ti piacciono, come quando hai letto Benni divertendoti come una matta, o inaspettatamente ti sei appassionata a Chiara Gamberale. Poi sono cresciuta. Alle medie ti raccontavo tutto. Non avevo un'amica della mia età su cui contare, parlare con la mamma era complicato proprio perché era mia mamma e certe cose non potevo raccontargliele, anche se era fantastica. Ti ho raccontato del carismatico e fantastico prof di Italiano, che fu la mia cotta platonica per tutte le scuole medie, nonché una delle persone più brillanti che abbia mai incontrato. Ti ho costretta per anni ad accamparti sotto casa sua, su un muretto, nella speranza che uscisse. Ti sentivi idiota e Dio se ti vergognavi, ma mi hai accontentata. Poi ho smesso perché ho iniziato a vergognarmi io, e abbiamo cominciato a vederci sempre di meno. Man mano che crescevamo la mamma aveva sempre meno bisogno, e anche adesso ci vediamo così poco.. Però quando sei venuta con noi a vedere Baglioni, un mese e mezzo fa, volevo dire al mondo che tu non eri la mia Tata, o meglio, non eri solo questo. Eri un'amica, una zia, qualcosa di non ben definito ma di davvero speciale, per me. E quella sera Dio se ci siamo divertite, in macchina, con te che raccontavi a me e alla mamma del tuo primo ragazzo e di quando, sentendo questo piccolo grande amore, pensavi inevitabilmente a lui. Quanti momenti abbiamo condiviso, eh, Tata? Quanti pomeriggi al parco in cui io non volevo mica giocare con gli altri bambini ma me ne stavo su una panchina a sentirti parlare e tu che raccontavi della tua Calabria, dei tuoi prof delle medie, dei tuoi primi impieghi in fabbrica in cui ti dicevano tutti che eri troppo diligente e scrupolosa per stare lì. Quando mi raccontavi tutto del tuo matrimonio come se fossi una tua pari ma io di anni ne avevo nove, oppure quand'era il tuo compleanno, proprio come ieri, e venivi con i pasticcini e la Coca Cola, e mio fratello suonava tutto il repertorio di Mina prima e Baglioni poi al piano e noi che cantavamo. E poi quando sei diventata nonna la prima volta. Io avevo dodici anni, tuo figlio e la sua ragazza stavano insieme da pochissimo e quel nipotino era una sorpresa maledettamente imprevista, anche se ora quando parli di lui ti brillano gli occhi. Io sono stata una delle prime a saperlo, ed ero troppo orgogliosa di questo, perché non lo sapevano nemmeno le tue amiche, nemmeno mia madre né mio fratello. Poi quel bimbo è nato, e sono già quasi quattro anni che mi dici di venirlo a vedere, ma fra una cosa e l'altra procrastiniamo sempre. Però adesso, adesso che tutto si è complicato e fra tuo figlio e la sua ragazza le cose sono precipitate e io ti ripeto che no, non devi affliggerti così e tu non puoi cambiare niente, mi rendo conto che sono diventata grande e i miei consigli li cerchi davvero perché io forse a questo mondo moderno in cui la separazione non è più una cosa così orribile sono abituata, mentre tu ti struggi e ogni volta che ti vedo sei sempre così amareggiata per tuo figlio, ma poi c'è il tuo nipotino che ti riempie gli occhi e il cuore di luce. E adesso che sei nonna per la seconda volta, che l'altra tua nuora aspetta quella bambina - finalmente una femmina, per te che hai sempre avuto fratelli e figli maschi - e la volete chiamare proprio come me, io sono troppo orgogliosa. E felice, anche. Grazie, Tata, di tutti quei momenti lì. Delle altalene del parco, della burrata con la salsiccia calabrese piccante, dei cruciverba che "io quelli difficil'i non li so fare ma magari se tu cerchi sul computer ce la facciamo...", della radio accesa dopo pranzo e di noi due che cantiamo tutte le canzoni italiane più antiquate che riusciamo, dei tuoi figli che dicono che io e Fratellino siamo anche loro fratelli, delle passeggiate e dei confetti che mi porti sempre perché da bambina ne andavo matta e ora non mi piacciono più granché ma non te lo dirò mai, dei pomeriggi in cui ti siedi sul letto e mi racconti tutte le cose improbabili che succedono a te e ai tuoi vicini, che sono sempre innumerevoli. Ogni tanto mi esasperi, lo confesso, quando mi racconti le malattie, le sfighe e le tresche di tutti i tuoi compaesani, perché non sono affari miei e perché certe volte ti dilunghi veramnete troppo. Però rido sempre, alla fine. Scusami se ci vediamo sempre di meno, se le poche volte che la mamma ha ancora bisogno io mi rintano a studiare, se non fai più parte della mia vita come prima. Ma va bene così, vero Tata? Tu adesso hai un nipotino che corre e salta, che a volte fa il broncio perché gli manca la mamma che vede poco ma che ti strappa sempre un sorriso. E io adesso sono al liceo, sto per andare in Inghilterra e non me ne frega niente se spenderò un capitale, ma io ti devo assolutamente chiamare per dirti come va. E dovrò comprarti una statuina di porcellana per riempire ancora la tua vetrinetta straripante ninnoli, che io odio ma so che ci tieni tanto, perciò devo ingegnarmi per trovare qualcosa per te. E auguri, a proposito. È stato strano non vederti, non festeggiare coi pasticcini, la Coca Cola e Baglioni suonato al piano, ma è andata così. Ne avremo tante, di occasioni così, per festeggiare. Baci Minerva

