giovedì 23 aprile 2015

#ioleggoperché

Io leggo perché i libri sono stati la mia ancora di salvezza, il mio nido, la mia tana, la mia porta per entrare in mondi segreti. Leggo perché sono stata una bambina sola, e la lettura è stata tutto, per me, negli anni dell'infanzia. È stata la chiave per entrare in contatto con universi diversi dal mio, per uscire dalla solitudine, per dimenticarmi, per un po', di essere diversa e  di avere due occhi che non funzionano. Quando leggevo non ero sola, per niente, c'era quel mio mondo fatto di maghi, animali parlanti, fate e fabbriche di cioccolato. E allora non importavano più i bambini che giocavano con me malvolentieri, le maestre che mi rimproveravano perché "già la cecità ti rende diversa, se leggi libri inadatti alla tua età e fai discorsi da adulta i tuoi compagni ti eviteranno ancora di più" (cito le testuali parole di un'insegnante delle elementari), le volte in cui, spegnendo le candeline della torta di compleanno, l'unico desiderio che esprimevo era quello di poter vedere, per essere come tutti gli altri.
Leggo perché quando ho imparato il Braille sfiorare con le mani quelle pagine rugose è stata la mia salvezza; girando pagina sapevo che, malgrado tutto, ci sarebbe stato un piccolo mondo in cui io non sarei stata così diversa. E poi potevo leggere, non proprio come chiunque ma quasi, e anche se i miei libri erano enormi e privi di figure, a me andava bene così. E quando ho iniziato a scrivere, da bambina, ho capito che potevo crearne anche io uno, di mondo, di cui  sarei stata la signora incontrastata, per una volta in grado di gestire la realtà e di manovrarla a mio piacimento.
Leggo perché Harry Potter, a un certo punto, ha cambiato la mia vita, creandomi l'accesso ad un mondo bellissimo, in cui potevo davvero rinchiudermi. E a Hogwarts c'era spazio anche per me, che mi sentivo estremamente simile ad Hermione, la ragazzina maledettamente ssaccente che alzava sempre la mano in classe; quella  che poi, nonostante tutto,  trova degli amici che la apprezzano davvero e che sono sempre con lei, nonostante tutto. Ed Hermione granger è ancora lì, da qualche parte, nella mia testa, con i suoi denti sporgenti e i capelli tanto ricci almeno quanto io li ho dritti, e con quel suo zelo quasi militare nei confronti della scuola, che è un misto di senso del dovere e di entusiasmo, e che ormai io capisco perfettamente. E per leggere l'ultimo libro di Harry Potter, a 10 anni, ho saltato la scuola, mi sono barricata in camera finendo la febbre e ho chiuso il settimo libro della saga con il cuore in gola perché lo capivo che, da allora, qualcosa sarebbe cambiato, inevitabilmente. Ma non li ho lasciati, quei personaggi lì, come non ne ho lasciati mille altri, e l'atmosfera fatata di Harry Potter mi porta ad un periodo che, nonostante sia stato difficile, io ricordo ancora come magico, ed il merito è tutto di J. K. Rowling, che ha creato un microcosmo che ha regalato alla mia infanzia momenti memorabili.
Io leggo perché, quando la maestra delle elementari mi disse di leggere un libro adatto alla mia età, per ripicca  mi misi a divorare un romanzo sul commissario Montalbano. Inadatto, scurrile, pieno di cose che io, a dieci anni, non avrei dovuto neanche lontanamente immaginare. Eppure mi conquistò anche Camilleri, con quella sua lingua che è un misto di siciliano e di altri dialetti, che ora comprendo perfettamente  e che mi è familiare, perché nella me bambina quelle parole stravaganti si sono conficcate in testa più che mai. E da allora leggo ogni libro su Montalbano, nonostante ormai il loro fascino è andato sfumando, sia perché è passato anche quel periodo, sia perché a me ormai sembrano tutti maledettamente uguali.
