giovedì 15 settembre 2016

succede

Succede che ancano quattro giorni all'università e fluttuo, se possibile ancor più di una settimana fa.
Succede che nell'appartamento nuovo ho più carta igienica e biscotti dell'ikea (quelli all'avena e cioccolato, quelli allo zenzero e le minibrioche alla cannella che sono tanto gommose e tanto buone) che generi di prima necessità. E la libertà di poter mangiare quanti biscotti dell'ikea desideri, beh, non ha prezzo. Certo, libertà significa anche sape misurare l'ingente quantità di biscotti dell'ikea che mangerei se solo non avessi una coscienza, ma questo è un altro discorso.  
Succede che  l'altra notte, quando ho dormito nel nuovo appartamento per la seconda volta, ho avuto il primo attacco di panico della mia vita, e non è male, visto e considerato che ho passato anni a temere di averne uno. Solo che magari avrei anche evitato di svegliarmi alle due di notte con un sibilo nella testa, il cuore a mile, un bambino che piangeva disperatamente dalla finestra del palazzo di fronte  e il terrore, irrazionale quanto impossibile da mandar via, che in casa entrasse qualcuno, pronto ad aggredirmi. La mia mente era piena di scenari apocalittici: gente inquietante che mi aspetta nell'androne di casa, dirimpettai spettrali, ombre minacciose fuori dall'università. Di regola, non sono il genere di persona che vede maniaci  e aggressori ovunque, sto a casa da sola durante il giorno da quando sono piccola e non ho mai avuto paura quando i miei andavano via per il week end a restare a casa. Eppure quella notte non c'era razionalità che tenesse, e l'unico modo peer snebbiarmi la testa è stato ficcarmi le cuffiette nelle orecchie, accendere l'Ipod e provare a respirare. Ha funzionato, sì, anche se poi non ho chiuso occhio, e quando provavo a riaddormentarmi, o anche solo a leggere, riprendevo a tremare, a battere i denti e ad essere minacciata da scenari piuttosto apocalittici, quindi non c'è stato verso di riprendere sonno.
Da quell'episodio ho paura a tornare nell'appartamento. Adesso sono a casa mia, e alterno momenti in cui mi sento serena e penso che dopotutto sarà bello ad altri in cui mi sento sopraffatta dal panico. Mi chiedo quando riuscirò a dormire una notte di sonno filato, mi sveglierò senza quella scarica d'ansia che in questi ultimi giorni accompagna ogni mia mattina, mi alzerò, preparerò la colazione, mi vestirò, uscirò di casa, andrò all'università lemme lemme con bastone bianco e borsa del computer al seguito e mi sembrerà tutto normale. Mi chiedo quanto presto annuserò l'aria e scoprirò che è una bella giornata, che in fin dei conti non ho più paura, che, nonostante le mille cose che non vanno come vorrei, ce ne sono altrettante che funzionano egregiamente.