venerdì 23 maggio 2014

la vita è adesso, il sogno è sempre

Baglioni è... Baglioni, ecco. Descrivere l'amore immenso che ho provato per lui è qualcosa che mi riesce difficile. Baglioni è stato il primo cantante amato così, in maniera totale, gigantesca, senza nessunissima riserva. Baglioni è il cantante di una ragazzina di undici anni affamata di vita e di sogni, Baglioni è lo stesso cantante che ho abbandonato per seguire altre strade, per ascoltare musica diversa, con testi che toccano meno il cuore, forse, ma con melodie più dinamiche. Baglioni sono le canzoni imparate a memoria in attesa di dedicarle a un grande amore che non è venuto e non c'è ancora, però intanto io ero lì, in spiaggia, con gli auricolari, gli occhi chiusi e quelle note lì, che accendevano il mio sguardo, quello di una bambina che giocava ad essere più grande di quello che era. Però Baglioni è Baglioni. So le sue canzoni a memoria, anche quelle più sfigate che non si ricorda mai nessuno. Tipo "lampada osram", che alla fine è mediamente deprimente e non è niente di che, però io la canto, sempre. Oppure le canzoni nuove del cd scaricato a Febbraio, che quando ho scaricato e finalmente l'avevo lì, mi sono messa a saltare per la stanza. E poi ho letto il libro, di Baglioni. Che non so se ha scritto lui, ecco, o se se l'è fatto scrivere da qualcun altro come dice mia mamma. Fatto sta che è bellissimo, e mi ha riempito gli occhi e il cuore di luce, perché è una delle storie più straordinarie che abbia mai letto, e spesso ho sgranato gli occhi, mi sono incantata a rileggere passaggi e a sorridere estatica, perché quel libro, quella storia, Andrea e Giulia, sono i personaggi di ogni canzone di Baglioni, dei suoi testi fatti di piccole cose e sentimenti profondi. E io l'ho visto per la terza volta, il 6 Maggio. È stato tutto troppo magico, troppo esaltante, troppo assurdo, perché io Baglioni lo so a memoria e basta. Ho passato settimane difficili, ultimamente, con la scuola che mi toglie il respiro, le verifiche che si susseguono e i prof che pretendono tanto. Però io questa serata fantastica me la volevo godere, ed ero quasi più emozionata all'idea di uscire di casa nonostante la mole di compiti che al fatto di assistere ad un concerto di Baglioni. Il giorno dopo avrei avuto un'adorabile versioncina di latino. E ho preso 8, tra parentesi, alla faccia di mia madre che diceva che dovevo stare a casa perché se no il mattino dopo avrei avuto troppo sonno. E siamo andati, dicevo. Io avevo gli auricolari che penzolavano, "acqua dalla luna" nelle orecchie, che è un'altra di quelle canzoni di Baglioni troppo fantastiche che si dimenticano tutti, e mi sentivo cretina, cretina, cretina, perché saltavo un po' ovunque, ed ero troppo impaziente di cantare, di assorbire quell'elettricità emanata da un cantante durante un concerto, di essere parte di tutta quella folla che urla. E poco importa se Baglioni non è esattamente l'idolo delle ragazzine, se le mie compagne non sanno neanche chi è e se, effettivamente, non ha fatto la storia del rock né niente del genere. Sono andata con la mamma, che ormai si sorbisce, con stoica pazienza, l'entusiasmo che il mio fratellino ha per Baglioni. Ecco, se a me lui piace, mio fratello impazzisce, letteralmente, per la sua musica. Lui sa a memoria ogni respiro di Baglioni, mi snocciola seraficamente tutti i brani di ogni suo cd in ordine, e sa dirmi, con precisione inquietante, i nomi, le date di nascita e la professione svolta dai genitori di Baglioni. Io no, non sono messa così male, giuro. Con noi c'era anche la Tata, ecco. Che ormai Tata non lo è più davvero, perché la vediamo pochissimo, dato che noi siamo cresciuti. Però lei è diventata ragazzina sulle note di "questo piccolo grande amore" e "sabato pomeriggio", e una serata così, insieme, la meritavamo. Non la so spiegare, la magia di Baglioni. Ma la magia del pre concerto, quella sì, che posso raccontarla. È stato fantastico, fantastico e basta, con mio padre che si è rifiutato di venire e non riesce a capire com'è che io, che amo Bob Dylan, i Beatles e Bruce Springsteen follemente, possa stravedere per le canzoni di Baglioni. È stato magico, incontrare una coppia di amici di mio padre, di quelli del liceo che vede solo una volta l'anno, seduti a poche file da noi. E quando la mamma ha raccontato loro che papà non era venuto e ci siam portati la Tata io volevo spiegarlo a tutti, che lei non era la Tata, cioè, lo era, ma... non era lì per fare la Tata ma perché era mia amica, e quando Baglioni sarebbe salito sul palco, beh, l'avremmo applaudito insieme, lei che tornava ragazzina e io che adoravo un cantante di moda quarant'anni fa. E così è stato. Ho cantato come una matta per quasi tutto il concerto, anche quando non sapevo le parole e improvvisavo, e mi sentivo fuori posto coi miei sedici anni e un po', circondata da una folla di signore di mezz'età adoranti e di mariti contrariati perché io, a parte mio fratello,, devo trovarlo un maschio a cui piaccia Baglioni. È stata una serata da brividi, quella del 6 Maggio 2014. Una serata in cui, sul serio, la musica mi ha risucchiata. Perché le magliette fine, i mille giorni di te e di me e i passerotti, le canzoni dedicate ai figli e tutto il resto hanno il suo fascino. Non lo so,, com'è che mi sono ritrovata a cantare a squarciagola e a implorare che non finisse mai, a sapere tutte le canzoni o quasi letteralmente a memoria. L'ho capito cantando "e tu come stai", con la gola che mi si graffiava perché io, sinceramente, non sono mai stata brava a cantare e farei meglio a stare zitta, che Baglioni un po' del mio cuore se l'era portato via già anni fa, perché mi ha regalato un mucchio di sogni e di nuvole, di pensieri per la testa e sorrisi. E poi mi sono ritrovata a sorridere e a cantare credendo più che mai nelle note di "la vita è adesso", che è la mia canzone preferita di Baglioni e lo sarà sempre, perché parla di me, tanto, forse troppo. E anche pestando i piedi e cantando via, con il cuore in gola e una maledetta rabbia che preme per uscire l'ho capito, io, che quella magia era troppo bella perché potesse finire davvero. E l'ho tenuta dentro, la magia di questa musica, soprattutto quando Baglioni ha cantato "con voi", che è la più nuova fra le sue canzoni ma mi piace tanto, perché è così fresca, nonostante tutto. Non se n'è andata, la magia. Non se ne va mai del tutto, la magia che ti regala una bella emozione. "Fu un onore e un privilegio essere eroi, perché il sogno fu con voi" Claudio Baglioni, Con voi

