giovedì 29 aprile 2010

empatia 2

È alla prof N. che dedico questo post. E gliene dedicherò uno ogni volta che se ne presenterà l’occasione, perché è l’essenza della prof di lettere. L’essenza della prof di lettere di una certa età, s’intende. Perché a vederla non sembra così, sembra il ritratto della severità, non è certo un tipo modellabile inteso come molle, che si fa manipolare. Ma appena le parli te ne accorgi, che una luce brilla nei suoi occhi. Anche se non la vedi, sai che c’è. Sai che le parli e lei ti ascolta attenta, con una vitalità da grillo ed una curiosità tipica dei bambini che scoprono il mondo. Mi piace questa donna, mi piace assai.
Con quei suoi capelli d’oro bruno e quegli occhi… Quegli occhi di cioccolato fondente, che trasmettono un’energia squisita ed un sapere che irradia ovunque. È strano il magnetismo che si crea quando c’è lei, è strana l’empatia. E l’ho scritto due mesi fa, e lo scrivo di nuovo. Con questa donna io ho un rapporto speciale. Speciale, non uno di quei rapporti assidui, ma un rapporto di desiderio reciproco. Lei lo dice sempre, che mi vorrebbe parlare davvero una volta. Ed io lo voglio, lo voglio con tutte le mie forze. Perché sarei pronta a raccontarle la mia storia e le mie insicurezze, se solo avessi tempo. E la adoro, questa prof. Ma lo giuro, che anche se non sarà lei (è una certezza), io non riverserò sull’altra prof l’antipatia. Perché la prof S. è un tesoro, mi ricorda così tanto una chioccia che si porta nell’aia i suoi pulcini starnazzanti. Mentre la prof N. mi ricorda tantissimo una gatta, una gatta appollaiata sui tetti, che scruta, che osserva e che poi seleziona. Una bella gatta, dal manto d’ebano e gli occhi color smeraldo, una di quelle bestie di primo acchito diffidenti, ma che in realtà sanno essere di marzapane.
Perché di prof così non ne troverò tante. Grazie, prof N.
E poi, mi ha detto una cosa stramba:
“per te ho in mente una piccola sorpresina, da realizzare entro la fine dell’anno.”
Ed io mi sono chiesta una cosa: il marito è poeta, scrive in maniera incantevole e vorrei conoscerlo. O questa donna mi ha letto nell’anima, o ha sentito una conversazione fra me e l’Angelo, o l’Angelo glie l’ha riferito. Ma è probabile la prima ipotesi.
Però è campata in aria, e quindi do a voi la scelta:
“Quale sorpresa ha organizzato la prof?”

E con questo dubbio amletico vi lascio.
Baci
Minerva
p.s: Pimpi, l’indovinello era giusto!! Ma era così celebre?

martedì 27 aprile 2010

indovinello

Allora. Indovinello proposto dal prof di lettere ieri, panico totale da parte della mia classe. L'abbiamo risolto inieme, alla fine. Ma ve lo propongo perché è carino.

In una stanza c'è una lampadina. Fuori ci sono tre interruttori. Uno di questi accende la luce, ma si può entrare una sola volta nella stanza per verificare se la luce è spenta o accesa e la porta non può restare aperta.
Quale dei tre interruttori è quello che accende la luce? O meglio, come si fa a capire quale dei tre accende la luce?
Baciaci
Minerva

domenica 25 aprile 2010

memorie di una ragazza perbene (Simone de Beauvoir)

Questo è un libro che va letto. Non so che altro dire, ma va letto e basta.
Non ci sono parole per descriverlo: non posso rievocarne la magia, non ne sarei capace. O tantomeno farne un riassunto, è impossibile.
Quindi, cito una descrizione del romanzo presa da internet, anche se non basta. Non basta, perché chi legge queste pagine ne esce segnato.
È una descrizione fatta di citazioni, che colui che ha fatto questa recensione commenta, paragonando l'esistenza della scrittrice con la propria. Farò così anchio, è bello.
Un  giorno, un’adolescente, un’altra me stessa, avrebbe bagnato con le sue lacrime un romanzo in cui io avrei raccontato la mia propria storia.
Dio, quante volte l'ho pensato e quante vole ho fantasticato su questa cosa. Quanti momenti ho passato ad agognare di diventare scrittrice, quante ore a provare a mettere su carta questo sogno troppo ardente.

