venerdì 27 maggio 2016

notte §(o meglio alba) prima degli esami

Riprendo a scrivere ora, mentre invece avrei dovuto farlo molti mesi fa. Riprendo a scrivere per dirvi che sto bene, che non ho smesso di tenere il blog per motivi particolari, ma perché sono stata inghiottita da un inverno lungo e per certi versi molto difficile, con l'assenza di un prof che gravava ancora e molti interrogativi ai quali trovare risposta.
E poi è arrivata la primavera, l'ultima da passare al liceo, e sono stati mesi bellissimi e indimenticabili, di cui devo asssolutamente raccontarvi qualcosa, prossimamente.
Ma ora, o meglio fra due ore, inizio la maturità. Che in Svizzera non perdono tempo, e finirò li esami, grossomodo, quando in Italia cominceranno.
Sebbene le differenze fra la maturità svizzera e quella italiana siano tante, tutte e due cominciano con il tema. Fra meno di due ore, dunque, riceveremo le tracce, e poi sarà il tempo di mormorare alla mia compagna di banco un "buona fortuna", a mezza voce, di leggere le tracce e, infine,d i scrivere. Di scrivere senza sosta, perché se no finisco per incantarmi, e di rileggere dopo, sperando che il tempo corra meno del normale e che riesca a ricontrollare, e ad eliminare i refusi che, per colpa della fretta, tendo a disseminare qua e là.
Ancora on realizzo, di stare per cominciare la maturità. sarà che siamo andati a scuola fino a ieri e che nei prossimi giorni le lezioni cintinueranno, salvo interrompersi nel giorno dei vari esami. Oppure sarà che una notte prima degli esami, come nella canzone di Venditti, non l'ho avuta, perché nessuno ei miei amici aveva voglia di uscire, e allora ho riletto "il gorgo", quel racconto di Fenoglio che per me significa così tanto, perché è stata la prima analisi del testo fatta al liceo, in cui misi più cuore che altro, e per la prima volta il prof si complimentò con me per come scrivevo.
Chissà che non capiti sul serio Fenoglio, oggi, e magari proprio quella racconto. Chissà che il cerchio, in qualche modo, non decida di chiudersi, o che a sorpresa non compaia un autore che , in qualche modo, ho amato e ha significato qualcosa per me.. Ma in ogni caso dovrò scrivere, forse mettendoci più energia di quanto abbia mai fatto, perché vorei tanto metterci l'anima, in questo tema e, al momento di consegnarlo, avere la sensazione, per una vota, di aver detto tutto.
E dopo sarà il tempo di studiare filosofia con le mie amiche, di goderci la nostra cena di classe - forse l'ultima, chissà, prima che il nostro gruppo di  si sfilacci e i rapporti si allentino -, e poi di riprendere a studiare. Che la maturità, in questo momento, mi sembra soltanto una bella cosa, un modo per concludere un percorso, per dimostrare ai miei prof (la matematica in questo discorso non vale, temo) che ci ho messo tutto il trasporto e tutto il cuore possibili, nel studiare molte delle loro materie. La maturità è un modo per dir loro grazie, perché ho dei bravissimi insegnanti e vorrei dimostrarglielo anche così, con degli esmai brillanti e provando, per una volta, a non farmi vincere dal terrore.
Ed ecco. Riprendo a scrivere, mancano poco più di un'ora alla maturità e io, per una volta, sono convinta che andrà tutto bene.
Ps: riprenderò a scrivere, e scusatemi per il post, delirante e confuso, giuro che riprenderò a raccontare con più ordine e regolarità.

lunedì 14 dicembre 2015

giveaway: a ciascuno il proprio libro

L'idea non è affatto nuova. L'avevo pensata ed elaborata nel 2010, e poi avevo accantonato il progetto senza che vi fosse un vero perché, limiti di tempo, immagino.
Però Natale incombe, e di giveaway, nell'universo dei blogger, ce ne sono parecchi. E perché no, ho pensato. È un modo carino per incrementare i lettori, per trovare nuovi blog, per farmi conoscere  e per parlare, ancora una volta, di libri.
Perché il giveaway riguarderà proprio un libro, che io sceglierò, penserò apposta per ognuno di voi.
Ebbene sì: ad ognuno di voi assegnerò un libro ben preciso, che sceglierò in base ai vostri gusti letterari, ai vostri interessi, alle impressioni che mi comunicate, e poi lo regalerò alla persona che verrà sorteggiata.
Cosa dovete fare per aderire al Giveaway?
- scrivermelo nei commenti, e aggiungere qualcosa su ciò che leggete, quali sono i vostri libri preferiti, le tematiche di cui adorate leggere nei libri o qualsiasi cosa che, pensate, potrebbe aiutarmi ad operare una scelta azzeccata. Potete anche linkarmi la vostra libreria anobii, in modo che possa darci un'occhiata ;)
 Sicuramente sbircerò nei vostri blog per farmi un'idea migliore su di voi, anche se per quasi tutti i blogger che conosco ho un'idea abbastanza precisa sul libro.
 - Scrivere sul vostro blog che partecipate al mio giveaway. Non dovete per forza fare un post apposta, basta un post scriptum in calce ad un vostro post, in modo che anche chi passerà dalle vostre parti, magari, sarà incuriosito da questo giveaway.
Tutto qui? Sì, tutto qui. Le iscrizioni termineranno la sera di Capodanno, in modo da dar tempo anche a chi ora come ora è troppo fagocitato dai regali di Natale per entrare su Blogger di iscriversi.
Quando avrò sorteggiato il vincitore del Giveaway, farò in modo  di pubblicare la lista di tutti i libri abbinati ai singoli Blogger,  non sia mai che a qualcuno incuriosiscano le mie scelte.
Un'ultima precisazione: chiunque può partecipare, sia le persone che non mi leggono (mi intrufolerò nei vostri blog molto volentieri, e cercherò di trovare una lettura che vi si confaccia), sia persone che normalmente non leggono granché, che possono semplicemente linkarmi i loro blog, o parlarmi dei loro interessi, e m'inventerò di sicuro qualcosa.
Beh, che dire? Vi aspetto numerosi, popolo dei lettori!
Un abbraccio e a risentirci
Minerva
p.s: magari gironzolerò nei vostri blog per far pubblicità a questo giveaway, non vogliatemene ;)

domenica 6 dicembre 2015

ne me quitte pas

Caro prof,
sono passati venti giorni. Venti giorni da quando, quel lunedì 16 novembre, ci hai spiegato la rivoluzione russa, hai trascorso l'intervallo con noi, hai fatto lezione con altri, sei tornato a casa, hai parlato al telefono con una tua amica e poi hai avuto l'infarto che ti ha portato via.
non ci sei più. E io non riesco, ancora adesso, a rendermene conto.
Per quattro lunghissimi giorni non ho pensato ad altro, quasi. Ho recuperato il sorriso guardando Hunger Games e parlando dei personaggi, dell'intreccio e del finale con le mie amiche, giovedì sera, dimentica del fatto che quella saga non mi è mai piaciuta e con la sensazione, inn sottofondo, che la tua mancanza mi avrebbe schiacciata.
Poi venerdì c'è stato il tuo funerale, e mi sono stupita di quanto un momento così triste possa contenere tanta bellezza. Bellezza perché eravamo in tantissimi, fra studenti, ex studenti venuti da Zurigo o Ginevra per salutarti, colleghi stralunati, ex colleghi in pensione e un numero imprecisato di amici e parenti. Bellezza perché ci siamo trovati, studenti e professori, in stazione, e ci siamo mescolati, riempiendo bus e treni, parlando di te un po' ridendo un po' piangendo, e la vicinanza di tutti loro, dei miei meravigliosissimi prof,  è qualcosa che mi ha toccata e che non posso scordare.
Al tuo funerale, sai, sono stata in piedi contro il primo freddo tagliente di novembre, con l'aria satura di mormorii commossi. Al tuo funerale ho sentito il vento, il cielo, il mondo, e ho avvertito così nitidamente che tu, che amavi la vita con un trasporto a volte drammatico difficile da spiegare a chi non ti conosceva, ormai non facevi più parte di tutto questo.
Però poi è partita la locomotiva, di Guccini, e lì, in mezzo alle mie lacrime, al mio strazio e alla mia incredulità, ho sorriso. Perché soltanto uno come te poteva scegliere quella canzone, per il tuo funerale. Perché il grido di Guccini, l'immagine che evoca la canzone, il senso d'ingiustizia e di ineluttabilità di quel brano erano esattamente le cose che provavo io. E Guccini, poi, ti rappresenta, rappresenta le tue esplosioni di rabbia, il tuo fervore politico, il modo in cui insegnavi la storia.
E poi ti hanno ricordato un prete che chissà cosa c'entrava, lì, perché tu eri la persona più atea del mondo, eppure ha detto parole vere, e giuste, e piene d'affetto, il tuo migliore amico, che ha raccontato di te studente, storico, professore, e il preside della nostra scuola, che, con un discorso discreto, delicato ma profondamente commosso mi ha toccata profondamente.
 E poi c'è stata quella ne me quitte pas, di Jacques Brel. E lì il freddo, il vento, il mondo, si sono fatti così brutali, e io ho pianto come una bambina impotente, perché tu non c'eri più, e adesso la mia vita, senza la tua voce, il tuo calore, il tuo fervore, chissà che senso avrebbe avuot. ho pianto per te, per me stessa, per i tuoi amici, per i colleghi, per questi anni di liceo che mi hanno regalato tutto e ora avevano riservato una sorpresa troppo amara. Ho pianto per il mio prof di latino che non si è unito ai colleghi, no, ma mi è stato accanto tutto il tempo, senza chiedermi mai come stessi o senza consolarmi, perché è troppo timido, ma riempiendomi di premure e di calore. Ho pianto per i miei diciotto anni, per quel dolore che chissà quando sarebbe cessato. E ne me quitter pas, che è una canzone meravigliosa e struggente, voleva dire tutto: non mi abbandonare, prof, non mi abbandonare.
E poi, però, il dolore un po' si è stemperato, e io mi sono sentita meno paralizzata, meno sconvolta, meno tramortita dall'incredulità e dalla tristezza.  Poi il dolore si è cristallizzato, mi ha scavato una cicatrice dentro, ma si è assopito.  
Ma sono venute giornate grige, grigissime, in cui nulla aveva più senso, studiare, tantomeno, e neppure festeggiare il mio compleanno, che mi sembrava un evento così idiota, se confrontato con la perdita del mio prof.
Però per fortuna, quasi di colpo, ho ripreso a sorridere, ad amare la mia scuola, le lezioni, gli intervalli passati a chiaccherare con i miei amici e tutto il resto.  
 E i miei diciotto anni sono arrivati, e sono stati incredibili, come non avrei mai pensato che fossero. Ho festeggiato con i miei amici in una pasticeria, con il tè all'inglese che ho sempre voluto,  le alzatine piene di pasticcini e tramezzini e la sensazione di essere capitata sulla scena di un'opera di Wilde.  Ed in mezzo alle tazze, all'albero di Natale, ai bricchi di tè e ai cucumber sandwiches (proprio come in thee importance of being earnest) c'eri anche tu, che avresti adorato una festa del genere, visto il tuo inguaribile amore per il cibo. E abbiamo chiaccherato, e riso, e ho aperto i regali, e sono tornata a casa in treno con ancora lo scintillio delle porcellane negli occhi.
E la domenica, poi, ho festeggiato con la mia famiglia super allargata, la mia insegnante di sostegno e due coppie di amici dei miei genitori che, in un modo o nell'altro, mi hanno vista crescere. E ci sono stati i discorsi, della mamma, del papà, del nonno con il quale ho ballato il walzer, per rispettare una promessa fatta dal papà al nonno quando ero appena nata. E ci sono state tante cose meravigliose, fra cui una torta, le parole cariche d'amore della mia famiglia e, stranamente, dei regali azzeccati, fra cui i biglietti per un concerto di Beethoven.
E poi il lunedì, tutt'un tratto, non era più il mio compleanno, ed è stato tempo di conoscere la professoressa di storia, quella che ci accompagnerà alla maturità. E non è te, prof, proprio per niente, anche se eravate amici, se leggevate gli stessi libri e se avete lavorato, uno a fianco all'altra, per diversi anni, perché lei era un po' la tua protetta. E lo sa anche lei, di non essere te, perché lunedì, quando l'ho incontrata, mi ha praticamente detto in faccia che "io non sono come lui", e allora io ho messo su il mio miglior sorriso e l'ho rincuorata, dicendole di non preoccuparsi, che sarebbe andato bene anche così e che, nel giro di poco tempo, lei avrebbe superato la paura della mia cecità. E invece no, non va bene per niente. Perché la prof è gentile, di una gentilezza che fa quasi male, e ha una delle voci più dolci che abbia mai sentito, e ci prova, a spiegare con passione. Però non la trasmette, la sua passione, e non ha nemmeno un po' del tuo carisma, del tuo trasporto, del tuo entusiasmo.
E quando è stato il momento di raccontarci del viaggio di ritorno dall'esilio fatto da Lenin nel 1917 si è interrotta, dicendo solo che "lui ve l'avrebbe spiegato molto meglio di me, perché quest'aneddoto me l'ha raccontato un milione di volte, sempre con un tono stupito ed esageratamente entusiasta". E di come sia tornato in Russia Lenin, ecco, io non so niente, e forse va bene anche così, però la tua mancanza era più palpabile che mai, e tutti noi abbiamo represso un sospiro, un nodo alla gola, una lacrima.

