domenica 2 novembre 2014

sessantasei anni

Sessantasei anni fa arrivavi in Italia, nonno. E neppure la conoscevi bene, quella che era la patria di tuo padre, un po' la terra promessa della tua adolescenza. In Italia ci eri stato, ma solo in guerra. In Istria prima, poi a Parigi, a Vienna e infine in Veneto, scappato in un rocambolesco viaggio che non posso raccontare, solo tu puoi farlo. E poi sei tornato nella tua Germania, il paese che ti ha visto crescere e per il quale hai dovuto, tuo malgrado, combattere. E cos'avesse quel paese da offrirti alla fine della Seconda Guerra Mondiale non lo sapevi, e allora tre anni dopo eccoti su un treno diretto a Milano, con la valigia tenuta insieme con lo spago che fa tanto film, ma non c'era nulla di più vero che quei tuoi pochi averi tutti lì, ammucchiati in uno spazio così ristretto, proprio come le tue speranze. E poi eccoti a Milano, nel giorno dei morti, a cercare un lavoro che sapevi difficilmente avresti ottenuto. Ma tu non lo sapevi, che il 2 Novembre era festa, e te lo dissero in stazione e chissà come ti sei sentito, solo in una città tutta da scoprire, senza possibilità alcuna di trovare un impiego, per quel giorno. E allora cos'hai fatto, te lo ricordi? Non me l'hai mai detto, ma magari hai vagato per quelle strade tutte nuove come un fantasma, perché la gente di Milano chissà dov'era, forse chiusa in casa, forse al cimitero. E poi c'è stata la prima notte che hai passato in stazione, e io penso sempre che al tuo posto non ce l'avrei fatta, che la paura e il silenzio, più grande di me e di tutto il resto, sarebbero stati troppo insostenibili. E chissà cos'hai pensato rannicchiandoti su una panchina o chissà dove, con solo i treni fermi a farti compagnia o, magari, qualcun altro venuto a cercar fortuna a Milano. Non lo so, non ne parli mai, so di quella notte in stazione dal papà, perché nonostante tu non abbia mai lesinato nessun particolare della tua vita, sei sempre stato molto parco, circa quei primi giorni a Milano. Però la speranza e la voglia di farcela non ti sono mai venute meno, e io ti ammiro infinitamente, per questo. Un lavoro l'hai trovato, presso il papà di quello che sarebbe diventato uno dei tuoi migliori amici, e col quale, ancora oggi, condividi ricordi su ricordi, esperienze e cd di musica Classica. E non posso spiegare quanta gratitudine provi ancora verso quell'uomo che ti ha aperto la porta e ti ha offerto un impiego, che ti ha dato la possibilità di farti le ossa, spazzando un cortile prima e battendo a macchina in tedesco tutte le pratiche di un'azienda poi. E dopo qualche anno hai conosciuto la nonna, l'austriaca, arrivata a Milano con l'idea di continuare fino a Firenze, innamorata com'era dell'opera lirica e della Toscana. Ma si è fermata, poi, e vi siete sposati, a Milano, per poi celebrare il rito in chiesa nella città natale della nonna. E poi ci sono stati lo zio, il papà, l'azienda, la Svizzera, le nuore e noi nipoti. E i tuoi racconti dell'Italia nei primissimi anni '50 ci sembrano fant ascienza, a volte consideriamo un eroe, per quanto nessun libro di storia parlerà mai di te. E oggi sei qui, con i tuoi novant'anni portati benissimo, l'Iphone in mano e il tuo solito sorriso pronto, a ripetere, come ogni 2 Novembre, che è l'anniversario del tuo arrivo in Italia. E io sono qui, oggi, a scrivere di te, che nel duemilasei piangevi commosso sentendo l'inno tedesco, ma gioivi quando l'Italia vinse la partita contro la Germania con quel goal spettacolare. E il tuo amore per Milano non si può capire, perché quella città ti ha dato tutto eppure, negli anni dei rapimenti e della contestazione, te ne sei andato in Svizzera, in un posto più sicuro per te e per la tua famiglia, ma ancora evochi con nostalgia la panetteria di fronte casa tua, e conosci le vie milanesi meglio di chi, forse, ci vive ancora. E tu sessantasei anni fa arrivavi dalla Germania, e io adesso scrivo, scrivo per non dimenticare la stazione in cui hai dormito e i tuoi primi giorni difficili in Italia, scrivo tutti possano conoscere la tua storia d'immigrato, scrivo perché tu meriti queste parole e molte altre, ma so già che questo post non lo leggerai mai, perché il coraggio di mandarti queste righe mi manca, e mi limiterò a lasciarle fluttuare nel Web, nella speranza che qualcuno rimanga colpito dalla tua vicenda. E niente, ti voglio bene, voglio bene all'accento tedesco che non hai mai perso e al tuo amore per Milano, a quando mi suoni Bach con l'armonica e al tuo bisogno di dire a tutti che sei italiano, nonostante la tua infanzia dica il contrario. E grazie, grazie per i tuoi ricordi, i tuoi racconti e i tuoi sorrisi.

11 commenti:

Federica ha detto...

Adoro questo tuo moDo di raccontare la tua famiglia

Rebecca ha detto...

E io ringrazio te, per avermi regalato il piacere di leggere un racconto così bello, vero e personale..
Hai uno stile davvero piacevole da leggere.. :)

La spettinata ha detto...

Mio nonno e' rimasto qui, i fratelli di mio nonno no, andarono in Canada a cercar fortuna e la trovarono. Ogni storia personale familare ha il suo viaggio <3

BlondeGirl L ha detto...

:)

Zazee ha detto...

Mi hai fatto venire le lacrime agli occhi! Per la storia piena di vita che racconti, e per l'anima che metti quando scrivi. Grazie per questo blog, davvero.

Maruzza ha detto...

Quando si parla così di qualcuno che si ama,bè ci si può solo commuovere.
:°)

G ha detto...

Grazie di aver condiviso con me, con noi, questi ricordi così preziosi.

E' sempre bellissimo e commovente leggerti, davvero!

Un abbraccio

G

Francesco ha detto...

Questa è una storia bellissima. Oserei dire persino epica

Napee ha detto...

Che bel racconto di famiglia! Mi sembra strano che qualcuno dalla Germania sia emigrato in Italia e per di più che si sia trovato bene. Sai noi italiani siamo un po' disorganizzati e individualisti, mentre dicono che in Germania siano l'opposto. Io so che vorrei vivere in Italia perchè secondo me è il posto più bello al mondo, nonostante tutto.

Phiiiibi. ha detto...

Aww *-*

Ludo ha detto...

Taaaantissimi auguri!(in ritardo, ops..)