Leggo perché, a undici anni, ho scoperto Isabel Allende, che ha cambiato di nuovo le carte in tavola, con quella sua scrittura evocativa, un po' fiabesca eppure capace di trattare tematiche nient'affatto facili, che mi tolse il respiro. Perché ero una bambina, sì, ma Isabel Allende mi ha fatto battere il cuore più di tutti, raccontandomi la realtà, quella vera, usando un linguaggio che a me ricordava le storie che, non molto tempo prima, i miei genitori mi leggevano ancora. E mi sono innamorata delle donne de "la casa degli spiriti", dell'eterea Clara, dell'appassionata e malinconica Blanca, della coraggiosissima Alba. E da allora voglio vedere il Cile, che a undici anni mi pareva il paese delle meraviglie e che ora vorrei visitare anche per ritrovare Claara, Esteban e gli altri. E quand'ho letto "la casa degli spiriti" ho annusato la politica, per la prima volta,  una politica fatta di utopie, di rabbia, di crudeltà infami, certo, ma che agli occhi di una me bambina era parsa qualcosa di splendido, quasi di eroico.
Leggo per Stefano Benni, per la sua lingua ricca di neologismi, per i colori di cui sono pieni i suoi libri. Perché mi ha fatta ridere, tanto, eppure con Saltatempo mi ha commossa tantissimo. Saltatempo è, nonostante tutto, il mio libro preferito. Quello che rileggo sempre, quando ho bisogno di chiarirmi le idee, perché qui Benni racconta i suoi anni '60, certo, ma anche l'adolescenza di un ragazzo cresciuto a suon di sogni e libri, le sue sconfitte, le sue fantasie, la sua rabbia. E io mi sento proprio come lui, sempre pronta ad incantarmi di fronte alla vita, ad immaginare cose stravaganti, a guardare il mondo con un misto d'innocenza e d'ironia.
 E forse, chissà, quando sarò più grande cercherò un altro libro preferito, uno che mi insegni come districarmi in mezzo alla vita adulta. Che poi sono in molti a citare e ad ispirarsi a personaggi più illustri, però, forse per i miei diciassette anni, io ho Saltatempo, come guida spirituale.
Leggo per i miei poeti, quei personaggi provenienti da ogni angolo del mondo che ho imparato a conoscere nella mia camera dalle pareti blu carta da zucchero, quando i romanzi non mi bastavano e nemmeno la vita là fuori mi piaceva più di tanto, perché mi sentivo sola, di nuovo, estranea dalle mie compagne che pensavano ai trucchi e ai ragazzi, e io mi sentivo disorientata, più che altro, perché a me importava soltanto delle parole. E allora mi chiudevo in stanza e la campagna emiliana di Pascoli prendeva vita nel mio cuore, nei miei occhi, nella mia testa, più verde e lussureggiante che mai. Che Pascoli è il mio poeta preferito ancora adesso, forse per quel suo raccontare la vita attraverso la natura che lo circonda o per quel suo attaccamento morboso alla propria casa e alla propria famiglia. E non lo so, Pascoli ha mille difetti, forse non è sublime quanto Dante, non ha lo sguardo acuto sulle cose che aveva Leopardi - queste sono soltanto opinioni personali, davvero -, eppure a me ha rubato il cuore a dodici anni e non l'ha ancora restituito. Ma ce n'erano, ce ne sono altri, di poeti. C'era Dante, appunto, di cui adoro la capacità che ha di fare ciò che vuole con le parole, di usare tutti i registri linguistici di cui è capace, di sporcarsi, con la lingua, fino a rimanerne letteralmente invischiato. E Petrarc a che fa l'oppposto, usando meno parole, Petrarca che la lingua tende a cristallizzarla, a usare quel che dell'Italiano gli pare più appropriato, Petrarca che a volte mi dà ai nervi eppure lo adoro, perché ho scoperto le sue poesie quest'anno, in un momento in cui avevo un po' perso lo slancio verso la Letteratura, ed è stato amore. E poi gli stranieri, Baudelaire con il suo  "Spleen", che ho letto a dodici anni, con un dizionario francese. Non ci ho capito niente, di quella poesia e tantomeno di tutta l'opera, però ogni parola, ogni verso, ogni accento nella mia testa suonava maledettamente bene, forse perché sono innamorata del francese fin da bambina. E poi "Spleen" è una poesia incredibile, e persino su una ragazzina undicenne può sortire qualche effetto. Non comprendevo e, grazie al cielo, non comprendo tuttora il tedio che stava vivendo il poeta, il suo tormento interiore, quella stanchezza paralizzante di cui la poesia è intrisa. Eppure qualcosa, nei sentimenti descritti dal poeta, mi era familiare. Il disagio, forse, la tristezza, la solitudine,  qualcosa c'era, fra i mille tormenti descritti nella poesia, che stavo vivendo anche io.  E alle medie me ne andavo in giro ddicendo che il mio poeta preferito era lui, Baudelaire, un po' per il suo nome altisonante, certo, ma anche perché nel leggere le sue poesie un po' mi sono sempre riconosciuta in lui.