 
E poi i giorni si affastellano, e ogni giorno mi separa un po' di più dall'ultima volta in cui abbiamo chiaccherato, fitto fitto, in cui ti ho sentito spiegare, ridere, arrabbiarti con i soliti che arrivano in ritardo, ma per i quali tu stravedi. E la tua mancanza ora non mi serra più la gola, non mi fa piangere più, però non se ne va. A volte mi pare di sentire la tua voce, per i corridoi, a volte, semplicemente, mi aspetto di vederti sbucare dalla sala professori.
E chissà quando il mio amore per la storia si risveglierà, chissà quanto ci metterò perché la nuova prof mi entri nel cuore, chissà per quanto tempo ancora entrerò in classe, il lunedì mattina, convinta che ci sarai tu a parlarci della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Fredda.
Non ci abbandonare, prof. Non abbandonare me, che ho sempre amato la tua materia e ora mi fa quasi orrore pensare di riprendere gli appunti, non abbandonare la nostra, di prof, che ha perso un amico e un collega straordinario, e che ora guarda noi, che le sorridiamo a malapena. Non abbandonare il tuo migliore amico, che insegna storia in un altro liceo, ma è riuscito a farsi dare qualche ora qui, e ora lavora al 130%, forse per colmare il vuoto che la tua assenza gli procura. Non abbandonare i tuoi colleghi, stralunati, disorientati,, che ora alla normalità sono tornati da un pezzo, che però a volte si riuniscono in capannelli silenziosi e proferiscono poche,  commosse parole. Ma soprattutto non abbandonare i tuoi genitori, che chissà come sono, e chissà quanto soffrono, e tua sorella, e il nipotino per il quale stravedevi e ci faceva ben sperare che, un giorno, saresti stato un papà formidabile.

Ne me quitte pas
 Il faut oublier
 Tout peut s'oublier
 Qui s'enfuit déjà
 Oublier le temps
 Des malentendus
 Et le temps perdu
 A savoir comment
 Oublier ces heures
 Qui tuaient parfois
 A coups de pourquoi
 Le cœur du bonheur
 Ne me quitte pas
 Ne me quitte pas
 Ne me quitte pas
 Ne me quitte pas
 
 
Minerva
 

martedì 17 novembre 2015

tears in heaven

        la prima volta che l'ho visto, il prof S. aveva fatto esplodere una lattina di aranciata per il corridoio, imbrattando tutto il pavimento. Non sapevo, all'epoca, che sarei diventata sua alunna, e mi ritrovai a pensare che cavolo, anche alle superiori c'erano prof di un'imbranataggine cosmica.
E oggi, quando ho saputo che non c'eri più,  che un infarto ti aveva stroncato così, di punto in bianco,  ho pensato proprio a quel primissimo fotogramma che avevo di te. E poi agli altri, a tutti questi anni di liceo in cui sei stato il prof più amato da tutti tranne che da me, che ti adoravo alla pari con altri insegnanti. Storia era sempre stata una delle mie materie preferite, di quelle che, alle medie, mi illuminavano gli occhi. E con te, beh, all'inizio non è stato così semplice, perché a te la storia antica e quella medievale stavano sullo stomaco, e si vedeva benissimo che volevi passare ad altro.
Eppure mi hai conquistata, dopo un po', con una simpatia irresistibile, una logorrea impareggiabile e anche con le tue spiegazioni che, man mano che passavano i secoli, si facevano più appassionate e interessanti.
E poi, chissà come, sei diventato il nostro prof. Quello a cui raccontavamo tutto, con il quale chiaccheravamo durante gli intervalli, commentando chi il calcio e l'hockey,  chi, come noi ragazze, i libri che leggevamo. Parlavamo tanto, tantissimo, a volte nel bel mezzo di una lezione qualcuno faceva un commento politico, o sportivo, o gastronomico, ed ecco che la classe piombava nel caos e parlavamo tutti l'uno sopra l'altro. E anche tu, che chissà perché sembravi un ragazzino, coi tuoi quarant'anni che non dimostravi e l'aria scanzonata da studente poco più grande di noi.
Non eri un prof perfetto, lo sapevamo, e non rappresentavi per noi una guida quanto una sorta di amico. E i prof, in teoria, non dovrebbero mai essere amici degli studenti, lo so, eppure il nostro affetto per te era sconfinato.
E ieri.... ieri ti sei messo a spiegare l'argomento che più ti stava a cuore. Ieri sei arrivato in classe con la tua solita risata squillante, la parlantina capace di tramortire e con la solita dose di energia, che sfogavi spiegando nella maniera più concitata possibile e correndo, quasi, per l'aula, schivando cartelle e banchi, incapace com'eri di stare fermo.
E ieri ci hai parlato della tua Russia, che chissà perché ti piace tanto, poi, di quella Russia che a inizio novecento subiva trasformazioni violente e, poi,  è stata messa in ginocchio dalla prima guerra mondiale. E noi, la rivoluzione russa, non la finiremo mai, con te. Noi siamo arrivati alla rivoluzione di Febbraio, e settimana prossima avremmo dovuto fare il compito in classe, e poi ci avresti spiegato quella di ottobre. E invece no. Invece tu, adesso, chissà dove sei, se con il tuo Lenin, i tuoi bolscevichi e i senatori a vita del partito comunista italiano, di cui parli di continuo.
Io non penso potrò più leggere della fine dei Romanov, dei bolscevichi  e delle donne che manifestavano in piazza a Pietroburgo senza piangere. Perché li ho lì, i miei appunti di storia, ed erano dannatamente ordinati, e io ne ero così orgogliosa. E invece questi appunti, oggi, mi sono ritrovata a rileggerli fra le lacrime, perché non serviranno più a niente. Perché tu non ci sei più, e ti sei portato dietro tutta la tua grinta, la tua vitalità, la tua energia, che, forse, ti hanno bruciato dall'interno, chissà.
E adesso chissà cosa succederà,  a me, al mio amore per la storia, al nostro ultimo anno di liceo. Ci avresti portato alla maturità, tu, con un sorriso, e l'orale, con te, sarebbe stata una passeggiata, già lo sapevamo. Non perché non ci sarebbe stato nulla da studiare, questo no, ma ci avresti chiesto esattamente quel che avremmo dovuto ripassare, senza fare carognate. E poi alle cene di classe, tu, saresti venuto anche fra vent'anni, con un sorriso enorme, qualche notizia sportiva da commentare e la tua asolita aria da ragazzino con la sindrome di Peter Pan assolutamente adorabile.
Io mi sono preoccupata tanto, per te, in questi anni. Ho desiderato intensamente che, un giorno, potessi trovare una compagna con la quale formare una famiglia e, così, non avresti più dovuto vivere soltanto in funzione degli alunni che, si sa, non rimangono per sempre.
E invece no, il destino deve aver deciso altrimenti. E chissà dove sei, adesso, se nel tuo paradiso bolscevico ci sono Ferrari e torte alla crema per tutti, e se ci guarderai, ovunque tu sia, sostenere l'esame di maturità con chissà chi.
Chissà se, un giorno, riuscirò a risentire le registrazioni che avevo fatto delle tue lezioni, perché mi piaceva così tanto, il modo in cui spiegavi storia, da registrarti così, per il puro gusto di poterti riascoltare. Mi ci sono addormentata, spesso, con quelle registrazioni, solo che adesso non ce la faccio, perché dalla tua voce traspare così tanta vita, così tanto calore e amore, da lasciarmi senza forze.
A scuola, sai, oggi c'era il più irreale dei silenzi, e io, stamattina, ancora ignara di tutto, mi sono infilata nel corridoio col più grande dei sorrisi, per poi venir travolta dalla notizia. Però oggi siamo usciti tutti insieme, a bere cioccolata e mangiare brioches, e ti abbiamo ricordato, fra le lacrime, parlando per decine e decine di minuti del tuo modo bbuffo di correre per l'aula, del tuo entusiasmo, della tua Russia. E ho visto i miei compagni - quelli grandi e grossi, che tu amabilmente prendevi in giro perché sembravano incuranti di tutto - piangere come bambini, e i tuoi colleghi stralunati e in lacrime, perché eri il docente più amato dell'intero liceo. E io aspettavo di vederti sbucare dall'aula docenti, che è proprio accanto alla nostra, e che la tua testa facesse capolino, per dirci che era tutto uno scherzo e per prendere in giro noi, che ci eravamo cascati. E invece no. Invece tu non ci sei,  e non hai neppure finito di spiegarci la rivoluzione russa.
Il prof di italiano ci ha detto che sei in un posto migliore. Io ti immagino in un paradiso bolscevico, a metà fra la Russia, uno stadio di hockey e una pasticceria. Che lo sport, la Russia e il cibo sono sempre state le tue grandi passioni, lo sappiamo.
Grazie per essere stato il più logorroico, il più ipercinetico, il più meraviglioso dei prof. Grazie per le chiaccherate, le volte in cui ti sei appollaiato su un banco, in cui hai divorato tutte le torte che facevamo per i vari compleanni. Grazie perché non ti ho mai visto senza un sorriso, una battuta, un aneddoto. Grazie per averci insegnato la storia facendoceci leggere più testimonianze possibili e spronandoci a raccontarla, ad esporla, ad argomentarla. Grazie per averci insegnato a discutere, ad infervorarci, ad indignarci, per averci promesso un bel dibattito sulla strage di Parigi, che poi non abbiamo avuto il tempo di fare.  Grazie per i complimenti che mi hai sempre fatto per come scrivevo, per i rimproveri sugli errori di distrazione che ho sempre disseminato nei testi e per aver lodato gli interventi in cui parlavo tanto a raffica da non riuscire a respirare.
Come diceva il mio prof di educazione fisica, oggi, the show must go on. E allora riprenderò a studiare, con meno slancio, credo, con un'incrinatura dentro che a volte fa tremendamente male, con un disperato bisogno di raccontare a tutti quant'eri meraviglioso, con la voglia di piangere ogni volta che colui che ti sostituirà, chiunque sia, entrerà in aula. Eppure ci hai donato così tanto, tu, che non possiamo fermarci, che dobbiamo arrivare alla maturità senza che la nostra media di storia si abbassi e, soprattutto,  senza che la mia passione per questa materia vacilli. Ci proverò, prof,  a non perdere l'entusiasmo per la storia, glielo prometto... e proverò anche a non farlo perdere agli altri che, lo so, non avrebbero mai amato tanto questa materia, non fosse stato per lei...
buon viaggio, prof...