Succede che mi ero iscritta al coro dell'università, spiegando la mia condizione di non vedente giusto per non cogliere nessuno impreparato, ma mi hanno risposto che "signorina, nessuno le può impedire di partecipare, però deve tener conto che la sua menomazione (io penso di non essermi mai sentita menomata in vita mai, ma tant'è) potrebbe condizionare moltissimo gli altri partecipanti.". Ora, un po' ho riso, un po' mi sono sentita ferita e destabilizzata, ma soprattutto mi sono chiesta se veramente una persona può essere così priva di sensibilità e di buon senso. Sensibilità perché io non scriverei una frase così meschina e ipocrita a nessuno, tnatomeno a qualcuno che si è mostrato semplicemente gentile e accorto, e buonsenso perché, cavolo, si tratta poi di cantare, fosse stata la squadra di pallavolo dell'università avrei capito, ma è un coro, che diamine.  Però non mi scoraggia davvero, questa cosa, perché, se penso a tutti gli incontri che ho fatto, sono più le persone belle che davanti al mio handicap, dopo un'inziale timidezza, hanno deciso di provare a starmi vicino rispetto a quelle, come la tizia del coro, che mi hanno trattata con questa freddezza. Eppure una risposta come quella che ho ricevuto mi amareggia, quello sì, perché conosco tanti non vedenti che non sono cresciuti in una famiglia stimolante come la mia, che mi ha educata a provarci, a non arrendermi, a costruirmi una vita e delle passioni anche al di fuori di persone come queste, e per le quali una risposta del genere rappresenterebbe un motivo di risentimento enorme. Eppure vado oltre, perché voglio cominciare l'università senza pensare troppo a questo, concentrandomi sugli incontri, sulle lezioni che farò e che sono ceta mi piaceranno, sull'entrare in una classe gremita di persone pregando di non bastonare troppi incauti studenti.
Succede che ho paura mi mancherà mia mamma. Più di tutto, di casa, di papà, di mio fratello e dei miei amici che si sono sparpagliati in tutta la Svizzera per studiare, penso che quello con mia mamma sarà il legame più difficile da allentare. Penso che questa cosa sia dovuta molto alla mia cecità, ma ho sempre la sensazione che, senza di lei a sistemare ogni cosa, io non sia capace di fare niente. Che poi non è vero, perché l'ho dimostrato diverse volte, eppure non riesco a togliermi dalla testa la paura, del tutto irrazionale, di non farcela.
Succede che ho letto tanti dei libri per l'università e mi sono innamorata di letterature comparate, come materia, e del mio futuro professore, che è un'autorità in materia.  Ha gli occhi verdi proprio come tutti i miei prof di italiano,  parla e fuma tantissimo e  in dieci minuti di conversazione mi ha letteralmente conquistata.
Succede che ho trovato una nuova amica, su Internet, una ragazza cieca come me che nadrà a vivere da sola, in una città lontana da casa molto più della mia, e spero davvero ne nasca un legame bello, una complicità sincera, un po' di mutua comprensione per chi è sulla stessa barca.
Succede che i miei amici ormai sono tutti via e inizieranno l'università a pochi giorni di distanza da me. Succede che ognuno di noi avrà le sue avventure e disavventure, e ce le racconteremo, su whatsapp, su Facebook, quando saremo sul treno, in mensa o davanti a una cena solitaria. Succede che mi mancheranno, ma va bene anche così.
Succede, semplicemente, che non potrei essere più felice e avere più paura di così.




