domenica 6 dicembre 2015

ne me quitte pas

Caro prof,
sono passati venti giorni. Venti giorni da quando, quel lunedì 16 novembre, ci hai spiegato la rivoluzione russa, hai trascorso l'intervallo con noi, hai fatto lezione con altri, sei tornato a casa, hai parlato al telefono con una tua amica e poi hai avuto l'infarto che ti ha portato via.
non ci sei più. E io non riesco, ancora adesso, a rendermene conto.
Per quattro lunghissimi giorni non ho pensato ad altro, quasi. Ho recuperato il sorriso guardando Hunger Games e parlando dei personaggi, dell'intreccio e del finale con le mie amiche, giovedì sera, dimentica del fatto che quella saga non mi è mai piaciuta e con la sensazione, inn sottofondo, che la tua mancanza mi avrebbe schiacciata.
Poi venerdì c'è stato il tuo funerale, e mi sono stupita di quanto un momento così triste possa contenere tanta bellezza. Bellezza perché eravamo in tantissimi, fra studenti, ex studenti venuti da Zurigo o Ginevra per salutarti, colleghi stralunati, ex colleghi in pensione e un numero imprecisato di amici e parenti. Bellezza perché ci siamo trovati, studenti e professori, in stazione, e ci siamo mescolati, riempiendo bus e treni, parlando di te un po' ridendo un po' piangendo, e la vicinanza di tutti loro, dei miei meravigliosissimi prof,  è qualcosa che mi ha toccata e che non posso scordare.
Al tuo funerale, sai, sono stata in piedi contro il primo freddo tagliente di novembre, con l'aria satura di mormorii commossi. Al tuo funerale ho sentito il vento, il cielo, il mondo, e ho avvertito così nitidamente che tu, che amavi la vita con un trasporto a volte drammatico difficile da spiegare a chi non ti conosceva, ormai non facevi più parte di tutto questo.
Però poi è partita la locomotiva, di Guccini, e lì, in mezzo alle mie lacrime, al mio strazio e alla mia incredulità, ho sorriso. Perché soltanto uno come te poteva scegliere quella canzone, per il tuo funerale. Perché il grido di Guccini, l'immagine che evoca la canzone, il senso d'ingiustizia e di ineluttabilità di quel brano erano esattamente le cose che provavo io. E Guccini, poi, ti rappresenta, rappresenta le tue esplosioni di rabbia, il tuo fervore politico, il modo in cui insegnavi la storia.
E poi ti hanno ricordato un prete che chissà cosa c'entrava, lì, perché tu eri la persona più atea del mondo, eppure ha detto parole vere, e giuste, e piene d'affetto, il tuo migliore amico, che ha raccontato di te studente, storico, professore, e il preside della nostra scuola, che, con un discorso discreto, delicato ma profondamente commosso mi ha toccata profondamente.
 E poi c'è stata quella ne me quitte pas, di Jacques Brel. E lì il freddo, il vento, il mondo, si sono fatti così brutali, e io ho pianto come una bambina impotente, perché tu non c'eri più, e adesso la mia vita, senza la tua voce, il tuo calore, il tuo fervore, chissà che senso avrebbe avuot. ho pianto per te, per me stessa, per i tuoi amici, per i colleghi, per questi anni di liceo che mi hanno regalato tutto e ora avevano riservato una sorpresa troppo amara. Ho pianto per il mio prof di latino che non si è unito ai colleghi, no, ma mi è stato accanto tutto il tempo, senza chiedermi mai come stessi o senza consolarmi, perché è troppo timido, ma riempiendomi di premure e di calore. Ho pianto per i miei diciotto anni, per quel dolore che chissà quando sarebbe cessato. E ne me quitter pas, che è una canzone meravigliosa e struggente, voleva dire tutto: non mi abbandonare, prof, non mi abbandonare.
E poi, però, il dolore un po' si è stemperato, e io mi sono sentita meno paralizzata, meno sconvolta, meno tramortita dall'incredulità e dalla tristezza.  Poi il dolore si è cristallizzato, mi ha scavato una cicatrice dentro, ma si è assopito.  
Ma sono venute giornate grige, grigissime, in cui nulla aveva più senso, studiare, tantomeno, e neppure festeggiare il mio compleanno, che mi sembrava un evento così idiota, se confrontato con la perdita del mio prof.
Però per fortuna, quasi di colpo, ho ripreso a sorridere, ad amare la mia scuola, le lezioni, gli intervalli passati a chiaccherare con i miei amici e tutto il resto.  
 E i miei diciotto anni sono arrivati, e sono stati incredibili, come non avrei mai pensato che fossero. Ho festeggiato con i miei amici in una pasticeria, con il tè all'inglese che ho sempre voluto,  le alzatine piene di pasticcini e tramezzini e la sensazione di essere capitata sulla scena di un'opera di Wilde.  Ed in mezzo alle tazze, all'albero di Natale, ai bricchi di tè e ai cucumber sandwiches (proprio come in thee importance of being earnest) c'eri anche tu, che avresti adorato una festa del genere, visto il tuo inguaribile amore per il cibo. E abbiamo chiaccherato, e riso, e ho aperto i regali, e sono tornata a casa in treno con ancora lo scintillio delle porcellane negli occhi.
E la domenica, poi, ho festeggiato con la mia famiglia super allargata, la mia insegnante di sostegno e due coppie di amici dei miei genitori che, in un modo o nell'altro, mi hanno vista crescere. E ci sono stati i discorsi, della mamma, del papà, del nonno con il quale ho ballato il walzer, per rispettare una promessa fatta dal papà al nonno quando ero appena nata. E ci sono state tante cose meravigliose, fra cui una torta, le parole cariche d'amore della mia famiglia e, stranamente, dei regali azzeccati, fra cui i biglietti per un concerto di Beethoven.
E poi il lunedì, tutt'un tratto, non era più il mio compleanno, ed è stato tempo di conoscere la professoressa di storia, quella che ci accompagnerà alla maturità. E non è te, prof, proprio per niente, anche se eravate amici, se leggevate gli stessi libri e se avete lavorato, uno a fianco all'altra, per diversi anni, perché lei era un po' la tua protetta. E lo sa anche lei, di non essere te, perché lunedì, quando l'ho incontrata, mi ha praticamente detto in faccia che "io non sono come lui", e allora io ho messo su il mio miglior sorriso e l'ho rincuorata, dicendole di non preoccuparsi, che sarebbe andato bene anche così e che, nel giro di poco tempo, lei avrebbe superato la paura della mia cecità. E invece no, non va bene per niente. Perché la prof è gentile, di una gentilezza che fa quasi male, e ha una delle voci più dolci che abbia mai sentito, e ci prova, a spiegare con passione. Però non la trasmette, la sua passione, e non ha nemmeno un po' del tuo carisma, del tuo trasporto, del tuo entusiasmo.
E quando è stato il momento di raccontarci del viaggio di ritorno dall'esilio fatto da Lenin nel 1917 si è interrotta, dicendo solo che "lui ve l'avrebbe spiegato molto meglio di me, perché quest'aneddoto me l'ha raccontato un milione di volte, sempre con un tono stupito ed esageratamente entusiasta". E di come sia tornato in Russia Lenin, ecco, io non so niente, e forse va bene anche così, però la tua mancanza era più palpabile che mai, e tutti noi abbiamo represso un sospiro, un nodo alla gola, una lacrima.