Minerva
   


sabato 7 novembre 2015

dieci cose che (forse) ho imparato prima di compiere diciotto anni

Per gioco, una settimana fa, ho iniziato a stilare una lista delle cose che ho imparato, di quelle poche, alcune decisamente fragili, certezze che ho acquisito in questi diciotto anni. Mancano 3 settimane  al mio compleanno, e in realtà dovrei scrivere un'altra lista, una ben più lunga e obiettiva, sulle cose che devo imparare nei prossimi 18 anni. Però no, per oggi mi va di essere autoreferenziale, che la mia autostima sono giorni che viene minata dalla matematica malgrado questo tempo incerto, e quindi mi conviene scriverle così, queste piccole grandi verità della vita di Minerva. Che sicuramente un giorno o l'altro metterò in discussione, intendiamoci, e queste pseudo certezze finiranno per vacillare, però ora mi va di divertirmi, di mettere punti fermi. Ebbene? Cominciamo.

 

1. Ho scoperto di credere ciecamente nella scuola. Me ne sono resa conto tantissimo quest'anno, ma in realtà questa mia fiducia per la scuola ha radici profondissime. La scuola è il luogo in cui mi sono sentita apprezzata, in cui i miei insegnanti sono riusciti ad andare al di là della mia ciecità, e hanno visto una bambina  e  una ragazzina ansiosa di sapere, di imparare, di crescere. Ho conquistato l'affetto di molti professori che mi volevano bene non solo a prescindere come la mia famiglia, ma mi ammiravano, mi stimavano, trovavano interessante parlare con me. E poi, questo solo alle superiori, ho trovato finalmente il mio gruppetto di amici, un po' sgangherati, tutti più o meno asociali e con un tasso di timidezza o stramberia variabile, però non posso non adorarli. E poi a scuola ho imparato a meravigliarmi, a stupirmi, ad apprezzare la lettura, a scoprire il divertimento che mi dà la scrittura. A scuola mi sono aggrappata a un banco prendedo appunti sperando che la campanella non suonasse mai, perché quella lezione di storia o di filosofia o di latino era troppo bella per poter essere interrotta così, da un banale trillo. la scuola è il mio posto, il che significa che, se per qualche motivo soffro, sto male, o sono in ansia, andarci diventa una tortura, perché sento di non poter dare il massimo. Ecco perché tendo a somatizzare e a fare troppe assenze, eppure quando, anche nei momenti più bui, ho trovato il coraggio di andare a scuola, di attraversare i corridoi e di sedermi al mio banco, ecco che tutto si è fatto magicamente più leggero, più sopportabile, persino piacevole.

 

2. Ho imparato che la mia ciecità, sebbene piuttosto limitante, non posso affrontarla in altro modo se non con tanta, tanta ironia. Non è facile avere due occhi che non funzionano, riesco a sentirmi sbagliata, inadeguata, fuori posto ovunque, oltre che limitata. Però l'unico modo per sconfiggere questa sensazione è ridere del mio handicap, delle persone che generalizzano, che fanno uscite assurde, che compatiscono. E ridere del mio bastone bianco, di quando sbatto contro qualcosa o cado rovinosamente al suolo (capita di rado, eh), perché è l'unico modo per non sentirmi totalmente un disastro.

3. Ironia sì, ma cinismo no. Non ce la faccio ad essere cinica, per natura, sono allergica a ogni forma di cinismo, tranne in rarissimi momenti in cui sono preda di un mal de vivre molto baudelairiano, che però si stempera abbastanza in fretta. Vivere la ciecità senza cinismo significa condividere il mio mondo con chi ne è estraneo, non infastidirmi troppo davanti alle uscite idiote della gente, e soprattutto raccontare. RAccontare cosa vuol dire non avere due occhi funzionanti perché sono in tanti a volerlo sapere e nessuno ha il coraggio di chiedere cosa significhi leggere con le mani e avere un bastone bianco a farmi da guida. E allora lo racconto ai bambini nelle scuole, a chi mi capita, a chi è semplicemente curioso. E mi fa sentire felice, questa cosa, anche se a volte penso che sia tutto inutile, che tanto molte persone, il mio handicap, non lo capiranno mai. Però per fortuna ci sono le persone veramente gentili, veramente interessate, veramente pronte a farsi in quattro per me, e allora come si può restare cinici di fronte a tutta quest'umanità?

4. Malgrado una timidezza divorante anche se ben dissimulata, un'autostima ai minimi storici, io mi rendo conto che ho un bisogno spasmodico di esperienze nuove, di persone nuove, di atmosfere nuove. Sono un sagittario, perennemente inquieto e che vorrebbe essere in mille altri posti, e questo si concilia poco con l'autonomia relativa che mi permette la ciecità e, anche, con la mia timidezza. Però ci provo, perché i momenti in cui mi sono sentita più fiera di me, a parte la scuola, sono state le vacanze studio, o la colonia per ciechi in cui ero l'unica a non avere altri tipi di problemi cognitivi. Ho sofferto di una nostalgia di casa tremenda, eppure ho tirato fuori una grinta che non sapevo di avere, e ho scoperto di potermi affezionare a persone, a luoghi, ad atmosfere con le quali non credevo avrei mai potuto familiarizzare. E quindi io devo partire, fare, disfare, perché se no non sono contenta, però devo vincere quella paura di non trovarmi bene da nessuna parte, di non poter farcela senza la mia famiglia, di essere preda della mia emotività.

5. La lettura è il mio miglior antidoto, il mio miglior stimolo, il mio miglior rifugio e anche il miglior trampolino per andare altrove. I libri non mi estraniano mai, mi immergo in un viaggio che non mi fa fuggire dalla realtà, ma me la fa conoscere meglio, partecipando ancora con più intensità al mondo che mi circconda. Leggere mi salverà sempre, ancor più di scrivere, perché è dentro a una storia che io ritrovo un po' il mio centro, la mia stella polare, la luce in fondo al tunnel.

  6. la musica è l'altra mia grandissima passione, e mi ha insegnato a vivere la vita con più slancio, più estro, più anticonformismo e meno timidezza.  Però la musica spesso tende ad isolarmi, ad estraniarmi, a creare un muro fra me e la realtà. Perciò non devo abusarne, e devo fare molta attenzione, perché se no uso la musica per anestetizzarmi i pensieri e le ferite, e questo non va bene. Però se non ci fossero mai stati i Beatles, e il rock n' roll, e le parole arrabbiate di Dylan e tutto il resto, io sarei ancora una ragazzina timidissima, incapace di essere spiritosa, estroversa, un tantino sopra le righe, anche. E allora ben venga la sferzata che mi ha dato il rock n' roll (non riesco a parlare di musica, quella l'ho sempre amata, ma nella mia vita la rivoluzione l'han fatta i Beatles e affini), anche se devo starci attenta.