“Il mio destino di adulta m’interessava meno del mio avvenire immediato”.

Verissimo. Non m'importa del mio destino, almeno di pianificarlo con cura, piuttosto mi preparo a sognare. Forse sbaglio, forse no.
“Mi sentivo la forza di sollevare la terra, e non trovavo da spostare neanche un sassolino”.
D'accordo, io e lei siamo imparentate, o siamo gemelle psicologiche. Quante volte ho sognato d'intrecciare amicizie epiche, e mi sono ritrovata davanti gente che non m'interessava. Ho sognato d'intraprendere imprese titaniche, e poi non ho trovato di che intraprendere.

• Mi è stato più facile pensare un mondo senza che un creatore pieno di tutte le contraddizioni del mondo.
Ah, penso che tutti gli atei pensino questa cosa, solo che lei l'ha espressa davvero, ma davvero bene. Io non so, sto tentando di capirci qualcosa sui miei sentimenti riguardo questo Dio, ma non li ho ancora compresi.
In tutte le lacrime indugia una speranza. 
Non ci avevo mai pensato, ma dev'essere vero. E soprattutto, le lacrime sono il segno di non essersi rassegnati, perché ancora un po', combatteremo. Anche il pianto è una forma di combattimento, credo.
Poiché non scorgevo in tutta la terra alcun posto che mi convenisse, decisi allegramente che non mi sarei fermata in nessun posto.
Mi votai all'Inquietudine.
Sono consapevole di essere imparentata con questa donna. Gli stessi pensieri, gli stessi dubbi e le stesse speranze. Beh, è una citazione per cui non ci sono parole.