domenica 18 maggio 2014

...

Un anno difficile, ecco cos'è stato questo. Un anno pieno di preoccupazioni per la scuola, più che altro. Che poi mi sento stupida, a pensarci, perché leggo blogger che vivono una vita piena di problemi veri, non di quelli che sto vivendo io. Quest'anno mi sono ammalata e ho fatto talmente tante assenze che è un miracolo che abbia preso voti relativamente alti. Non lo so, cos'è successo, quest'anno. Niente di grave, non sul serio. Solo che ho avuto una tosse terribile, per mesi, che non mi ha lasciata mai in pace, neanche di notte. Mi ha tolto ogni energia, davvero. Ci sono andata spesso, a scuola, piangendo a colazione o quando mi vestivo, perché non sapevo bene come affrontare le giornate. Disorientata, ecco come mi sono sentita quest'anno. Quando stavo a casa tossivo o studiavo febbrilmente, proprio, oppure leggevo e leggo tuttora fino a non capire niente, perché leggendo mi immergevo in mondi altrui e ogni cosa era così lontana, e perdermi dentro a una storia era tranquillizzante. Ho anch e mangiato, tanto. Il cibo consola, e quest'anno l'ho scoperto davvero e, spesso, ho cercato conforto nei dolci, durante certi pomeriggi in cui non capivo più niente di quello che studiavo. È stato difficile, quest'anno, proprio a causa di questa tosse che non so neanche com'è cominciata. E ho visto tanti dottori diversi con diagnosi che a volte facevano acqua da tutte le parti, i pagliacci che vanno a fare compagnia ai bambini in ospedale il giorno della vigilia di Natale, tanti prof che mi scrivevano tante mail adorabili e soprattutto mia mamma, che era serena quando stavo bene, ma s'incupiva non appena riprendevo a tossire. Me la ricorderò sempre, lei, sveglia con me in cucina alle tre di notte, che cercava di rassicurarmi ma era troppo stanca, e mi diceva di non preoccuparmi che ce l'avrei fatta e avremmo affrontato tutto questo insieme, ma anche lei a volte non ce la faceva davvero più e allora restavo da sola, nella stanza degli ospiti che è lontana da quella degli altri e non davo fastidio, a rigirarmi con l'ansia che cresceva perché non riuscivo a riaddormentarmi, e allora non dormivo proprio per niente. Emotivamente non lo so, come sono stata in questi mesi. Costantemente preoccupata più per la scuola che per me stessa, indubbiamente. Perché è brutto, stare a casa, perdere spiegazioni e compiti in classe, e poi quando ricominci ti senti smarrita, semplicemente, e ogni volta che tornavo a scuola dopo qualche giorno di assenze mi sembrava tutto così difficile, così insormontabile. Poi no, non lo è mai stato. Però ci sono stati tanti brutti voti, tanti pomeriggi in cui avevo la testa troppo pesante per studiare davvero e tante, troppe lacrime. Ci sono problemi peggiori, sono la prima a dirlo. Però la scuola mi ha messo tanta pressione addosso, anche se ho avuto dei prof per la maggior parte adorabili e comprensivi. Il prof di latino che ogni volta che mi sentiva tossire a scuola mi chiedeva come andasse, quello di italiano che prima delle vacanze di Natale, quando ero ancora malata, mi ha scritto che si sentiva la mancanza dei miei interventi a lezione. Mi hanno commossa, queste cose, ma ci sono stati dei momenti in cui ero troppo abbattuta, semplicemente. Quest'anno è stato l'anno più brutto per la mia vita scolastica, perché ho perso, per la prima volta, lo slancio che mi aveva sempre contraddistinta quando studiavo. Ora non più. Ci sono stati certi giorni in cui ero troppo stanca, troppo triste, troppo apatica. Pomeriggi buttati perché era più facile tuffarsi in un libro che pensare alla biologia, perché non riuscivo a concentrarmi granché. Altri momenti in cui avevo studiato tutto ma la notte prima l'avevo passata a tossire, come le due precedenti, e ad andare a scuola non ce la facevo. L'anno lo sto per