 

7. le donne a cui sento di voler assomigliare di più sono Joan Baez e Isabel Allende. Sono entrambe ispaniche, cilena l'una e mezza messicana l'altra, una folksinger e l'altra scrittrice, ma hanno vissuto nella stessa epoca, combattendo per ideali simili, sempre femministe, eppure mai troppo incazzate e aggressive. Della Allende amo la visione della vita che comunica speranza, mi ha insegnato a non aver paura della femminilità, della sensualità, dell'amore, e a non temere l'immaginazione, che a volte va fondendosi con la realtà. Di Joan Baez amo la dolcezza malinconica, a volte angelica a volte impertinente, e vorrei aver ereditato la sua costanza, il suo ardore, la sua capacità di essere una combattente. Chissà, forse a furia di ascoltare ballate folk e di leggere libri della Allende erediterò il loro spirito e la loro passione...

8. Ho imparato, questo di recente, che il trucco o le gonne, o i vestiti, non rendono una donna stupida. Da bambina maschiaccio ad adolescente brutto anatroccolo il passaggio è stato breve, e solo recentemente ho imparato che infagottarmi nelle felpe non mi aiuterà per sentirmi più al sicuro. Certo, nelle giornate in cui il mio umore è tetro fatico persino a pettinarmi, però almeno in quelle occasioni in cui voglio sentirmi bella, o spensierata, o libera, cerco sempre un vestito nell'armadio. Mia madre sostiene che entro i prossimi 18 anni dovrei imparare che braccialetti, orecchini e collane non sono un crimine per l'umanità, ma questa è un'altra storia..

9. Ho capito che le persone non sono poi così terribili come sembrano. Sono stata una bambina estremamente allergica agli altri bambini, una preadolescente vittima di bullismo e un'adolescente incerta se fidarsi del prossimo o meno. Ora, sulle soglie dell'età adulta, mi rendo conto che la gente non è poi così male. La solitudine non è poi così elettrizzante, mentre la compagnia delle persone può rivelarsi arricchente. E poco importa se non tutti hanno letto Dante, a me va bene lo stesso. Certo, poi resto ipercritica nei confronti del genere umano, ma non sono più misantropa da quando avevo dodici anni.

 

10. Ho imparato che la magia, prima o poi, la trovo sempre. nNon riesco mai a tornare da scuola completamente cupa, o senza sorridere, perché qualche gesto, qualche parola, qualche lezione mi ha fatto brillare gli occhi. Poi a volte ricado in spirali di insoddisfazione, autocommiserazione e malinconia, eppure so che prima o poi ci ssarà qualcosa che mi strapperà un sorriso.

 

Beh, che dite? Dovrei imparare un sacco di cose, nei prossimi diciotto anni, tipo a non mangiare per noia, a non disseminare di refusi ogni testoche scrivo e a non divorarmi le unghie. Però dai, c’è ancora tempo…

Baci

Minerva

 

venerdì 9 ottobre 2015

the little child inside the man - ricordando il mio John Lennon

Di come i Beatles mi hanno cambiato la vita, un giorno o l'altro, scriverò davvero. Di come un giorno, sentendo Hey Jude, mi sia innamorata perdutamente del gruppo di Liverpool, chissà, forse potrei anche scrivere ora. I Beatles. Il gruppo preferito da quella che sarebbe diventata la mia migliore amica, che avevo conosciuto da poco su Internet e con la quale scambiavo chiacchere musicali, letterarie, di vita quotidiana. Lei, dai Beatles, era praticamente ossessionata, in particolar modo dal Beatle quieto, da quel tenerissimo George Harrison di cui io non avrei mai potuto infatuarmi sul serio. Mi raccontava tutto, dei Beatles: le chitarre di John e George, il giro di basso vertiginoso di Paul in "I'm looking through you", del concerto di Paul McCartney che aveva visto a Londra. Io ai tempi sentivo soltanto Baglioni, de André, Guccini, Bennato. M'importava così poco delle melodie, mi piacevano soltanto i testi. Parole in italiano, che capivo, che riuscivano ad emozionarmi, che copiavo diligentemente sul diario. che se quando hai tredici anni il tuo idolo più grande è Claudio Baglioni, forse, delle tare un po' ce le hai, anche se lui è oggettivamente fantastico e pure un po' adolescenziale, però non fa, esattamente, parte della mia generazione. Non ricordo quale fu la mia prima canzone dei Beatles. So di certo, però, che ascoltai Hey Jude un giorno di luglio, quattro anni fa, e che me ne innamorai perdutamente. Feci di tutto per scaricarla, era notte, e io capivo che non sarei potuta andare a dormire, senza Hey Jude, che non avrei potuto muovere un passo, parlare, respirare, senza hey jude. La scaricai. La sentii, la tradussi con google translate perché il mio inglese non era sufficiente, la memorizzai, la consumai, imparai a memoria l'ordine dei na na na na finali. E da lì, la mia vita cambiò. Non è un'esagerazione, no. Perché io, da Hey Jude, ho iniziato ad amare la musica quanto la letteratura, ho iniziato a cercare cd da scoprire, cantanti da ascoltare, partendo proprio da coloro che avevano ispirato i Beatles e dai loro ispiratori. E così sono arrivata ad Elvis, ai Queen, ad Eric Clapton, a tremila altri gruppi. Ma il viaggio è iniziato con Hey Jude, e con i Beatles. E John Lennon, direte voi? John Lennon è diventato il mio eroe nel giro di un'estate. Perché Paul sinceramente è troppo affettato, George troppo mistico e Ringo, per quanto adorabile, non me lo sono mai filata. Ma John apriva la strada, perché era ironico, estroso, pieno di creatività. Me ne sono innamorata. Perdutamente, ossessivamente, nell'unico modo in cui una tredicenne bionda e con troppi grilli per la testa può innamorarsi di un cantante. Ho iniziato a scoprire John, canzone dopo canzone, respiro dopo respiro. I Beatles, tutti e quattro, sono il mio gruppo preferito, e la mia maggior fonte d'ispirazione. Li ho scoperti nel giro di pochissimi mesi. Non ascoltavo musica, prima, e in pochissimo ho imparato a memoria la loro discografia, ho visto Paul McCartney il giorno del mio compleanno in concerto, e ho imparato su di loro quante più informazioni possibili. Ma John, John aveva qualcosa più degli altri. Forse è la sua carriera solista, per la quale stravedo, forse è che quando leggendo delle sue idee pacifiste, su wikipedia, ho pensato "oh, ma è esattamente quello che dico io, solo che lui l'ha reso reale". Perché John ha reso reali tante cose che provavo, sapete? Il desiderio di un luogo tutto per me, in cui poter scrivere, pensare, in cui il mondo là fuori non contava, ecco che è diventato "strawberry fields forever", la mia canzone preferita dei Beatles in assoluto. "Woman" è diventata la dichiarazione d'amore che avrei sempre voluto ricevere, "watching the wheels" la descrizione del mmio stato d'animo di certi momenti, e "Mother" un grido di rabbia muto, doloroso, straziante, che riusciva a farmi male al cuore ogni momento. John Lennon è diventato un'ispirazione, un amore platonico, un esempio da seguire in tremila cose. Perché John è mille contraddizioni, proprio come sono io. John voleva salvare l'umanità ma detestava troppe persone, come affermava lui stesso, e io, in questa frase, mi sono sempre ritrovata troppo bene. Di John, io, amo troppo. Amo l'ironia, l'immaginazione, il modo che ha di affrontare le tematiche dell'infanzia, con canzoni dolci e allucinate come "lucy in the sky with diamonds" e "cry baby cry", oppure in modo sorprendentemente autentico e doloroso, come in "mother" o in "Julia". Io, nelle frasi di John, mi ci sono sempre infilata. Perché guardare il mondo in mezzo alle sue parole, alle sue canzoni, a brani delle sue interviste, è sempre stato rassicurante e meraviglioso, per me. John mi ha insegnato che a volte starsene chiuso in camera con i libri non serve, che bisogna fare, andare, prendere l'iniziativa e morderla, la vita. Anche se poi, la vita, l'ha tramortito mille volte, John, con il successo vertiginoso dei Beatles, la tossicodipendenza, il divorzio dalla prima moglie, il difficle rapporto con il figlio maggiore, Julian, che di lui ha ereditato la malinconia e il lato più introverso. E poi... e poi, Cristo, John è morto. E se penso al modo in cui è morto, allo sparo, a chissà cos'altro avrebbe potuto scrivere, e dire, e fare, per aiutare tutti quei ragazzini fatti di paure e di sogni più grandi di loro, ecco, io piango. Piango perché John mi manca, forse esageratamente, forse in maniera puerile. Però John c'è, grazie a Dio. C'è perché ci sono i Beatles, perché c'è quella grande donna di Yoko Ono - che, nonostante non sia un mostro di simpatia, io stimo, pur non amandola -, c'è Paul che gli ha dedicato quella "here today" che a me annienta, sempre. Perché, come dice Paul, noi non capivamo niente del mondo, ma potevamo sempre cantare. E questo, grazie a John, e ai Beatles, e al rock n' roll, capita anche a me. Mi capita di frugare i testi di una canzone dei Beatles e trovarci il mondo, mi capita di leggere un'intervista di John e di copiarne degli stralci sul diario, perché sono io. Mi capita di piangere sentendo Mother, che è il grido di dolore di un bambino non voluto e rifiutato dai propri genitori. E a me non è capitato, però per altri motivi da bambina, e da adolescente, mi sono sentita maledettamente sola, maledettamente incompresa, maledettamente disperata. E Mother aiuta, cavolo se aiiuta. Aiuta perché nella voce di John c'è uno struggimento animale, che ti fa capire che qualcuno ha già provato quel che stai provando tu, che non sei sola, che siamo tutti bambini smarriti, malgrado tutto. Ma John, grazie a Dio, è tanta, tantissima gioia. John è quel "nothing's gonna change my world" di "Across the universe", che mi ricorda sempre che anche dopo il liceo, alla fine, non cambierà niente. Che ci sarà la mia famiglia, ci sarà il mio amore per la letteratura, ci sarà la fiducia incrollabile che nutro nella scuola. E ci sarà anche lui, John, e i suoi cd li porterò con me, quando andrò a vivere da sola, perché ne ho un bisogno fisico, come quando, durante il Natale dei miei quattordici anni, mi sono addormentata con Imagine stretto al petto, perché mia zia era in coma da mesi e la sua assenza, durante il pranzo di famiglia, era stata straziante. E allora io avevo dormito con Imagine, così, come si dorme con un peluche. E l'avevo stretto,a nnusato, portato al viso, Imagine. Triste, piena di una malinconia sciropposa alla quale non sapevo dare una spiegazione precisa, ma pur sempre con Imagine. Adesso ho un ipod pieno di musica, una passione per il rock difficile da spiegare, ho capito che cosa fa per me e cosa invece non mi esalta. So che il country rock è il genere in cui mi sento a casa, che gli Acdc mi fanno paura (sono terrorizzata che sguscino dall'inferno per violentarmi, tipo), che Joan Baez è un po' la donna che vorrei diventare. E so anche che i Beatles sono il mio gruppo preferito, che John Lennon è il mio working class hero, e che strawberry fields forever la mia canzone preferita. E io penso che ognuno di voi dovrebbe amare i Beatles, sì. Perché i Beatles rendono più grande il mondo, i Beatles rompono le barriere, i preconcetti, liberano l'immaginazione e strappano sorrisi. Io penso che ogni fan dei Beatles abbia il suo, di Beatle del cuore. Il mio è John, fin dal primo momento, fin dalle prime note di Imagine che poi non è dei Beatles, fin da quel "we're bigger than jesus" che mi ha strappato una grassa risata. E innamoratevi anche voi di John, della sua ironia, della sua arruffata tenerezza, di quel terribile accento di Liverpool, delle canzoni con Yoko Ono che sono francamente inascoltabili, mentre quelle che le ha dedicato sono stupende. Trovatelo, un cantante che vi faccia battere il cuore, un album da portarvi sotto le coperte, una canzone dentro la quale infilarvi. Perché è bello, è confortevole, perché aiuta a crescere, perché in certi casi è l'unico appiglio, l'unica spiegazione, l'unica salvezza. E oggi, oggi John Lennon, se ci fosse stato, avrebbe compiuto settantacinque anni. E, per come me lo immagino io, sarebbe stato eclettico fino allo sfinimento, sarebbe rimasto con Yoko Ono, forse avrebbe fatto pace con il primogenito, Julian, magari, così come li aveva formati e sciolti, avrebbe ricostituito i Beatles. Però John non c'è, e la sua assenza fa male. Però c'è il rock n' roll, il suo rock n' roll, ci sono le canzoni che ingrandiscono il mondo, e c'è la bellezza delle sue parole, e della sua musica. Tanti auguri, John... Minerva Ps: questa volta no, non le cito, le canzoni. Non ne ho il tempo, è un post scritto di corsa anche se ci tenvo. Ma sentite woman, e god, e mother, e oh my love. E leggete i testi,. E sorridete, piangete, sognate.

