mercoledì 18 febbraio 2015

e adesso aspetterò domani, per avere nostalgia... (omaggio a Fabrizio de André)

Dormi sepolto in un campo di grano
 non è la rosa non è il tulipano
 che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
 ma son mille papaveri rossi

La strada dall'Emilia Romagna alla Toscana era lunga, e io,  a sei anni, me ne stavo sul sedile di dietro, a combattere contro il sonno, la nausea, la noia; talvolta cincischiavo una gomma da masticare, ma più spesso me ne stavo lì, pregando che, finalmente, arrivassimo nel paesino di mare in cui trascorrevamo l'estate. Il viaggio era lungo, lunghissimo: c'era la tratta dalla Svizzera alla casa dei miei nonni, in provincia di Parma, e poi quell'infinita strada fino alla provincia di Livorno. E io spesso le ultime ore di macchina le trascorrevo piagnucolante, fra il sonno e la veglia, con le guance arrossate e roventi, cercando di resistere al mal d'auto che già da allora mi perseguitava.
Mio padre aveva dei cd, in macchina. Ramazzotti, Bocelli, e poi quel cofanetto, mitico, epico, che avrei adorato e imparato a memoria, nel     corso degli anni: il concerto fatto in memoria di de André condotto da  Fazio. Fabrizio era appena morto e molti artisti gli avevano reso omaggio così, cantando le sue canzoni, forse perché il vuoto che lasciava de André lo percepivano, proprio come me.
 E noi ascoltavamo la solita manciata di canzoni, a ripetizione, perché erano le più orecchiabili e quelle che piacevano di più ai miei genitori. C'era Celentano, che cantava la guerra di Piero, e la Vanoni che interpretava Bocca di Rosa, e sono state quelle due melodie, perché alle parole all'epoca mica pensavo, a farmi innamorare di de André. Erano brani semplici, dalla struttura facilmente memorizzabile. La genialità dei testi, behh, l'avrei scoperta in seguito, ma allora l'importante era poterli canticchiare a mezza bocca, perché il viaggio sembrava meno lungo e meno noioso.
 Anche arrivati in Toscana, quelle canzoni lì, le sentivamo sempre, nel tragitto che dall'albergo portava alla spiaggia.  Finii per impararne a memoria i testi, senza badare troppo al loro significato. Però in quelle estati roventi, fatte di cicale edi  angurie, de André c'era, c'era sempre. Non la sua voce né gli arrangiamenti originali, ma le sue melodie, i suoi testi, erano con me che, bambina, li ascoltavo rapita. E c'era quella versione terrificante, che poi ho imparato ad apprezzare, della canzone di Marinella, cantata in francese.  E poi la Pfm, ne "il pescatore", la cui melodia allegra mi si impresse subito in testa.
Poi, alle parole, iniziai a badare davvero. Mia madre, un po' di anni dopo, il significato di Bocca di Rosa me lo spiegò  e io ne rimasi colpita, affascinata, oserei dire incantata. Non sapevo cosa fosse una prostituta, e la notizia che esistessero donne che facevano questo mestiere e, soprattutto, che alcuni uomini decidessero di scrivere una canzone su di loro, mi sconcertò. Ero abituata a brani diverse, più lieti, sicuramente dai testi meno poetici e più innocui, e una cannzone come Bocca di Rosa mi ingrandì il mondo.
 C'e' chi l'amore lo fa per noia
 chi se lo sceglie per professione
 bocca di rosa ne' l'uno ne' l'altro
 lei lo faceva per passione.

Però de André, in casa mia, non era mai entrato davvero, fatta eccezione per il concerto in sua memoria.
 Mio padre era un cultore della musica americana, e i cantautori italiani non l'hanno mai conquistato davvero, a differenza di quel Bob Dylan che a me bambina pareva un'anatra e, invece, era il suo idolo. Mia madre no, lei apprezzava cose più commerciali, più pop, e da lei ho preso il gusto per la Pausini, Baglioni e, più tardi, Venditti. Nemmeno mia nonna, diventata adulta proprio nel periodo in cui Faber cantava le più struggenti fra le sue ballate, lo apprezzava davvero; gli preferiva Tenco, di cui era invaghita, che aveva intravisto in centro a Milano, pochi mesi prima che si togliesse la vita. È strano come adesso sia io, quella innamorata di de André, più di tutti loro, nonostante i miei diciassette anni.
Ma poi ho imparato ad apprezzare i suoi testi. Alle medie, complice una giovanissima insegnante di teatro per la quale stravedevo che adorava Faber, grazie alla quale mi misi davanti a youtube a cercare le sue canzoni. E mi innamorai di alcuni brani, soprattutto di "la città vecchia", in cui è tratteggiato un'immagine crudele e meraviglioso di Genova, con i suoi splendori, le sue miserie, le sue cicatrici.
Se non sono gigli, son pur sempre figli
vittime di questo mondo

E a Genova ci sono andata io, a tredici anni, con le canzoni di de André in testa, a percorrere gli stretti carrugi cantando via del campo a mezza voce. L'ho amata, Genova, con le sue vie strette strette, l'odore del mare, così scuro e penetrante, e la focaccia unta e croccante della quale ho fatto indigestione.
E ho continuato ad amare de André, soprattutto al liceo. Ho scoperto canzoni su canzoni, scritto troppe sue citazioni sul diario, pianto sulle note di "verranno a chiederti del nostro amore" e "hotel supramonte", che forse sono le mie due canzoni preferite, ma chi può dirlo, e che importa, alla fine. Conta la commozione, la nostalgia, l'affetto che provo di fronte alla poesia che de André aveva dentro di sé, mi emoziono profondamente nel leggere i passaggi più tocanti delle sue canzoni e tanto basta.
 Tu bandito senza luna senza stelle e senza fortuna
 questa notte dormirai col suo rosario stretto intorno al tuo fucile.
 Tu bandito senza luna senza stelle e senza fortuna
 questa notte dormirai col suo ritratto proprio sotto al tuo fucile.