mercoledì 7 settembre 2016

-12 giorni all'università: di emozioni, forni a microonde e ultimi aggiornamenti




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Dovrei scrivere.

Oh, sì, dovrei farlo da dopo Natale, e raccontare il mucchio
di cose che mi sono successe. Raccontare di un inverno lungo, passato
nella nostalgia per il mio professore di storia, andatosene
all'improvviso, e nel tentaativo, un po' malriuscito, di riportare luce
nella mia quotidianità che mi sembrava tanto grigia. Dovrei
raccontare di una gita a Budapest che mi ha cambiato la vita,
ha restituito i colori che mancavano alle mie giornate, mi ha fatto
conoscere una città incredibile. Dovrei raccontare di quei
due professori che già ammiravo, ma che durante quella gita
mi hanno prestato i loro occhi, facendomi sentire sicura come quando
viaggio con la mia famiglia, descrivendomi ogni luogo talmente
minuziosamente da permettermi di vederlo, nitidamente, nonostante
tutto. Dovrei raccontare della primavera, che è esplosa da
quel momento in avanti, portando con ssé tante esperienze,
tanto studio, un ritrovato amore per la scuola e la voglia di
condividere con gli altri la mia esperienza di ragazza cieca,
portando  la mia storia in diversi licei. Dovrei raccontare
della maturità, del tema scritto senza quasi respirare,
perché la traccia - un racconto di Natalia Ginzburg bello da
togliere il fiato - mi aveva presa tanto da farmi dimenticare il tempo
che passava, gli altri che scrivevano, il mondo che continuava a
esistere. E poi non l'ho neppure riletto, il tema, e pensavo di aver
fatto un disastro e ho pianto e pianto, a casa, convinta di aver
fallito. E poi dovrei parlare degli orali. Dell'esame di filosofia in
cui come esaminatore esterno c'era un professore
dell'università di Pavia, che mi ha chiesto un paragone ra
Nietszche e Pascal e io gli ho detto tutto in manaiera talmente
concitata da farlo sorridere. Dovrie raccontare l'orale di italiano, in
cui mi ha chiesto Paolo e Francesca e Poliziano, e io giuro che
Poliziano l'avevo tralasciato, nel mio ripasso, perché
davvero non avrei pensato a lui com e possibile domanda per l'orale.
Eppure dovevo averlo interiorizzato, in qualche modo, perché
il professore era tanto entusiasta da dirmi che dovrei considerare
seriamente di fare anche il dottorato in lettere, oltre alla laurea
normale, e io dentro di me pensavo che certo, l'avrei anche fatto, ma
mai e poi mai su Poliziano. E invece a latino leggevo Orazio come se
fosse la lista della spesa, perché mi veniva da piangere
dall'ansia e non sapevo più trovare gli accenti,
però quando mi hanno chiesto di commentare il testo sono
partita in quarta e alla fine l'esterno, un teutonico professore venuto
da Zurigo, mi ha detto, con accento tedeschissmimo: "abbastanza
impressionante, la sua presentazione, ja!", e io non sapevo se ridere o
buttarmi dalla finestra, così ho scelto di uscire di corsa
dalla classe. Ho chiuso per sempre con la matematica, ridendo insieme
al mio professore di tutte le cavolate che ho detto all'orale,
perché è stato abbastanza un disastro eppure sono
riuscita a non andare in panico. E va bene così, dopotutto.
E dovrei raccontare di come, il giorno della consegna dei diplomi (in
Svizzera c'è una cerimonia in stile molto americano, senza
toga e tocco, però), ho scoperto di aver vinto il premio per
il miglior tema, fra un insulto e l'altro dei miei amici che avevo
stressato perché ero convinta di averlo fatto male. Ebbene,
evidentemente ho standard troppo alti, oppure sono talmente incapace di
giudicare il mio operato da sabotarmi costantemente. Però
sono stata felice di salire su quel palco e di ricevere i fiori e la
busta voluminosa in cui c'erano i biglietti per un viaggio a Firenze,
perché, più di tutto, stavo realizzando un sogno,
perché da quando, in prima superiore, il mio prof di
italiano aveva detto che esisteva un premio per il miglior tema di
maturità, avevo sempre pensato che sarebbe stato bello
vincerlo. E quell'ultimo giorno ho salutato tutti i miei professori,
ringraziandoli e commuovendomi tanto, perché il liceo
è stata un'avventura bellissima, ricca di persone, di
incontri, di passioni che non penso dimenticherò mai. Questa
scuola mi ha accolta e spronata, e malgrado  ci siano stati
momenti difficili, non ne sono mai stata delusa. Sento tanti ragazzi
non vedenti, o disabili, che parlano della scuola con amarezza e che
hanno avuto esperienze terrificanti con professori e compagni. Io non
voglio entrare in merito, no davvero, però penso che ci
voglia tanto tanto impegno da parte nostra, perché
nonostante la mia esperienza sia stata meravigliosa, ho
dovuto  metterci l'anima, per farmi accettare, per dimostrare
di non essere soltanto la mia cecità e per avvicinarmi agli
altri.