sabato 5 settembre 2015

too tired to go to sleep and too much in love

La scuola è iniziata da una settimana  e io ho ritrovato ogni cosa.   Sono contenta, nonostante tutto, di essere tornata nella mia aula, che è sempre quella da quattro anni, al pian terreno, attaccata all'aula docenti. Quell'aula che hanno scelto per me, perché il percorso è davvero lineare, da imparare, e non devo fendere troppa folla con il bastone bianco, al mattino, per arrivarci. Quell'aula che negli anni abbiamo scelto di non decorare, chissà poi perché, anche se alla parete campeggia il poster di un giocatore di Hockey, scelto dal mio professore di storia. Che in Svizzera, sapete, l'Hockey è più o meno come il calcio, in Italia, con l'unica differenza che piace moltissimo anche alle ragazze.
Ma la mia aula, dicevo, è sempre lì. Come i miei professori, del resto. La mia insegnante d'inglese, quella con un gusto per i racconti dell'orrore e il gotico, è incinta; è la nostra coordinatrice da tre anni, e a Natale se ne andrà.  Mi dispiace, cavolo, perché non è mai stata né empatica né particolarmente carismatica, però come insegnante è impeccabile, benché rigidissima.
Però gli altri restano. Il mio professore di Latino ieri mi ha rubato il cuore, leggendo un'ode di Orazio, carica di suggestioni, di sensualità e di magia. E mi sono ritrovata, ancora, a sorridergli, un po' stordita un po' rapita dalle sue parole,  a segnare gli accenti della metrica, la costruzione delle frasi, ad azzardare una traduzione un po' incerta. Il prof di filosofia, invece, ha varcato la soglia e ha iniziato a spiegare, con quel solito tono pacato che me l'ha fatto giudicare male, all'inizio. Perché lui è l'esatto contrario del prof dell'attimo fuggente, non si metterebbe mai su una sedia ad arringare gli studenti né sarebbe capace di essere plateale, o teatrale. Io di prof così, incredibilmente carismatici oltre che bravi, ne avevo avuti tanti, e lui, che quasi bisbigliava, sommesso, le sue spiegazioni, non mi aveva rubato il cuore, non subito.   Ecco che, dopo un paio di lezioni, ho intuito che c'era un fuoco che gli crepitava nella voce e negli occhi, una scintilla che, dietro alle parole che sciorinava a velocità inimmaginabile, andava solo scovata. E da allora è amore, nei confronti di quest'uomo, e quando sento la campanella che sta per suonae ecco che m'irrigidisco, perché vorrei che la lezione non smettesse mai. È grazie a questo professore pacato, che divora banane su banane ad ogni cambio d'ora, che ho deciso che studierò filosofia, anche, insieme  a Lettere, che in Svizzera posso abbinare le due materie. La letteratura resta il mio primo, immenso, vero amore, però la filosofia è meravigliosa, e mi fa vedere il mondo da un'altra prospettiva.
E poi c'è il professore di Italiano, appunto, che ha deciso di portarci in gita a Budapest, in primavera. E abbiamo un programma intensissimo, però già non vedo l'ora di ritrovare il mio Danubio, il fiume che a Vienna ho amato così tanto, in un altro angolo d'Europa. E ci sarà lui, iil prof di italiano, a improvvisarsi cicerone ed esperto di Budapest, a spiegarci ogni cosa, a perdersi con noi fra le strade  e le piazze ungheresi. E chissà che troverò io, a Budapest, con i miei compagni di classe. Chissà come sarà quest'ultima gita insieme, prima dell'esame di maturità, dell'università, del nostro futuro da adulti. Chissà quanto mi entrerà dentro, questa citàtà, quanto mi sentirò ungherese dopo soli quattro giorni, quanto mi apparterranno i profumi, le pasticcerie,   la lingua e la storia di questo popolo, che conosco così poco.
E la primavera è ancora lontana, ci sono mille compiti in classe, temporali, lezioni e avvenimenti di poco conto, in mezzo. E io voglio viverli tutti, anche se sono terrorizzata all'idea di un altro compito di matematica, la mia nemesi, quello che più mi crea ansia e disagio. Il pensiero che l'anno prossimo non ci sarà più, ecco, mi dà un sollievo infinito. Eppure il mio prof è ancora lì, a minacciarmi di morte se non faccio i compiti, e a sorridermi se, per puro caso, riesco ad azzeccare un passaggio di un'espressione (risolvere l'intera espressione sarebbe chiedere troppo).  Con lui ho un rapporto di amore-odio e gli spaccherei la faccia un giorno sì e l'altro pure, però quando qualcuno ne parla male io salto su in sua difesa, spiegando che, pur avendo un carattere impossibile e una conoscenza delle buone maniere relativamente limitata, è una persona fantastica.
Ci sono mille cose a cui pensare, quest'anno. C'è la maturità che incombe, di cui tutti i prof parlano, anche se in toni abbastanza rassicuranti, e io sono letteralmente terrorizzata, sia per l'esame in sé, sia perché significa la fine di questi anni. Non vedo l'ora di cambiare orizzonti, perché a volte mi sta stretto tutto, e poi perché potrò studiare  letteratura, finalmente, solo e soltanto quella. Però questi anni di liceo sono i primi in cui ho trovato degli amici, il mio spazio all'interno di una classe, in cui la mia ciecità non ha rappresentato il problema maggiore.
 E poi c'è l'università, quella piccola, vicino a casa, appena aperta, in cui le aule di letteratura sonot tute sullo stesso piano. Però io devo imparare a conoscerne gli spazi, le scale, i punti di riferimento da usare per potermi muovere. E allora ecco che, due giorni fa, ci sono andata con la mia insegnante di orientamento, e abbiamo iniziato a percorrere il perimetro dell'intera struttura, registrando cosa si trovasse a nord, cosa a sud, cosa a est e cosa a ovest. Per l'anno prossimo dovrò conoscerla come se fosse casa mia e dovrò muovermi al suo interno con scioltezza, perché sarò da sola, lì, con il mio bastone bianco e il computer che parla, con i libri in Braille e una sensazione che sarà esaltante e agghiacciane insieme.
 Ssono passati tre anni da quando, con la cartella nuova, percorrevo la stradina che mi avrebbe portato al liceo, da sola, con il bastone, sperando di non sbagliare niente, che altrimenti mi sarei persa, e pregando, in cuor mio, di non trovare ostacoli. E adesso quella stradina la percorro quasi di corsa, tutte le mattine, a volte guado pozzanghere, altre aggiro motorini, ma nel muovermi, almeno lì, ho una sicurezza che non avrei mai immaginato di poter possedere.
E chissà come sarà quest'anno, che voglio vivere, disperatamente, intensamente, senza pensare a quando finirà. Ho la scuola, che è troppo meravigliosa, nonostante l'ansia che mi creano i compiti in classe e la matematica. Perché m'innamoro di troppe cose e m'incanto di fronte a troppe materie per non poter adorare questo liceo costellato di graffiti, e devo ricordarmelo sempre, anche quando avrò compiti su compiti e gli esami incomberanno.
Ma non c'è solo quello. Ci sono i miei amici ciechi che provo a vedere quando posso, quelli che a volte mi stanno disperatamente stretti perché non hanno la mia parlantina e il mio desiderio di fare esperienze diverse. Però voglio loro bene, perché essere con qualcuno che è nella tua stessa condizione dà sollievo,  e perché loro non sono solo la loro ciecità, proprio come non lo sono io.
Ci sono i concerti a cui andrò, i cd che devo assolutamente scaricare, i troppi libri che desidero leggere. Voglio riempire questo blog di parole, scrivere di libri e di musica, che sono le più grandi passioni che ho, riuscendo, possibilmente, anche a fonderle. E non voglio smettere di meravigliarmi di fronte a nulla e di cercare quei momenti in cui mi sembra di essere la protagonista di un romanzo, o di una canzone di Bob Dylan. E sono quelli, i momenti in cui sono felice.
Vi lascio una canzone, dunque, che forse è la canzone di questi giorni, più di tutte, anche se, alla fine, c'entra molto poco con quello che sto vivendo.
Però loro sono le Heart e questa è "will you be there in the morning", che è la mia colonna sonora di questi primi giorni di scuola. E loro, le Heart, con quel loro folk-rock che a volte sfocia nell'hard rock (dovrebbe essere il contrario, ma secondo me è così) mi stanno rubando il cuore, perché sono donne, e hanno energia e grinta da vendere, e soprattutto le loro canzoni hanno dei testi meravigliosi, pieni di poesia. E "will you be there in the morning" è una ballata rock molto femminile, è la canzone di una donna innamorata, disperatamente innamorata. E sebbene io non lo sia, non di un ragazzo, perlomeno, la ascolto, perché in will you be there in the morning - e nelle Heart in generale - c'è così tanta energia e così tanta vita da non poterne essere tramortiti. E soprattutto perché capita anche a me di essere "too tired to go to sleep and too much in love", proprio come dice la canzone.
https://www.youtube.com/watch?v=BZfXYHTmr2E
 
Minerva

mercoledì 26 agosto 2015

questo bacio vada al mondo intero, mccan colum, recensione

Colum McCann, Questo bacio vada al mondo intero (Rizzoli, 2010, 451 pagine.