 
E poi i giorni si affastellano, e ogni giorno mi separa un po' di più dall'ultima volta in cui abbiamo chiaccherato, fitto fitto, in cui ti ho sentito spiegare, ridere, arrabbiarti con i soliti che arrivano in ritardo, ma per i quali tu stravedi. E la tua mancanza ora non mi serra più la gola, non mi fa piangere più, però non se ne va. A volte mi pare di sentire la tua voce, per i corridoi, a volte, semplicemente, mi aspetto di vederti sbucare dalla sala professori.
E chissà quando il mio amore per la storia si risveglierà, chissà quanto ci metterò perché la nuova prof mi entri nel cuore, chissà per quanto tempo ancora entrerò in classe, il lunedì mattina, convinta che ci sarai tu a parlarci della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Fredda.
Non ci abbandonare, prof. Non abbandonare me, che ho sempre amato la tua materia e ora mi fa quasi orrore pensare di riprendere gli appunti, non abbandonare la nostra, di prof, che ha perso un amico e un collega straordinario, e che ora guarda noi, che le sorridiamo a malapena. Non abbandonare il tuo migliore amico, che insegna storia in un altro liceo, ma è riuscito a farsi dare qualche ora qui, e ora lavora al 130%, forse per colmare il vuoto che la tua assenza gli procura. Non abbandonare i tuoi colleghi, stralunati, disorientati,, che ora alla normalità sono tornati da un pezzo, che però a volte si riuniscono in capannelli silenziosi e proferiscono poche,  commosse parole. Ma soprattutto non abbandonare i tuoi genitori, che chissà come sono, e chissà quanto soffrono, e tua sorella, e il nipotino per il quale stravedevi e ci faceva ben sperare che, un giorno, saresti stato un papà formidabile.