finire, ma ancora adesso quella manciata di verifiche che mi rimane mi sembra difficilissima da affrontare e non riesco più a studiare, non davvero, mi riduco spesso all'ultimo momento oppure continuo a rileggere le stesse cose e non mi entrano in testa, nonostante le ripeta da giorni. La tosse l'ho tenuta sotto controllo, più o meno, ma tutte le ore di scuola che ho perso si fanno sentire. Ci sono state delle cose belle, delle emozioni belle, quest'anno. Ho letto libri memorabili, ho sentito tanta musica. Ho visto per la cinquecentesima volta Baglioni, appena dieci giorni fa. E quest'estate, tosse permettendo, andrò tre settimane in Inghilterra ed al momento non vedo l'ora, perché non ne posso più di tutto. Però non riesco a scrivere, non più. È come se non riuscissi più a raccontarmi, a trovare l'energia sufficiente per scrivere anche delle cose belle. Sono stanca, molto stanca. Ho bisogno di ricaricarmi, dell'estate che è sempre più vicina ma non me ne rendo conto, e mi sembra tutto impossibile. Però io sorrido, sempre, anche se a fatica. Quando raccontavo ai prof che non dormivo la notte e degli sforzi che mi costava studiare, mi dicevano, increduli, che gli sembrava impossibile che io, che a scuola nonostante la tosse ero entusiasta e partecipe, stessi tanto male. Giuro che in quel momento avrei dato qualsiasi cosa per smettere di alzare la mano e dormire in classe, letteralmente. È che io sorrido, sorrido sempre a scuola, e nessuno dei miei compagni o dei miei prof mi ha mai vista immusonita, stanca, o qualcosa del genere. Però fa niente, va bene così. Fra un mese esatto finisce la scuola, fra 18 giorni avrò fatto l'ultima verifica che, per ironia della sorte, è matematica, la mia croce fin dai tempi delle medie. Vorrei fare queste ultime verifiche al meglio, finire l'anno soddisfando quelle che sono le mie aspettative. Solo che pretendo troppo da me stessa, sempre, e a volte mi faccio prendere dall'ansia durante il compito in classe e faccio pasticci. Però l'anno sta per finire, e io voglio riprendere a scrivere, a studiare con un po' di entusiasmo, a sorridere davvero. E posso farcela, io un po' lo so un po' non credo di esserne in grado, e soprattutto voglio farcela. Perché me lo merito, se lo merita la mamma e se lo meritano i prof, che sono stati davvero carini e gentili. E merito di tornare a scrivere, e questo lo faccio solo per me stessa, anche se poi spesso sento l'esigenza di condividere quello che scrivo, penso e provo. E questo blog non lo so, se resterà ancora pieno di parole o, piano piano, finirò per abbandonarlo davvero. So che io non voglio, però. Perché parla di me, di tante cose, di tanti momenti in cui sono stata davvero felice. In questo blog ho raccontato due anni di scuola media, il mio primo giorno di liceo e tutta l'ansia degli ultimi giorni d'estate, ho parlato dei nuovi prof e della nuova classe, ho recensito libri e raccontato persone a me care, e ho conosciuto persone che, adesso, fanno parte del mio piccolo microcosmo virtuale. Ma al momento non so se ho la forza di scrivere. So che fa bene, però, E so che devo raccontare di tante cose belle successe ultimamente. E che ci sono, le cose belle, le giornate da ricordare, alcuni anniversari troppo speciali per essere dimenticati. E ci voglio provare, in questi ultimi giorni in cui ho paura di non farcela e di abbattermi completamente, perché io ho sempre adorato scrivere, mi hanno detto che ci riuscivo bene e ci riesco ancora oggi, penso, ed è l'unica cosa che mi aiuta a sorridere, a sentirmi un po' più leggera e meno stanca, a ritrovare un po' di energia, di equilibrio e soprattutto la voglia di mettermi in gioco, di saper cogliere i momenti belli e di vivere ancora di piccole cose, le stesse in cui credevo anni fa e in cui credo ancora. Minerva