Oggi vi parlo di un libro, uno dei migliori letti quest'estate, o forse, addirittura, il migliore. "Questo bacio vada al mondo intero", ecco come si chiama. L'ho scelto per un semplice motivo, l'ambientazione: la New York dei primi anni '70, quella della fine della guerra del Vietnam, degli scandali legati al presidente, della droga, di John Lennon (che in questo libro non c'entra, ma nella mia testa fare il collegamento era inevitabile) e di tutti quei personaggi e quelle atmosfere tipiche, appunto,d ella New York dei primi anni '70. Sono atmosfere che mi piacciono, che conosco, per colpa della troppa musica che sento e della mia infatuazione per l'America e per la sua storia.
E poi, beh, c'era la trama, quest'intrecciarsi di storie, che partono tutte da una mattina di agosto del 1974, quando un intrepido ragazzo lascia esterrefatti tutti i cittadini camminando su un cavo d'acciaio teso fra le torri gemelle, simbolo della potenza americana per eccellenza. Nemmeno trent'anni dopo, questo luogo non esisterà più, e già questo trasmette benissimo il senso di precarietà che pervade l'intero romanzo. Però nel 1974 le Torri Gemelle cis ono ancora, così alte e svettanti, la loro costruzione ha causato non poche polemiche fra i cittadini, e, adesso, sono edifici scandalosamente imponenti. Il ragazzo cammina nel cielo, senza peso, sfidando la gravità e il destino, camminando sopra New York, sopra l'America, sopra il banale scorrere delle vite degli altri.  Ed ecco che tutti, a New York, lo guardano, dimenticano di avere fretta, e restano lì, a contemplarlo, chi a pregare perché non cada chi, invece, augurandosi che la fune ceda, quasi a dimostrare che un miracolo così è impossibile. Eppure sono tutti lì, con gli occhi rivolti a questo strano funambolo, perché in lui vedono una possibilità di fuga per scappare dall'abisso che hanno dentro, intorno, dalla città che sta collassando e dai loro personalissimi demoni.
Ed è da qui, da coloro che guardano il funambolo camminare a mezz'aria, che si apre questo romanzo. Ed ecco che, così, facciamo la conoscenza di un'umanità sull'orlo del baratro, disperata, sconfitta dalla vita e dalla sua amarezza. E non ci sono scappatoie, ancore, e non c'è nemmeno molta speranza per questi personaggi che soffrono, amano, si disperano e provano a salvarsi in ogni modo, perché ognuno di loro ha i suoi mostri, i suoi fantasmi, le sue paure, e potrebbe precipitarci davvero, nel baratro, proprio come il funambolo sospeso a mezz'aria.
 Ed ecco che, in uno dei quartieri più poveri di New York, incontriamo Courrygane, prete irlandese giunto nel Bronx per dare una possibilità alle prostitute che vi vivono; una di loro, ragazzina, che vende il suo corpo in cambio dell'oblio che solo la droga può darle. E sua madre,  anch'essa prostituta, che si strugge nel vedere la figlia usare il suo corpo  e annientarsi  nello stesso modo in cui  faceva lei. Ed ecco poi Adelita, uno dei pochi personaggi luminosi di questo romanzo, scappata dal Guatemala per dimenticare l'orrore della guerra e del suo matrimonio, che cerca di crescere i propri due bambini come può, che s'innamora di lui, di Courrygane, l'irlandese che prova a salvare il mondo, mentre lei, intanto, cerca di non abbattersi, perché i suoi figli hanno bisogno di qualcuno che li protegga, che li sproni, che sappia far vedere loro la meraviglia che c'è persino nel Bronx.
E poi ci sono gli altri: una signora dei quartieri alti, che nonostante la vita agiata e ovattata che conduca dentro è smarrita, persa, completamente svuotata dalla morte del figlio, avvenuta qualche anno prima in Vietnam, la cui unica   consolazione è una nuova amica, proveniente dal Bronx, anche lei devastata dalla morte dei figli. E poi c'è un'artista distrutta dalle dipendenze e da un matrimonio che la devasta, ma che, nonostante la disperazione e lo sconforto, decide di ricominciare da capo, in quella New York che un po' l'annienta, ma che al tempo stesso le dà speranza e slancio.     
Ed ecco che loro, questi personaggi apparentemente così diversi, finiscono per far parte della stessa storia, tutti accomunati dal desiderio di una vita migliore e dalla voglia di liberarsi dello schifo e della disperazione che li circonda.   E poi c'è lui, l'uomo che passeggia nel vuoto, che con quel suo incedere precario lascia tutti attoniti, sconcertati, a tratti impauriti a tratti rapiti, perché, libero com'è, può promettere loro un nuovo destino.  Lui, che mette così in pericolo la propria vita e ne è perfettamente conscio, sa che c'è speranza, che, pur camminando nel vuoto, non ne verrà risucchiato e non rovinerà mai al suolo.
Leggetelo, leggetelo e leggetelo. Perché è un libro poetico fino all'inverosimile,, perché è impossibile che i personaggi non vi scavino un solco dentro e non vi rimangano nel cuore, perché ci sono pagine di una bellezza impressionante.
Io l'ho letto in tre giorni, e l'ho amato alla follia. Di storie così, sapete, che regalano  così tanto pur facendo dannatamente male, non se ne leggono molte. Ci sono personaggi memorabili, un'atmosfera sospesa, e, soprattutto, tanta, tanta bellezza. E forse  è proprio questo, la bellezza, il vero fulcro del racconto. Perché c'è bellezza persino nel Bronx, dove le prostitute, solidali, si aiutano l'un l'altra come possono, provando  a trovare un motivo per sorridere persino nell'inferno che vivono. C'è bellezza persino nel lutto, nell'affetto che due amiche, dal passato e dalla provenienza tanto diversa, possono provare l'una per l'altra. Ed ecco che la bellezza, in questo libro, viene fuori in ogni riga, e fa maledettamente male, a volte, proprio come la vita. Perché ce n'è tanta, di vita, in questo libro, a volte raccontata con una crudezza spaventosa, a volte con meraviglia e stupore  sorprendenti.  C'è qualcosa di tutti questi personaggi in ognuno di noi: il desiderio di dare una svolta alla propria vita, la nostalgia per qualcosa che non si vivrà mai, il rimpianto per aver sprecato delle occasioni, ma anche la meraviglia di fronte alla vita, che si spalanca davanti a noi con la sua urgenza e in tutto il suo splendore.
" Let the Great World Spin", così si chiama questo libro in inglese,  e il titolo originale racchiude tutto il senso del romanzo. Perché la vita corre, e i personaggi anche, fuggono da loro stessi e dalla loro disperazione, e, nonostante tutto, c'è speranza per ognuno di loro.
E io, quando l'ho finito, non volevo se ne andassero, i personaggi, l'atmosfera, le emozioni di questo libro. Eppure è giusto così, perché di libri memorabili e di personaggi bellissimi ne incontrerò altri, e di storie così ne leggerò ancora.  Però questo libro mi ha lasciata con un entusiasmo pazzesco, ed è per questo che ho deciso di parlarne con voi. Perché è meraviglioso, e punto,  e ogni parola che ho speso per raccontarvelo non sarà mai abbastanza evocativa e non renderà mai abbastanza giustizia alla poesia che c'è in questo romanzo.
E sì, dopo questo libro, come ogni buon libro, mi ricorda perché amo leggere e la letteratura: perché ci sono quei momenti, nella vita, in cui ti sembra di stare in un romanzo, certo, ma ci sono anche pagine di un libro che ti ricordano la vita vera, con tutto il dolore e lo splendore che ha racchiusa in sé.


"La sola cosa per cui valeva la pena intristirsi era sapere che a volte in questa vita c’è più bellezza di quanta il mondo possa reggerne.” (Questo bacio vada al mondo intero, Colum McCann)



 

sabato 1 agosto 2015

for what it's worth

    

è valso la pena tutto, di quest'estate duemilaquindici. Che non è ancora finita, però ora ci sono le vacanze, il mare, il sole, la sdraio, i libri, il tempo per pensare, per scrivere, per mangiare gelati, per staccare la spina.

Prima no. Prima c'è stato il Belgio, percorso in macchina con qualche deviazione in Francia, Germania, Svizzera e Lussemburgo. Un viaggio con i miei genitori, da figlia unica per una volta, con il fratellino portato in collegio il primo giorno e poi una settimana spesa a girare questo paese meraviglioso, ammirando Bruxelles, così internazionale, e poi Anversa e il suo porto simmenso, e Bruges e Ganth, deliziose nel loro essere cittadine medievali. Ed ecco che ho attraversato mezza Europa con un solo libro, i miei genitori che hanno litigato fra loro nella maniera più furiosa che mai e io pregavo, pregavo semplicemente di poter partire per l'Inghilterra, il giorno successivo al mio ritorno per il Belgio, mentre loro discutevano di tutto e di niente con una rabbia dettata da qualche rancore di troppo e dalle differenze caratteriali che, nei viaggi, finiscono puntualmente per emergere. Eppure poi hanno fatto la pace, e l'ultima sera, in Lussemburgo, l'abbiamo trascorsa passeggiando, sorridendoci, innamorandoci anche di questa città.