Solo una parola: leggetelo!!!
baci
Minerva

sabato 24 aprile 2010

animalando

Io amo gli animali. Non sono una di quelle che si schiera in prima fila per la loro difesa, ma inorridisco nel saperli maltrattati e feriti, e ricordo che in passato leggevo assiduamente blog che parlavano di animali in cerca di un padrone. Ho sempre desiderato di vivere in una fattoria, di quelle che esistono solo nei romanzi inglesi o nei film. Volevo l’aia, la conigliera, la stalla ed ovviamente, lo stagno con le anatre e i cigni. Perché adoro gli uccelli acquatici, ma andiamo con ordine.
Credo che il mio rapporto con gli animali sia stato molto forte fin da subito. Quando ero molto piccola mi fecero fare varie attività didattiche per farmi conoscere il mondo senza la vista (non so come chiamarle), e fra questi corsi ce n’era uno, tenuto da una signora gentilissima, che riguardava la socializzazione con gli animali. Questa signora viveva in una casettina, se non ricordo male, ed aveva un giardino. E possedeva due o tre cani, i cavalli ed altre svariate bestioline che ora non ricordo. Ora, io sono sempre stata una curiosa reattiva. Mi misero in mezzo a questi cani, ed io mi divertii. Mi diverti i soprattutto a mangiare i loro biscotti, ma questo non si può dire. Eppure, i gatti sono da sempre i miei preferiti.
La nonnacastana, quando ancora abitava nella Petit Maison in un paesino di campagna, aveva tre gatti, che poi diventarono quattro. Ma allora erano tre, ed il mio preferito era un gattone piuttosto anziano, tigrato, di cui non ricordo il nome. Era un felino quietissimo, giocherellone e molto, ma molto paziente. Uno dei miei ricordi più vecchi risale ad un giorno di mezza estate, in cui tiravo la coda al povero gatto che era nel prato, e provavo a sollevarlo. Non miagolò nemmeno una volta, non protestò e si lasciò tiranneggiare da me. Sposai varie volte quel micio, organizzando anche piccoli matrimoni a base di budino al cioccolato fatto dalla nonna e di erba medica colta nei prati, per soddisfare i palati di entrambi i coniugi. Ebbi anche una figlia, mi pare. Ovviamente era una bambina con fattezze completamente umane, e la chiamai Elide, se non sbaglio.
Poi, ne avevano altri due. Il primo era un gatto di poco più giovane, ingordo e che usciva praticamente solo di notte, mio nonno diceva sempre che andava in un qualche locale per mici. Ora sono morti entrambi da un paio d’anni, e li ricordo con affetto.
La terza era una gattina nel vero senso della parola. Quando ero piccola io, lei era arrivata da poco e si godeva le coccole, ma era piuttosto riservata. È sempre stata una bestiola schiva, molto, ma molto sulle sue, come una vera signora. Ora è anziana anche lei, ed ha due occhi meravigliosi, che ricordano un’avvenente signora molto truccata. Nemmeno adesso si lascia carezzare volentieri, se non dalla nonna e dalla Astrozia.
Poi arrivò il piccolo, e questa è una storia così tenera che potrebbe essere una pubblicità del mulino bianco.
Arrivò dalla Nonnacastana in una sera di giugno, e prese ad mugolare. Lo trovarono sotto ad una macchina, appallottolato su se stesso e terrorizzato. Fu inavvicinabile. La nonna lo nutriva a distanza, gli prodigò ogni cura, ma stando ben attenta a non farsi vedere. Poi gli fornì un tetto. Il bisnonno aveva un cascinotto, ossia una piccola baracca in cui teneva i suoi attrezzi, e fu lì che quel cucciolo alloggiò per tutta la tarda estate e l’autunno. Poi, con le buone e con le cattive, lo portarono in casa.
I nonni andarono nella casa sopra il cucuzzolo. A quell’epoca i due gatti maggiori erano già morti, e portarono la gattina ed il cucciolo, che oramai era un giovane felino grintoso ed intelligente. Poco prima, era arrivato lui. Ed anche qui una storia degna della pubblicità del mulino bianco, che s’intreccia così tanto con quelladel mio cane, che vale la pena di raccontarla.

Prima che i gatti venissero nella Casa sopra il cucuzzolo, il nonno aveva vissuto là come eremita per più di un anno, sovvraintendendo i lavori. E fu così che s’affezionò ad un pastore alsaziano, abbandonato e riabbandonato per almeno tre volte. è un cane buono, ma un po’ pericoloso, sotto certi aspetti..
E fu così che i miei genitori presero un cucciolo di Labrador color ambra rossiccia, dagli occhini di cioccolata chiara. Era un batuffolo di tre mesi e qualcosa, e lo portammo dai nonni come regalo per il compleanno della Nonnacastana. Ma non sapevamo, che il Nonnoeremita aveva già ospitato il cane pastore, e fu così che i miei decisero di portare il piccolo Labrador in canile. Eppure, io e Fratellino, con la forza di convincimento che solo due bambini possono avere, riuscimmo a far restare il cane. Ora sono passati quasi quattro anni, e non mi capacito di come vola il tempo.
Ma parlavamo del mio rapporto con gli animali. Io adoro gli uccelli, soprattutto quelli acquatici ed il pollame. Amo le aie e i laghetti ed il mio sogno è avere un’anatra. Amavo il brutto anatroccolo, era la mia fiaba preferita e penso che nel mio romanzo un’anatroccola figurerà, perché la mia infanzia ruotava attorno a questo volatile un po’ goffo. E poi, amo i gatti. L’ho già detto, sono i miei animali preferiti. Amo l’eleganza, la discrezione e la raffinatezza dei loro modi, il fatto che se ne stiano sempre sulle loro e quell’essere diffidenti. Sono simile a questi felini, non lo nego. Ed il mio sogno è una gattina dal pelo d’inchiostro e dagli occhini verde smeraldo, che si chiamerebbe Minerva!
Ed invece no, ho un Labrador biondo e me lo devo tenere, anche se in realtà ci sono affezionata.
Baci
Minerva