E adesso, adesso leggo per tutti questi scrittori e per mille altri, come Simone de Beauvoir a cui devo un po' della persona che sto diventando, le sorelle Bronte su cui sto facendo la mia tesina di maturità, la letteratura americana che in questi mesi sto divorando. E leggo per Fernanda Pivano, la mia ultima scoperta e il mio ultimo amore di questi mesi, perché in lei io mi riconosco dannatamente.  Ho divorato la prima parte dei suoi diari, un tomo dalle dimensioni di un cucciolo d'ippopotamo, in una settimana e l'ho amato, adorando i suoi racconti sui grandi scrittori italiani e americani, sorbendo parola dopo parola le sue descrizioni delle città dei primi anni '50 e '60. Perché Fernanda Pivano ha reso accessibile a noi Italiani la letteratura americana, e l'ha fatto, secondo me, dimostrando un grandissimo amore per i libri e per gli autori stessi. E poi, beh, perché Fernanda Pivano è la ragazzina con la treccia bionda, proprio come la mia, che a diciassette anni si è innamorata dell'antologia di Spoon River regalatale da Pavese, che dopo pochissimi anni ha tradotto "addio alle armi" di Hemingway finendo in carcere, proprio per questo.  E io la sogno, un po', una vita come la sua, anche perché, pochissimi anni dopo, lei Ernest Hemingway l'ha conosciuto per davvero, e ha trascorso con lui moltissime settimane nei posti più svariati.
Io leggo per sentirmi meno sola, per immergermi in universi diversi dal mio, per dimenticare chi sono e per ricordarmelo meglio. Leggo per dare un senso alla realtà che mi circonda, per fare un tuffo nella storia, per conoscere altri paesi e altre culture, per perdermi nei versi di una poesia e per ritrovarmi incantata di fronte alle parole, lo sguardo perso e gli occhi sognanti.
Leggo perché è la letteratura a farmi brillare gli occhi più di tutto, perché ci credo, io, nel potere dei libri. Perché se non fossi diventata una lettrice nella mia vita ci sarebbero stati meno luce, meno sogni, meno speranze. Perché leggendo ho imparato che un bastone bianco non è un ostacolo, non per forza, che la mia cecità, anche se nel quotidiano può risultare pesante, può essere raccontata come una splendida avventura, e lo stesso vale per la storia di ogni vita. E questo a me dà speranza, dà gioia, dà conforto.
La lettura è una passione grandissima, la passione per antonomasia, almeno per me. È proprio per quella passione che io, all'università, studierò Lettere, malgrado i "oh, ma finirai sicuramente disoccupata" di molti.
E agli autori che ho citato sopra e a mille altri devo tanto, forse troppo. Ma grazie lo devo dire ai miei genitori che adesso leggono poco ma non hanno mai fatto mancare i libri, in casa mia, alle mie nonne, la Nonnabionda che da bambina mi leggeva libroni di mitologia greca, mentre l'altra nonna, quella Castana, mi regalò Simone de Beauvoir e "via col vento". E grazie anche al prof di lettere delle medie, quello con le giacche improponibili e i capelli pettinati alla cavolo, perché mi ha insegnato l'amore per la letteratura, e non solo quello per i libri che leggevo.
E grazie a voi che avete sopportato questo post lunghissimo, il cui titolo, #ioleggoperché, è quello di un'iniziativa che culmina proprio oggi, il 23 Aprile, fatta per promuovere la lettura.

Minerva


martedì 7 aprile 2015

still magic after all these years

Quattro anni fa non l'avrei mai detto, che mi sarei innamorata della musica. Quattro anni fa esistevano la Pausini, Baglioni, de André, poco altro. Quattro anni fa non avrei mai saputo i nomi dei Beatles, John Lennon a parte, figuriamoci distinguere una chitarra da un basso.