E poi sono partita per l'Inghilterra, ed è stato tanto meraviglioso e tanto, tanto difficile. Ad accoglierci c'è stata la campagna inglese di Jane Eyre, così umida, frusciante, piena di segreti. la cosa più meravigliosa di tutte era il parco che circondava il college, pieno di lepri, scoiattoli, tassi, uccelli d'ogni tipo. E non era raro avvistare qualcuno di questi animali, sia al mattino sia durante le nostre passeggiate serali, quelle che avremmo voluto prolungare all'infinito, perché camminare in mezzo al rumore di rami spezzati e poi più nulla era bello, era rassicurante, era un po' casa.

Siamo partiti tutti insieme, quest'anno. La mia migliore amica, quella conosciuta su un sito Internet e alla quale mi sono affezionata indicibilmente, il gruppetto di ragazzi ciechi con cui sono partita l'anno scorso ed io.

È stato difficile, per me, far quadrare tutto, la gelosia di alcune mie amiche non vedenti perché io, un'amica non cieca da portare in Inghilterra, l'avevo, anche se poi lei è stata straordinaria e se le è conquistate tutte. E poi c'era proprio lei, la mia migliore aica, che non era mai partita prima d'ora, che un po' sentiva la mancanza di casa un po' faticava ad abituarsi al college, in cui gli altri ragazzui erano tutti decisamente più piccoli e nient'affatto cordiali, con noi. Ecco, e poi c'erano loro, appunto, gli altri studenti, tutti stranieri, con i quali io ho provato  a parlare fin da subito, che però ci hanno respinti, letteralmente. A me, da quando ho finito le scuole medie e sono diventata un po' più grande, non era mai capitato di sentirmi esclusa a tal punto per colpa della mia ciecità, vuoi perché sono diventata molto più estroversa, vuoi perché gli altri sono cresciuti. Eppure qui, in questo college, ho rivissuto alcuni dei momenti più brutti e frustranti della mia prima adolescenza, con i ragazzi che ridevano al mio passaggio indicando il bastone bianco, le battutine sussurrate, l'indifferenza più completa. E a me, tutto questo, ha fatto male. Perché io a scuola ho delle amiche, io chiacchero con chiunque, io, adesso, nonostante non sia semplice, non mi sento sola, o isolata, o esclusa per colpa della mia ciecità.

In Inghilterra, invece, sì;  mi sentivo più cieca, più handicappata, più disabile che mai, sia perché ero in un posto completamente estraneo, sia, soprattutto, perché per gli altri ragazzi, noi, eravamo completamente trasparenti. Ha fatto male, tutto questo, non sapete quanto, perché essere via da casa, in un contesto nient'affatto semplice, mi ha fatta sentire smarrita, smarrita e inadeguata.

Però c'era la mia migliore amica, quella che è partita con sei ragazzi ciechi senza esitare, e che quando gli altri studenti, nell'apprendere ciò, le dicevano un "very kind of you" piuttosto stupito, ne rideva con me, perché lei non è venuta con noi certo per spirito da crocerossina, bensì perché era mia amica, mia amica e basta. E grazie a Dio che c'era lei, perché non so cos'avrei fatto, in caso contrario. però non è stato solo merito suo, no. C'erano gli altri, il mio sparuto gruppetto di amici ciechi, che a volte mi stanno stretti - perché fare vacanze con ragazzi con la tua stessa disabilità non è sempre il massimo -, ma che fondamentalmente adoro a prescindere. Perché sono coraggiosi, tutti quanti, perché, proprio come me, si destreggiano come possono, barcamenandosi fra un handicap che, diciamocelo, è una seccatura non indifferente e i problemi che esso comporta, senza però dimenticare di avere diciassette anni, dei sogni, delle ambizioni, dei progetti. Perché noi non siamo la nostra ciecità,  e loro, nonostante tutto, me lo ricordano ogni giorno.

 Queste tre settimane sono state incredibili, nonostante le immense difficoltà.  Alla fine di tutto, quando alle quattro del mattino abbiamo lasciato il college, mezzi addormentati, storditi, sollevati all'idea di tornare a casa eppure un po’ mesti, ho capito che ne valeva la pena, sì.

Ne valeva la pena per gli insegnanti deliziosi che abbiamo incontrato, per miss Regina che Regina lo è di nome e di fatto, la prof che un po' incarna il tipo di docente e di donna che vorrei diventare, autorevole, equilibrata eppure sorprendentemente alla mano, per l'altro prof, quello un po' lupo di mare scozzese dall'umorismo improbabile e tagliente, che mi ha conquistata con una visita alla national gallery in cui ci ha descritto ogni quadro, ogni sfumatura, ogni colore in maniera sorprendentemente vivida.

Ne valeva la pena per i giri nei centri commerciali di Londra, uno in particolare, in cui la mia migliore amica ha preso quattordici cd, io la guardavo esterrefatta e poi abbiamo detto al commesso di scusarci, perché eravamo sovraeccitate all'idea di essere in un negozio di cd a Londra e quindi non riuscivamo a spiccicare parola in inglese. E per i muffin e per i biscotti di cui abbiamo fatto incetta, riempiendo il letto di briciole in maniera improponibile e sgranocchiandone fin troppi alle ore più inconsuete.

Ne valeva la pena per le passeggiate nel parco, per il silenzio della brughiera, per la traversata del fiume a Cambridge, circondati da cignie papere, con il vento che ululava e l'acqua che scrosciava in ogni direzione. E io lì, su quella barchetta dondolante, ho pensato che non avrei voluto essere in nessun altro posto se non lì, e quella giornata si è rivelata magica, come del resto tante altre.

Ne valeva la pena per A., il ragazzo conosciuto su Internet che, una volta scoperto essere cieco, ho convinto a venire con noi. E siamo diventati amici, amici davvero, cosa che non pensavo potesse succedermi davvero, non con un ragazzo, anche se poi, detto fra noi, di virile, lui, ha ben poco. Però quando suona scompaiono la sua ciecità, la sua goffaggine, tutto il resto, ed ecco che diventa un ragazzo normale, con una grande passione per la chitarra, e un po' dà i brividi, questa sua trasformazione. E allora   nell'aula di musica, il pomeriggio, suonava qualsiasi cosa gli chiedessi per strapparmi un sorriso, dato che io, pur adorando cantare, non ne sono capace e a volte diventavo vagamente isterica.

Ne valeva la pena perché ho cantato, cantato davvero, su un palco, da sola, per la prima volta in vita mia. E non so cantare e mi vergogno, però me l'hanno chiesto in ogni lingua, e allora ecco che l'ultima settimana ci siamo ritrovati a suonare "blowin' in the wind", A. con la chitarra, le mie amiche improvvisandosi musiciste, e io a cantarla davvero, con il cuore, Blowin' in the wind, perché in ogni verso c'era un po' di me, e mi sentivo tanto Joan Baez anche se non sarò mai brava quanto lei, ma alla fine, alla fine di tutto va bene così.

Ne valeva la pena per ogni sorriso rubato, per ogni confidenza, ogni battibecco, ogni muso lungo e ogni biscotto con la mia migliore amica, che si è rivelata meravigliosa. Che io l'ho voluta con me perché, per una volta, volevo anche io avere qualcuno al quale stare appiccicato, con cui condividere ogni respiro, la stanza, la classe, il tavolo, persino il bagno, certe volte. E ci siamo vissute a trecentosessanta gradi, facendoci anche molto male, percenpendo i reciproci malumori, le ansie, gli impanicamenti, ma anche la gioia, la voglia di entusiasmarsi per qualsiasi cosa, il bisogno di tenerci per mano come bambine e di parlarci anche dalle toilette della national gallery, proprio come tredicenni isteriche. E ci siamo dette cose che non dovevamo, a volte, ferendoci a vicenda ma chiedendoci scusa, con un biscotto, un abbraccio, un "come va?" che sottointendeva tanto altro.

Ne valeva la pena per tutto, per l'atmosfera, per l'inglese che mi piace tanto, per i film che non siamo riuscite a vedere pur avendone scaricati tantissimi, per i discorsi su rockstar morte o decrepite alle due di notte, per le nostre due accompagnatrici meravigliose, per i boccoli che, per una volta, sono riusciti a non afflosciarsi miseramente dopo dieci minuti.

E sì, ne valeva la pena. Anche se adesso è tutto finito, se fra  poco ci sarà soltanto il mare, se ora scrivo con un po' di nostalgia, ma pur sempre il sollievo di essere a casa, di aver ritrovato i profumi, gli spazi, i tempi consueti.

E ora sono a casa e vorrei partire, partire di nuovo, con loro, senza di loro, soltanto partire. E anche per questo, sì, ne è valsa la pena.

 

 

giovedì 18 giugno 2015

stand by me, ricordo di un'estate

Ci sono film, libri e canzoni che arrivano semplicemente troppo presto, perché non è il periodo, perché sei troppo immaturo per capirle davvero, perché, semplicemente, il tuo animo non è nello stato giusto per affezionarsi a quel libro, a quel film, a quella canzone.

Io e il buio oltre la siepe, per esempio, ci siamo annusati per la prima volta quando avevo undici anni. Forse, direte voi, non ero in grado di apprezzare la grandezza di quel libro, ero ancora una bambina, eppure avevo amato moltissimo Isabel Allende, che non è certo una scrittrice per ragazzine. Ma il buio oltre la siepe no, non mi è entrato dentro, anzi. Trovavo le vicende dei protagonisti piuttosto banali e piatte, la loro infanzia un po' scialba e poco eroica, e allora l'ho lasciato andare dopo pochissime pagine. Sospetto che, se avessi conosciuto Atticus, il vero e fantastico protagonista di quel libro, l'avrei continuato, perché lui è il genere di uomo di cui m'innamorerei e per il quale mi sarei presa una cotta anche ad undici anni. L'ho letto dopo, il buio  oltre la siepe, a quindici anni e mezzo, e sarà che amavo gli anni '60 (periodo in cui uscì il libro), oppure che avevo acquisito una nuova consapevolezza e una nuova maturità, ma ho divorato quel libro in ventiquattro ore, rannicchiata sotto l'ombrellone, con il rumore del mare come sottofondo.