Ne me quitte pas
 Il faut oublier
 Tout peut s'oublier
 Qui s'enfuit déjà
 Oublier le temps
 Des malentendus
 Et le temps perdu
 A savoir comment
 Oublier ces heures
 Qui tuaient parfois
 A coups de pourquoi
 Le cœur du bonheur
 Ne me quitte pas
 Ne me quitte pas
 Ne me quitte pas
 Ne me quitte pas
 
 
Minerva
 

5 commenti:

Mareva ha detto...

Non ti abbanonerà finché non lo farai tu. E il modo migliore perché questo non avvenga è continuare a studiare, a stupirti e a vivere. Che si possa amare un professore in questo modo è meraviglioso. E proprio per questo lui sarà sempre con voi perché è riuscito in ciò che la maggior parte degli insegnanti non sa fare. Insegnare, appunto.

Maya Cents ha detto...

I ricordi sono preziosi e pericolosi insieme... ma c'è tanta vita nel modo in cui scrivi, non dimenticare di vivere anche la vita. Un abbraccio tesoro!

Nella Crosiglia ha detto...

Quanto mi tocca da vicino questo meraviglioso post, dove la sensazione ineluttabile della morte è presente in maniera delicata ma disperata incomprensibile non accettata...E allora mi vengono in mente le mie lacerazioni per questo evento, che ancora porto vivo e doloroso in me dopo due anni..le lacrime un po' si asciugano, ma la mancanza resta, il senso di solitudine terribile a volte ti afferra e ti senti inerme e disperata..
Ne me quitte pas, lo dici ma poi tremendamente succede!
Ti voglio tanto bene!

Cristina ha detto...

Io sono convinta che ovunque sia lui, sarà solo contento di quello che pensi, che scrivi, che senti. Non smettere mai di amare la storia, piuttosto studiala e custodiscila affinché un giorno tu stessa possa trasmetterla ad altri nello stesso modo con cui lui l'ha trasmessa a te.
Un abbraccione.

Giada ha detto...

E' un piacere conoscerti, Minerva.
Devo dire che le tue parole (non solo in questo post, anche negli altri) si portano dietro una raffica di emozioni.
Siete stati entrambi fortunati, tu ed il tuo professore, a trovarvi a vicenda. Deve essere stata una persona meravigliosa, da come la descrivi, appassionata e sempre pronta ad entusiasmarsi. Una persona che sa cosa voglia dire insegnare, ma anche educare. Mi ricorda la mia professoressa di francese, se n'era andata che io non frequentavo già più quella scuola, ma è stato un duro colpo, perché era una di quelle donne semplici, un po' burbere, che però adorano il loro mestiere e tutti i ragazzi che incontrano. Leggere "Ne me quitte pas" me l'ha fatta ricordare in tanti dettagli che il tempo aveva sbiadito.
Tu tieniti stretta tutto ciò che il tuo professore è riuscito a regalarti e trasmetterti, sarà un grande tesoro per la tua vita.