Tre anni fa, invece, era un'altra storia. Tre anni fa, a un concerto come quello di lunedì sera, sarei andata, perché mi piacevano tantissimo i Police, ed every breath you take era la mia colonna sonora di quel periodo, quella canzone su cui ho studiato, scritto, dormito, fantasticato per ore. Poi, chissà perché, per Sting ho perso interesse perché mi sta pure un po' antipatico, mentre per Paul Simon no, assolutamente. Perché Simon & Garfunkel sono orecchiabili e melodiosi, hanno scritto dei gioiellini e pure Paul Simon da solo non scherza, e io sulla sua Slip slidin' away ho lasciato il cuore.
Però il concerto di lunedì è stato diverso, diverso dagli altri. Nonn è stato come per Paul Mccartney o Springsteen, concerti durante i quali ho perso la voce a furia d'intonare a gola spiegata ogni canzone, urlare, commuovermi. Non è stato comee quando, sgomenta, ho visto Bob Dylan, quasi due anni fa, che storpiava letteralmente le canzoni, non me ne ha lasciata cantare una e ha riarrangiato ogni pezzo, con maestria, certo, ma lasciandomi attonita  e pure un po' triste, a un certo punto, anche se poi l'ho ammirato tanto, proprio perché lui non fa mai quel che la gente si aspetta e si reinventa sempre,  a costo di risultare sgradevole.
Paul Simon e Sting sono stati la via di mezzo. Non conoscevo ogni canzone, la maggior parte dei pezzi non aveva un significato importante, per me, eppure è stato uno spettacolo bellissimo.
A cominciare dall'entrata in scena dei due artisti: Sting, che è diventato d'improvviso l'uomo ideale di mia madre, che i suoi sessantatré anni li porta benissimo e ha una voce potente, e Paul Simon, che ha settantaquattro anni, ha cambiato il mondo della musica e ai miei occhi rappresenta mille cose. Un americano e un inglese su un palco italiano, a dare l'anima e a stupire undicimila persone lì accalcate.  E c'ero anche io, fra quelle undicimila persone, che li ho ascoltati concentratissima nell'attesa di poter cantare almeno quei due o tre brani, e, intanto, innamorandomi di nuovi pezzi, dei sedici strumentisti sul palco che, per l'occasione, hanno veramente suonato di tutto.
E io ci ho creduto, in ogni loro nota, in ogni loro accordo, in ogni loro respiro. Perché nella musica ci credevo in quel momento e ci credo ancora, così come ci credevano mio padre e il suo amico, cresciuti proprio con Simon & Garfunkel, e ci credeva la ragazza di diciassette anni davanti a me, con la quale mi  sono messa a chiaccherare prima del concerto, e che mi ha raccontato della faccia inorridita delle sue compagne di classe, che Sting  e Paul Simon manco li conoscono. E io avrei voluto chiederle il nome, l'amicizia su Facebook, perché sarebbe stato bello, parlare di musica, che mica ne trovo tutti i giorni, di diciassettenni con il mio stesso entusiasmo per cantanti ultrasessantenni.
E poi sono riuscita a cantare, nonostante tutto, almeno qualcosa. Perché quando Sting ha imbracciato il basso e ha attaccato "so lonely" io mi sono messa a  strillarla, letteralmente, e così è stato per quei pochi brani dei Police che ancora ricordavo, e per quelle canzoni di Paul Simon che conoscevo  a stento, ed era bello inventare le parole e non curarsene. Epperò... epperò quando Sting e Paul Simon hanno cantato Mrs Robinson, di Simon & Garfunkel, ci siamo commossi tutti. E abbiamo cantato a gola spiegata con loro, io che le parole me le ricordavo e gli altri forse meno, ma chi se ne importa, alla fine quella canzone ha un ritmo contagioso ed era impossibile non rimanerne travolti. Io ero raggiante, perché Simon & Garfunkel li adoro, e poterli rivivere, anche se non completamente, è stato qualcosa di incredibile.