lunedì 31 marzo 2014

nel covo dei pirati

Nel covo dei pirati c'è poco da scherzare chi non si arruola finisce in fondo al mare... Finanche i più convinti, finanche i più decisi a denti stretti si sono tutti arresi.... Tu invece sei la sola che va così sicura sul trampolino di Capitan Uncino... Ma dimmi come fai a non aver paura o sei incosciente oppure sai che è un sogno che non dura!... Come sei brava a raccontare ad inventarti quelle avventure sembrano vere...che fantasia che hai!... Continua il tuo racconto, mi sembra di vederti al punto giusto lui arriverà a salvarti... Tutte le tue avventure son belle da sognare però nei sogni non ti puoi rifugiare.... Non vedi il tempo corre e non lo puoi fermare diventi grande e ti vogliono cambiare... E questo ti spaventa, i grandi sono strani fanno paura più dei pescecani. Ma proprio adesso, ti vuoi fermare non ti interessa di far vedere se e proprio vero che non ti arrendi mai!... Nel covo dei pirati c'è poco da scherzare... ..................... Ma tu con i pirati sai già che cosa fare è un tuo vantaggio e non ci rinunciare!... .... Tu già lo sai cosa fare è come nei sogni, è come nelle avventure ma il principe azzurro stavolta forse non viene e contro i pirati dovrai lottare davvero!... ... Ma oramai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare! Ti potranno insultare, minacciare, in fondo è il loro mestiere! Ti faranno i versi, le boccacce, ti faranno le facce scure! E' per questo che si allenano davanti allo specchio quasi tutte le sere!... Ma lo fanno per cercare di vincere le loro stesse paure! ... Oramai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare! Ma è proprio questo il tuo vantaggio e non ci rinunciare! ... Oramai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare! (£Edoardo Bennato) è una delle poche cose che mi rispecchia, ultimamente, questa canzone. perciò non scrivo, no, lascio parlare Bennaato, di nuovo. che lui capisce quello che ho in testa, al momento.