Piano piano mi sono avvicinata a de André, non solo come cantante, ma anche come uomo. Ho ascoltato interviste, letto articoli, scovato discorsi durante i concerti. E l'ho adorato sempre di più, con la sua reticienza impressionante, i suoi demoni, la sua genialità. Lo ricordo in un video, girato nella sua tenuta in Sardegna, qualche mese dopo il rapimento. Era insieme alla moglie, alla sua bimba, agli amici musicisti di sempre. A fargli da cornice la sua terra, così amata, desiderata, curata da Fabrizio, consacratosi  alla vita contadina.
Quanto mi manca de André? Tanto, tantissimo. Vorrei averlo qui, perché il mondo senza di lui è un posto un po' peggiore, perché la mia generazione un cantante che racconti l'essere uomini con una lucidità tanto appassionata non ce l'ha e forse mai l'avrà. Mi manca perché avrei voluto tanto stringergli la mano, ringraziarlo per la poesia di cui ogni sua canzone è intrisa, per la sua intelligenza e anche, perché no, per aver alleviato la noia infinita dei viaggi fra l'Emilia e la Toscana.
E oggi, oggi che sarebbe stato il suo compleanno, io sono qui a scrivere di lui, che per me è un idolo, un poeta, un rivoluzionario, un contadino, un grande uomo. E lo ricordo così, come nel video di cui parlavo prima, nella selvaggia e affascinante Sardegna, circondato dagli amici affettuosi, dalle bestie e dalla sua famiglia piena di screzi, di scontri e di un amore universale, infinito, vero.
E vorrei soltanto trovarlo, un mentore alla sua altezza, in questi mesi più che mai, per mettere ordine ai miei pensieri di ragazzina che si fa troppe domande,  e nell'osservare il mondo spesso resto stupita, stupita e confusa, perché le cose non vanno come vorrei, e forse de André mi aiuterebbe a capire.
 Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
 come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
 i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro
 i tuoi occhi assunti da tre anni
 i tuoi occhi per loro,

 ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
 o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
 e troppo stanchi per non vergognarsi
 di confessarlo nei miei
 proprio identici ai tuoi

 sono riusciti a cambiarci
 ci son riusciti lo sai.


Però restano, le canzoni di de André. Resta "verranno a chiederti del nostro amore", cantata da Cristiano, lo scorso san Remo, e quell'interpretazione ha regalato a tutti un brivido e un sospiro, perché quella canzone incanta, stupisce, abbaglia. Restano i concerti, i video, le interviste. Resta Dori Ghezzi che lo racconta, suo marito, con una classe e un'intelligenza che poche donne hanno. E restano gli amici di sempre, quelli che hanno cantato al concerto per lui, come Vecchioni, la cui interpretazione di "hotel supramonte" mi commuove quanto l'originale. E il testo, il testo di hotel supramonte, non si può non citare, non amare, non commuoversi di fronte a parole così romantiche e potenti, capaci di far bloccare il respiro in gola. E ascoltatela, hotel supramonte, ascoltatela più di tutte le altre canzoni, perché non può non commuovervi, non smuovere qualcosa dentro al vostro cuore.
 grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere
e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve
 sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete
 passerà anche questa stazione senza far male
 passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
 ma dove dov'è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore.

E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome
 ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme
 ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
 cosa importa se sono caduto se sono lontano
 perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
 perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole

 E ci siamo noi, che de André lo amiamo, lo capiamo, che siamo cresciuti con la sua musica. E poco importano i miei diciassette anni, la differenza generazionale e qualsiasi cosa. La sua musica c'è, a guidarmi, a farmi guardare il mondo da una prospettiva diversa,  e tanto basta.
E ascoltatelo, oggi, e sempre. Fate indigestione delle sue parole, delle sue verità, della sua luce e dei suoi demoni. Sentitele davvero, le sue canzoni, leggetene i testi, cantateli fino a impararli a memoria, insegnateli ai vostri figli e ai vostri alunni. Io non posso aggiungere altro, perché non sono una giornalista, no, e questo post è più personale che altro, però a de André un grazie lo voglio dire, e questo è l'unico modo per poter esprimere tutta la mia riconoscenza  e il mio affetto verso quest'artista che, purtroppo, ci ha lasciati così in fretta, regalandoci, in compenso, dei brani immortali e magnifici.
    Proprio per questo ora io vorrei ascoltare
    una voce che ancora incominci a cantare:

Minerva

Ps: questo post ha una colonna sonora, che sono i versi che ho citato fra le righe. Ci sono, nell'ordine, "la guerra di Piero", "Bocca di rosa", "la città vecchia", "Franziska", "Verranno a chiederti del nostro amore" e "Hotel supramonte" di de André. L'ultima citazione no, non è di Faber, e forse così, senza aver sentito la canzone non rende l'idea, ma l'ho riportata perché esprime bene i miei sentimenti. Si tratta di due versi di "Stagioni", di Francesco Guccini. La canzone parla di Che Guevara, ma importa poco, perché io nel sentirla, oggi, ho pensato a Fabrizio e a quel che abbiamo perso noi, dopo la sua morte. Il titolo del post, invece, è un'altra citazione di de André, un verso di "se tagliassero a pezzetti", un'altra delle mie canzoni preferite  e che dovete assolutamente sentire.