Ci sono film, libri, canzoni, che invece arrivano al momento giusto. Ed ecco stand by me, allora, del quale parlo adesso perché, forse, sta iniziando un'estate magica, in cui farò letteralmente la trottola impazzita, in cui vedrò tre nazioni, tre capitali europee, in cui sperimenterò tremila avventure diverse, e per certi versi vorrei che sia la mia estate, quella in cui diventare grande davvero, quella che faccia da spartiacque fra adolescenza e vita adulta.

Ma stand by me, io, l'ho visto tre anni fa a scuola. La mia prof di religione era un'insegnante assurda, che non si è mai data la pena di spiegarci alcunché, però in compenso ci ha fatto vedere tanti bellissimi film: the truman show, i Miserabili, l'attimo fuggente, e poi questo "stand by me". Certo,  di questi film bellissimi non ce ne siamo fatti niente, perché non ne abbiamo mai discusso, in classe, e lei non si è mai data la pena di raccontarci il loro senso più profondo, ma io  devo a lei un po' della mia cultura cinematografica che, di per sé, resta piuttosto scarsa.

Però stand by me, all'epoca, fu il film giusto al momento giusto. Avevo quattordici anni e mezzo, stavo per finire l'ultimo anno di scuole medie, ed ero sola, disperatamente, irrimediabilmente sola. Non avevo mai sperimentato un tale isolamento né l'avrei sperimentato in futuro, ma in quel periodo mi avevano allontanata tutti i miei compagni, persino la mia migliore amica di allora aveva scelto di stare con gli altri, che l'avevano messa alle strette e le avevano detto che loro non mi volevano, perché, molto semplicemente, la mia ciecità era loro d'impiccio. E allora ero sola, dicevo, e non vedevo l'ora che la scuola finisse, perché nemmeno i miei adorati professori mi erano più di conforto, così trascorrevo le mie ricreazioni abbarbicata ad una colonna tipo lichene alla roccia, con il mio bastone bianco, disorientata e ferita perché io, da sola, non sono mai stata bene, eppure il coraggio di accorciare la distanza che si era venuta a creare fra me e i miei compagni, in quel periodo, non l'avevo, forse perché ero stata respinta troppe volte, forse perché, semplicemente, mi ero rassegnata ad aspettare le superiori.

Ed ecco che stand by me riuscì, tutt'un tratto, a smuovere qualcosa dentro di me.  stand by me, infatti, è un film che qualsiasi adolescente dovrebbe vedere, prima o poi, perché c'è il senso dell'adolescenza, tutto quanto, in quel film.

Stand by me è la storia di quattro ragazzini che, nell'America degli anni '50, decidono di andare a cercare il corpo di un ragazzo investito da un treno, un po’ perché sperano, così, di diventare delle celebrità locali, un po’ perché, semplicemente, vogliono vedere il corpo di un uomo morto da vicino, spinti dalla curiosità un po’ morbosa tipica di quell’età.  E così partono per un viaggio un po' randagio un po' pericoloso  portandosi dietro lo stretto necessario e affrontando un imprecisato numero di ostacoli. La magia di stand by me, però, sta nella caratterizzazione di questi quattro adolescenti, così fragili, così vulnerabili, così pieni di ferite, di turbamento, costretti a diventare grandi in fretta eppure desiderosi di cullarsi il più a lungo possibile in un'infanzia che, già lo sanno, sarà destinata a sfumare. E c'è Gordy, il ragazzino che sogna di scrivere storie per il resto della sua vita, che però ha visto il vuoto risucchiare i suoi genitori da quando il fratello maggiore, giovane promessa del Football, è morto all'improvviso. E c'è Teddy, invece, figlio di un uomo instabile, che, pur essendo maltrattato dal padre, si ritrova a difenderlo con ostinazione, perché suo papà ha combattuto in Normandia, e ai suoi occhi è ancora intoccabile, nonostante il suo squilibrio,  e per questo lui, che ha dodici anni ed è guardato storto dagli abitanti della cittadina in cui vive, deve proteggerlo. E c'è Vern, il ragazzino grosso, forse il più puerile dei quattro, sempre deriso affettuosamente e protetto dagli altri tre, che, nonostante lo prendano in giro come qualsiasi adolescente, non gli torcerebbero mai un capello. E infine c'è Chris, ragazzino intelligente, dalla famiglia scombinata e dalla pessima reputazione, che combatte fra il suo essere un ladruncolo un po' randagio e il suo desiderio di emergere, di diventare qualcuno di migliore, che si arrabbia per le ingiustizie che subisce dalla piccola comunità in cui vive, che lo giudica in maniera sbagliata solo perché figlio di delinquenti. E sono magici, ttutti e quattro, questi personaggi, ma è ancora più magico il loro rapporto, il modo fraterno che hanno di insultarsi, la confidenza che si crea fra loro, e soprattutto quel loro proteggersi l'un l'altro con disperazione. I protagonisti di standd by me sono disposti a mettere da parte le loro cicatrici, i loro fantasmi  e la loro rabbia per prendersi cura dei loro amici nei momenti di maggior difficoltà e di scoramento, e questo, ecco, per me è meraviglioso. Perché io che un amico non ce l'avevo, io che non mi ero mai sentita accolta o capita davvero da dei coetanei, in quel momento ho capito che, prima o poi, sarebbe stato possibile anche per me. E poi il cadavere lo trovano davvero, e finito quel loro strampalato viaggio la loro vita torna uguale a prima, eppure sono tutti un po' più grandi, un po' più risoluti e un po' più assennati, soprattutto Gordy, che troverà il coraggio, una volta adulto, di raccontare la sua storia e quella dei suoi amici, e Chris, che  ad emergere davvero a dispetto di tutto ci riuscirà, intraprendendo una carriera di avvocato ben diversa da quella di mezzo delinquente che gli veniva prospettata.

Alla fine del film ho capito di poter sperare ancora: prima o poi l'avrei trovato anche io, il mio clan, il mio gruppetto di amici, magari emarginati, magari strambi, magari atipici, capaci di capirmi, di farmi sentire preziosa, speciale, semplicemente una di loro. E adesso, adesso l'ho trovato, questo gruppo di amici, anche se un gruppo non lo sono ancora, perché sono sparpagliati un po' qui un po' lì, visto che la mia migliore amica vive a un centinaio di chilometri di distanza,  altri ancora, invece, per ora, li conosco solo su Internet, mentre alcuni sono i miei compagni di classe, quelli che, alle superiori, finalmente, sono andati oltre i miei occhi bacati e il mio bastone bianco, quelli che adesso se ne dimenticano, quasi, della mia ciecità, o così dicono.

E io, quest'estate, riunirò molti di loro, in Inghilterra, con me: le mie amiche cieche, la mia migliore amicca, e quel ragazzo, non vedente anche lui, che viene dal sud Italia e che è sbucato, un giorno, fra i miei amici di Facebook, e da allora non abbiamo più smesso di parlare di musica, di chitarristi, di problemi legati alla nostra disabilità, di avventure e disavventure del quotidiano. Ed ecco perché, l'altro giorno, io ho riguardato stand by me da sola, sul letto, pensando alla prima volta in cui avevo visto questo film. Dio, quante cose sono cambiate, quanti istanti, traguardi, sfide, baratri d'insicurezza e picchi d'euforia sono passati, eppure io sono ancora la stessa ragazzina che si è emozionata sentendo "stand by me", la meravigliosa canzone che mette fine a quel film. Quanta strada c'è stata, fra questi due momenti, è difficile da spiegare, quanto da ragazzina timida, affranta e un po' rassegnata io mi sia trasformata in un’adolescente sicuramente piena di paranoie e di complessi, che però un calcio alla timidezza è riuscita a darlo, nonostante l'ansia e il senso d'inadeguatezza che mi divora tuttora.

E allora vorrei che lo guardasse anche la mia migliore amica, stand by me, anche se devo provare a convincerla, perché ho fatto il madornale errore di dirle che è tratto da un racconto di Stephen King, che lei, giustamente, associa ai riassunti che le ho fatto delle scene più raccapriccianti dei suoi libri. Però deve vederlo, ecco, perché stand by me siamo noi, che ci prendiamo in giro e a volte ci feriamo inavvertitamente,  però non possiamo stare un giorno senza scriverci, che se qualcuno osa maltrattare l'altra, foss'anche con una parola sbagliata, c'indigniamo e facciamo muro, perché noi siamo contra mundum, in un certo senso. E lei è straordinaria, perché ha deciso di venire in Inghilterra con me e altri cinque ragazzi ciechi malgrado tutto, ed è l'unica persona che conosco che l'ha fatto senza pensarci.  Questa sarà la nostra estate, lo desidero con tutte le mie forze, anche se non abbiamo nessun cadavere da scoprire e nessun viaggio a piedi da fare, ma solo una vacanza studio, ben più banale e rassicurante, da vivere. Che poi questo soggiorno nella brughiera britannica sarà epico, perché noi lo desideriamo tanto, e forse per prepararci stiamo scaricando tutta una serie di film da vedere, la sera, quando in teoria dovremo spegnere le luci e noi invece staremo sveglie, con il mio pc sotto le coperte e un auricolare ciascuna, a vedere (lei) e ad ascoltare tutti i film che in un modo o nell'altro desideriamo che anche l'altra veda, oppure che abbiamo visto entrambe, ma che sarà bello gustare insieme, ridendo come dementi alle battute delle commedie francesi meno brillanti o a piangere quando finiremo di guardare "l'attimo fuggente" o "freedom writers", che a noi i film che parlano di insegnanti spezzano il cuore, da sempre.

 E la convincerò, a vedere stand by me, almeno l'ultima sera, e al diavolo Stephen King.  E la canteremo sul serio, a mezza voce, quella "stand by me", alla fine, che noi apprezzavamo, ai tempi, nella versione di John Lennon, ma che è bellissima, e forse più calda ed intensa nella versione originale di Ben E. king che c'è alla fine del film.

E voi vedetelo, Stand by me, e pensate alla mia estate, oppure alla vostra, a quella che ha fatto da spartiacque fra l'adolescenza e l'età adulta, in qualche modo, a quella in cui avete perso qualcosa e imparato tanto altro, quella in cui, semplicemente, avete vissuto davvero, rubando la passione alla vita in ogni respiro. Che poi forse è impossibile, fare così, non lo so, ma io voglio, devo provarci, questa volta.