sabato 22 febbraio 2014

sanremo # 4

Ieri sera mi ha ripagata di tante cose. Io l’ho adorata, la serata di san Remo di ieri, per mille e più motivi. Niente di oggettivo, però, perché io amo de André e gli altri cantautori italiani in maniera viscerale e sentire qualcuno che canta le loro canzoni mi commuove, sempre e comunque. Ho amato Mengoni che cantava “io che amo solo te”, l’ennesima canzone della mia infanzia, anche se una voce più matura, da uomo più vissuto e più intensa sarebbe stata l’ideale, per un pezzo così. E poi è stato un susseguirsi di pezzi che adoro e che ho cantato anche io, con Cara di Lucio Dalla che è troppo bella, un giorno credi di Bennato che è troppo vera e la donna cannone, di de Gregori, che suonata al piano mette i brividi, e che ho cantato dall’inizio alla fine, ignorando mio padre che mi diceva di stare zitta. E poi c’è stato quel momento che un po’ mi ha messo i brividi, perché io amo i cantautori genovesi e la loro storia, quell’essere amici e quelle sensibilità troppo diverse che hanno tutti loro, e il fatto che, sanhe se fa male dirlo, noesuno di loro c’è più, tranne uno. Quindi quando Gino Paoli, che di anni ne fa 80, ha cantato vedrai vedrai di Tenco, che io reputo bellissima, mi sono commossa, un po’, e idem per il nostro concerto. È che io con i cantautori genovesi, tutti, sono cresciuta. Me li ha fatti conoscere mia nonna, tutti tranne de André che è il mio preferito ma il meno romantico, in un certo senso. Mia nonna ha incontrato Tenco in centro a Milano per caso e l’ha amato segretamente, quand’era ragazzina, e l’ho amato un po’ anche io, da piccola. Anche il nostro concerto è bella, davvero, ma a me vedrai vedrai piace di più, è più vera, più adulta, più tutto. E poi quando Cristiano de André ha suonato “cverranno chiederti del nostro amore”, mi sono commossa sul serio. Io la sento da sempre, verranno a chiederti del nostro amore, è una delle prime canzoni di ae André che ho sentito da piccola, perché era nel live fatto da altri cantanti in memoria di de André, e ce l’ho in testa da anni, e solo di recente o ascoltato il testo per davvero. E non lo so, cos’ho provato io, quando Cristiano ha attaccato i primi accordi al piano, non lo so. Ero quasi in lacrime, ed ero l’unica sveglia a sentirlo, perciò andava bene così, potevo permettermi il lusso di commuovermi. Perché il rapporto con de André che ho io nessuno ce l’ha, in famiglia, e gli altri non avrebbero potuto capire, penso. Beh, ho avuto i brividi. Per quel che ha detto prima di suonare e per la canzone in sé, che è meravigliosa. E ho trattenuto il respiro, fino alla fine, cantando le parole in silenzio, fino all’ultimo accordo. E poi l’intero teatro ha applaudito e io con lui, sempre in silenzio, e ho creduto davvero nella musica, che è così straordinaria, e per una volta lo è stata anche a san Remo. Il resto è stato bello, bello davvero. Certe canzoni non muoiono mai, e la serata di ieri sera ha ribadito il concetto. Sentire Bennato, Gaber, de Gregori e Dalla interpretati in maniera diversa da questi cantanti che conosco a stento mi ha messa di buon umore, e mi sono coduta la serata. Ed ora… aspettiamo la finale. Che io vedrò per metà perché vado da una mia amica per il suo compleanno, e quando mi ha invitata per chiedermi se potevo venire ero troppo tentata di dirle “no, c’è san Remo!”, ma poi ho pensato che non ne valeva la pena. Comunque io penso davvero che vinceranno o Renga o arisa, e in quanto al preiio della crticia, io penso lo affideranno a de André junior, e un po’ ci spero anche, pur se la sua canzone non mi piace tantissimo. Nient’altro da dire. Spero di riprendere presto a scrivere anche di altro, che questo blog in cui scrivo praticamente solo di san Remo mi fa un po’ specie. Baci