 E poi Sting, Sting che si mette a cantare da solo America, sempre di Simon & Garfunkel, e come ha detto "kathy, I'm lost..." lui, ecco, non poteva dirlo nessuno. Perché America è una canzone poetica, dolce, melodiosa e mille altre cose, perché  il pubblico è andato in visibilio, a me s'è bloccato il respiro e Dio, quei tre minuti sono stati così magici, semplicemente, e la voce di Sting era struggente, intonata, magnifica, e nessuno, nemmeno lo stesso Paul Simon, avrebbe potuto interpretarla così.
E poi "the Boxer", con quel ritornello trascinante e quel "la la la" che si ripete non so quante volte, che è una delle mie canzoni preferite, sia nella versione originale sia in quella di Joan Baez. E c'è stata una trascinantissima Roxanne  e un altrettanto fantastica message in a Bottle, e io ho cantato anche quelle, anche se le parole non le sapevo, e andava bene così.
E poi non lo so, davvero, cos'è successo, quando Paul Simon e Sting sono risaliti, un'ultima volta, sul palco. E hanno iniziato a suonare una canzone che, sulle prime, non ho mica riconosciuto, perché era riarrangiata, completamente, ma poi mio padre, che probabilmente era più lucido e meno su di giri di me, mi ha detto: "Oh, è la tua canzone!".
 E così, Paul Simon e Sting hanno cantato Cecilia, di Simon & Garfunekl, e mica capita tutti i giorni di sentirsi dedicare una canzone che porta il tuo nome. Perché l'ho scritto pochissime volte, qui, forse nessuna, ma io mi chiamo Cecilia, anche se per ragioni che con Simon & Garfunkel hanno poco a che fare, però quando l'ho sentita, beh, mi sono commossa, proprio perché, Dio, io s'era bello, sentire Paul Simon che diceva il mio nome con la stessa dolcezza con cui lo diceva ormai quasi cinquant'anni fa, negli anni '60, facendo la felicità di chissà quante altre Cecilie. E l'ho cantata con tutto il trasporto e l'emozione del mondo, Cecilia, perché, oltre ad essere la mia canzone, è uno dei primi brani sentiti in inglese, del quale mi sono innamorata all'istante proprio perché è così orecchiabile da restarti impresso per sempre.
E poi, poi, poi... poi c'è stata "Every breath you take", e forse ho detto tutto, forse no. Perché l'inizio, l'inizio di quella canzone, è inconfondibile, non si può dimenticare e io, da quel giorno d'inverno in cui l'ho sentita, ci ho lasciato il cuore. E Sting l'ha cantata davvero, "Every breath you take", e non era un sogno, no, era tutto vero e in quel momento Sting, proprio lui, stava cantando una delle mie canzoni preferite, una di quelle su cui, come ho scritto sopra, ho vissuto di più, che ho anche cantato a un cavolo di karaoke, in un villaggio turistico, al mare, e ho pure vinto, ma non perché fossi brava, era il resto del mondo a fare pena in maniera inquietante. E un po' mi dispiaceva perché i Police non c'erano, con Sting, però andava bene così... Però è finita, Every breath you take, con quella sua melodia infinitamente bella ed orecchiabile, quel testo ch'è una dichiarazione d'amore, la voce di Sting che invade tutto, la mia testa, lo stadio, i miei pensieri.
E finisce così, questo concerto. Finisce così una serata passata su una delle sedie più scomode del creato ad ascoltate due rockstar, due poeti, due artisti grandissimi.
E grazie, allora. Grazie per queste tre ore di musica, che a distanza di otto giorni, nel rievocarle, provo un'emozione grandissima e ancora un brivido per la conclusione mozzafiato di "So lonely", per la voce morbida e commossa di Sting in "America", per tutto il resto.
E menomale che li ho visti, almeno loro, perché al momento tutti i cantanti per i quali stravedo  sono o morti o in età da pensione, e poterne vedere anche solo qualcuno è un onore, una fortuna, un regalo. E Dio, se vorrei assistere a tanti di questi concerti, capaci di togliermi il fiato e di trasportarmi in un'altra epoca, ma non è affatto scontata, come cosa. E allora tanto vale stipare il mio Ipod di musica, innamorarmi di gruppi su gruppi, stravedere per qualsiasi cosa sia stata composta negli anni '60 e sognare, sognare in grande stile e senza limiti, che la fantasia, almeno lei,  non ha necessariamente bisogno di freni.

CeciliaMinerva - anzi, Cilia, come dice Paul Simon