Pensavo che l'estate dopo la maturità sarebbe stata
meravigliosa ed elettrizzante, una stagione in cui sperimentare tutta
la libertà del mondo  che avrei ricordato per il
resto della vita. Eppure è stata bella, sì,
complici un viaggio fra Normandia e Bretagna con la mia famiglia in cui
tutto, davvero, parlava di storia e di memoria  e una vacanza
studio con la mia migliore amica in quell'Inghilterra che ormai sento
anche un po' casa, eppure è stata anche tanto difficile. Ho
rinunciato a diverse cose, quest'estate, perché
semplicemente volevo tempo per stare in casa,  a leggere e a
pensare a quel che sarà la mia vita. Non si dovrebbe fare,
eppure ho avuto la sensazione, in questi mesi  di aver bisogno
di tempo libero, di ore vuote. Il risultato è che ora mi
annoio come mai in vita mia, perché tutti i miei amici sono
partiti per l'università, chi a Friborgo, chi a Ginevra, chi
a Zurigo E io, che comunque rimarrò vicino a casa e ho
già l'appartamento, me ne resto in un limbo, con i miei
libri, la musica che fa ssempre bene e talntissima ansia addosso.

Penso a come sarà iniziare l'università fra
dodici giorni. Penso a quanto sarà elettrizzante incontrare
nuove persone, studiare quel che più amo, vivere da sola.
Però cavolo, c'è un gigantesca incognita in tutto
questo. Riuscirò ad essere all'altezza, a dimostrarmi brava
come vorrei? Per quanto incontrare persone nuove sia bellissimo,
è difficile. Lo è per tutti, sì,
eppure io non ho nessuna vogla di spiegareai miei nuovi
compagni  che io non sono soltanto cieca, che posso uscire,
pranzare, persino andare al cinema (cosa che traumatizza un sacco di
gente) con gli altri, perché dimostrare tutto questo costa
una fatica immane, per quanto poi si riveli gratificante. Ho paura, in
realtà, di rimanere da sola, di perdermi dentro
all'università, di attirare gli sguardi per via del bastone
bianco. Lo so che è normale, e poi farò tutto
questo, perché non ho alternative e ho sempre pensato che le
barriere che dividono me dagli altri vadano abbattute il più
possibile. Eppure in questi giorni, in questo tempo vuoto che mmi sono
creata per pensare, per indugiare, per leggere e per riascoltare tutti
gli album dei Beatles, mi rendo conto che sono più i
pensieri cupi che quelli incoraggianti ad annebbiarmi la testa.

Però devo pensar alle cose belle che mi si prospettano, ai
miei amici che torneranno e che prima o poi andrò a trovare,
ai miei professori del liceo che, convinti che morirò di
fame, hanno già deciso di fare a turno per invitarmi a cena
e per farmi conoscere le loro famiglie, alle numerosissime amiche di
mia mamma che mi hanno detto di chiamarle per qualsiasi cosa, al mio
futuro professore di letterature comparate che mi ha letteralmente
rubato il cuore in dieci minuti di conversazione e già so,
nella mia mente, che farò di tutto pur di conquistarmi un
po' della sua stima, per quanto sia una speranza piuttosto utopistica.

E allora? Allora non mi resta che aspettare,  fare esperimenti
con il microonde (diventerà il mio migliore amico,
già lo so), leggere in anticipo tutti i libri per
l'università che riesco e torno al liceo il più
possibile, perché al momento è l'unico posto in
cui mi senta davvero felice. Penso che quando iniziieranno le lezioni
sarò talmente fagocitata dalla routine che non
avrò tempo per le mie elucubrazioni mentali e parte della
mia paranoia si dissiperà. Sarò talmente
assorbita dagli incontri, dalle lezioni e dai tentativi di non finire
inghiottita dalla folla di persone, senza dimenticare l'amico microonde
con cui farò amicizia (sospetto che mi sentirò
talmente sola, i primi giorni, che imparerò a cucinare in un
baleno giusto per tenermi occupata), da dimenticare, almeno per un po',
tutti i miei dubbi. Per ora, aspetto.

Penso tornerò a scrivere qui, con regolarità,
perché so che siete impazienti di scoprire chi
l'avrà vinta nella battaglia fra me il microonde e
perché volete assolutamente scoprire se il primo giorno di
luniversità mi perderò o no. Anche io lo voglio
sapere. Ergo... restate sintonizzati!

Minerva