venerdì 21 febbraio 2014

sanremo serate due e tre

Non lo so, cosa pensare di questo san Remo. Passo le mie serate guardando i commenti che fa la gente su twitter per tirarmi su il morale, perché è tanto deprimente, ma proprio tanto. Però l'unica canzone di cui mi ricordavo la melodia, a distanza di un giorno, è quella di rEnga. Perciò deduco che, per me, è la più orecchiabile, anche se non mi fa impazzire. Ho guardato Baglioni, però, e mi sono divertita. Dovete sapere che io conosco ogni canzone di Baglioni a memoria. E non per mia scelta, non del tutto, perché mio fratello stravede per Baglioni, ascolta solo lui e ci tormenta con tutte le sue canzoni (anche quelle più terribili e angoscianti che possiate immaginarvi) tutti i giorni. Perciò quando l’ho visto a san Remo io mi sono messa a cantare come una cretina tutto le canzoni che ha fatto, compresa la canzone nuova che è molto più orecchiabile di tutte le canzoni che abbiano cantato a san Remo quest’annno. Per il resto non ho ancora visto una puntata per intero, e quella che inizierà fra poco è sempre la mia serata preferita, perché rifanno tante belle canzoni, e io faccio schifo in quanto a cultura musicale italiana attuale, ma se fanno qualcosa anni ‘60/70/80 io attacco a cantare come una demente, e ripongo tante, troppe aspettative, in questa serata. C’è mio papà che sostiene che dovrebbero scegliere ospiti più giovani, e che l’Italia in questo senso è sempre rivolta al passato. Però io mi chiedo… se non venissero ospiti come la Carrà, che ha tenuto compagnia a più generazioni di persone e fa ancora abbastanza simpatia, chi è che guarderebbe il festival? Poca gente, credo, perché una volta sentite le canzoni e decretato che “boh, fanno abbastanza pena”, io avrei spento, se non fosse per gli ospiti e per quel poco che fa e dice la Littizzetto, che a me sta simpatica anche se prevedeo ogni sua battuta. Però san Remo è san Remo, perciò io lo guardo sempre. Anche se Noemi non mi ha vendicata, anzi, e la canzone di de André junior che è stata scartata era molto più bella di quella scelta dal pubblico, anche se lui tende a starmi antipatico, e non sarà mai come il papà, e so che è stupido paragonare un artista a suo padre ma credo, sinceramente, che sia inevitabile, soprattutto per me che con de André ho passato mezza infanzia e un’adolescenza. Bene, passo e chiudo. Queste sono tutte le mie illuminanti considerazioni su un festival he ho visto a metà, mi ha fatto un po’ pena e mi ha messo tanto, ma tanto sonno. Però da brava incoerente quale sono io me lo guardo tutto.  Baci Minerva

mercoledì 19 febbraio 2014

san remo 2014 parte 1 ovvero: il mondo piange

“Se dovessi scegliere una canzone per descrivere questo san Remo mi viene solo in mente “Il mondo piange”, una delle canzoni di Irene Fornaciari, la figlia di Zucchero per intenderci (io tendo a scordarmi che abbia un nome ed un cognome, povera), che è stata cantata nel san Remo 2010, che è il mio preferito, anche se non so perché. So tutte le canzoni, ma proprio tutte, di quell’edizione, e me le ricordo ancora quasi a memoria. Anche quelle che mi fano schifo, tipo Pupo col principe, io le conosco. Ecco, di questo san Remo 2014 non mi ricorderò una canzone, già me lo sento. Dell’anno scorso mi sono vagamente rimaste impresse la canzone mononota di Elio, quella di Mengoni con cui la mamma è fissata e quella dei Modà. Degli anni prima solo Vecchioni, arriverà di Emma e dei Modà, non è l’inferno di Emma e qualcos’altro. Ma temo che di quest’edizione non mi resterà in testa proprio niente. Cosa posso dire di questo san Remo guardato per metà che poi dovevo andare a letto per via dell’interrogazione di biologia di oggi? Che la mia parte preferita è stata l’omaggio a de André. Lui è il mio eroe, adoro le sue canzoni e il suo modo di pensare, e sono stata contenta che l’abbiano omaggiato, anche se queste cose in televisione non mi fanno impazzire. Però creuza de ma (non riesco a mettere l’accento giusto, sorry) è creuza de ma, e a me piace davvero tantissimo, e non lo so, è stata la cosa più magica di tutte, l’unica cosa davvero magica di tutto il festival. Dei due che protestavano, non so cosa dire. Ero agghiacciata, quando ho visto la scena. Poi io non lo so, se fosse una montatura o meno, se il servizio di sicurezza sarebbe dovuto intervenire o no, ma la scena è stata…. Agghiacciante, non so perché. E ho pensato che sarebbe stata un cattivo auspicio per il festival e non solo, anche se è il pensiero più stupido da formulare, in questi casi. Le canzoni hanno fatto pena, tanta. Io sono arrivata a Gualazzi, poi papà ha decretato che andava a dormire, perciò ci siamo ritirati tutti. Però non lo so, mi è sembrato un festival veramente triste. Cat Stevens, che avrei voluto vedere, me lo sono persa perché dormivo già da un bel po’. La modella francese, francamente, era terrificante. E povero Modugno, dico sul serio, si sarà rivoltato nella tomba. Meraviglioso è una delle più belle canzoni di sempre, per me, e Laetitia o come cavolo si scrive non doveva cantarla, no. Arisa non mi piace, non mi è mai piaciuta davvero, e fra me e lei non c’è feeling. Il rapper dal nome che non ricordo non mi è piaciuto, non amo il rap e non ho capito se il testo della canzone, almeno, fosse degno di nota o no. Antonella Ruggero… cos’ha cantato? Io non ho seguito una parola di entrambe le canzoni, giuro, mi sono persa. E in quanto a Gualazzi l’ho sempre trovato carino e più bravo di altri, ma questa volta era noioso in maniera indicibile. Boh, francamente mi aspettavo qualcosa di meglio. Confido in questa sera, e…. Noemi deve vendicarci. L’ha coniata la mia migliore amica, questa frase, quando ieri commentavamo il festival su skype. E stasera sapremo se ci ha vendicate o meno, e lei è la mia speranza. Io domani ho un compito di biologia abbastanza vitale. Ma stasera guardo il festival, e chissenefrega della biologia. Baci

lunedì 17 febbraio 2014

now I'm here

uh, bene. iniziamo un post. l'ennesimo, e magari lui non lo butto via, magari. E lo pubblico. È che domani inizia san Remo, e vorrei almeno rubare un po' di tempo alla scuola per ridere da sola e commentare il grande evento che tiene incollati italiani e non solo alla tv per cinque giorni di fila, e tuti ci diciamo che "basta, quest'anno non lo guardiamo", poi ci ricadiamo. sempre. E poi che cavolo, non è giusto. San Remo è San Remo, l’unica occasione in cui mi sfogo veramente e mi diverto un sacco, non che l’unico momento in cui mi degno di accendere la televisione che ho in camera. Perché sì, ho la tv in camera, e l’ho accesa pochissime volte in vita, tipo per vedere X Factor ai tempi quando era ancora su Rai 2. E per vedere titanice l’attimo fuggente quando li hanno fatti alla tele, perché i miei si sono rifiutati. Bene, credo che guarderò san Remo da sola, perché papà ha arquato ventitré sopracciglia quando gli ho detto che iniziava il festival, la mamma è a un corso di cucina e mio fratello pensa solo a Baglioni, che è l’unico cantante che ascolta, il che è inquietante. Perché baglioni è davvero bravo, secondo me, a parte certe canzoni che sono delle lagne terribili, ma sentire solo lui è… inquietante, appunto. Spero tanto il cane mi faccia compagnia, anche se i suoi gusti musicali sono discutibili. Quando sente Samarcanda, di Vecchioni, è l’animale più felice del mondo e fa un casino assurdo, abbaia e arruffa il pelo. Mah. Dunque, ho resuscitato il blog per san Remo. Non per l’inizio dell’anno, non per Natale, per san Remo. Vabbé, dovevo trovare un’occasione decente per riprendere a scrivere. È che quando Federica, che è la persona che segue questo blog da più tempo in assoluto e non mi ha mai abbandonata, ha annunciato la sua partenza per un posto che a me sembra davvero remoto ma sarà un’occasione fantastica, per lei, ne sono sicura, mi sono detta che dovevo continuare a scrivere e che dovevo commentare san Remo con lei, quest’anno, perché poi parte e non so se l’anno prossimo torna in tempo, e ancora un momento per ridere dei suoi commenti sul festival ci vuole. E poi dovevo riprendere a scrivere, in generale. Il blog, l’atmosfera, i lettori, mi mancano. Ora come ora la maggior parte dei blog che seguivo non è più attiva. Mi devo costruire un’altra rete, di persone che non mi conoscono, che non hanno visto questo blog crescere. Però fa niente, va bene così, davvero. È un po’ come nella vita, no? Le persone cambiano, come i compagni di scuola. La cosa bellissima di questo blog era che lo leggevano tutti. Quando ho iniziato a sciivere non avevo nemmeno tredici anni, capiamoci. Ed ero egocentrica, sul serio, e mi leggevano mamme, studentesse, insegnanti. Nessuno della mia età, ma dettagli. E adesso cerco davvero dei lettori eterogenei come ai “vecchi tempi”, perché l’atmosfera di “l’occhio non vuole la sua parte”, che tral’altro ho rischiato di cancellare per sbaglio, resti più o meno la stessa. Bene, perciò si ricomincia a scrivere. Non so in che modo né con che ritmi, però ricomincio con san Remo, poi chissà. Ci saranno i libri, le mie avventure da liceale con bastone bianco e brutti voti in matematica, poi si vedrà. A Presto, I hope Minerva (nessuno provi mai a chiamarmi Minnie. L’ha usato una ragazza su un forum quando mi sono iscritta con questo nick, l’avrei uccisa...)