mercoledì 21 aprile 2010

il libro di svolta

Ho bisogno di un libro. Ma non di un libro da leggere così per passare il tempo, di un libro che segna una svolta. Di quei libri che ricordi con passione, di quelli che quando li leggi versi lacrime e lacrime e che ti abbagliano e ti danno una specie di corrente elettrica. Ecco, non pretendo le lacrime o la rivelazione. Ma la corrente elettrica la voglio, la smanio con tutta me stessa.
Voglio quel libro che inizia e che ti porta via, in un impeto di parole meravigliose. Voglio uno di quei libri in cui ti immedesimi nei personaggi e ti affezioni alle ambientazioni.
Ma voglio un libro mio. Voglio un libro da amare, da venerare. Perché ultimamente di libri bellissimi non ne ho letti, non ho letto un libro in tutto marzo o aprile che mi abbia appassionata, se si esclude la de Beauvoir. Quindi, a voi la scelta: quale libro secondo voi è più adatto per me?
Lo chiedo a voi perché mi conoscete. Non voglio un libro meraviglioso, nemmeno uno che vi è piaciuto. Voglio un libro che possa piacere a me!
Baci
Minerva

martedì 20 aprile 2010

la musica del silenzio

La musica del silenzio è l’autobiografia di Bocelli, che è un libro a tratti stupendo a tratti noioso. Rispondo in questo post al tuo commento, Paola, perché mi hai ispirato dicendo che anche l’acqua è musica.
Sì, lo è. Come lo è il ticchettio dell’orologio a cucù, il ticchettio di una tastiera appena sveglia e il cinguettio degli uccelli. Ma il silenzio è una musica che può essere bellissima: perché il silenzio vero non esiste. Non c’è, perché avvertiamo sempre i battiti del cuore. Ma quell’illusione di silenzio è meravigliosa. Ce lo disse il prof D., che il silenzio era musica. E da allora ci rifletto su, ci ho scritto anche alcune bozze di post, ma le ho cancellate. La melodia del silenzio è impercettibile a certe persone, ma non a chi la sa cogliere nel caos dell’esistenza. Perché il silenzio scappa, fugge e bisogna rincorrerlo. E l’unico vantaggio dell’insonnia è il poter ascoltare il niente. Poter sentire la pienezza del vuoto… Perché verso le quattro del mattino la strada si anima, passa ogni tanto qualche automobile solitaria, oppure si sente un mormorio di passi. Di notti insonni ne ho passate abbastanza per dire che i rumori della notte sono meravigliosi. È un momento tutto fatto di fruscii, piccoli scricchiolii e rumori attutiti. È magico stare acquattati sotto al piumone, perfettamente svegli, ma calmi e starsene ad udire la dolcezza della quiete.
Ma le parole sono musica. Una musica che ti travolge, ti sorprende e che ti trascina in un turbine ogni volta. Perché la potenza di una frase è micidiale, ti può far cambiare esistenza, ti fa precipitare nello sconforto oppure ti fa volteggiare su su, per la gioia idilliaca e sfrenata.
Oppure, ti possono lasciare indifferenti. Ma le parole sono musica. il piacere di una chiacchierata, il suono di una poesia oppure un semplice “ti voglio bene” detto con il cuore. È per questo che è nato questo blog, per accendere le parole. Perché le parole c’erano, ma giacevano inermi, senza luce. Emily Dikinson ha scritto una frase sulle parole, così bella che dovrei trovarla.

Una parola è morta, quando vien detta, dicono alcuni, io dico che comincia a vivere.
È breve, ma è bella. È bella, perché è veritiera.
E sul silenzio invece c’è una frase bellissima di Leopardi, che ho trovato sbirciando su wikiquote.
• Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell'amore (anche nei momenti dolci) dell'ira, della meraviglia, del timore ec.
Ed è bello scoprire che c’è chi rinnega il silenzio, e c’è chi lo venera. Sbirciando su wikiquote, ho visto molti paeri contrastanti, da chi dice che il silenzio è un’arma letale, a chi dice che è un bene dell’umanità. Io so solo una cosa: che le parole sono preziose, e vanno preservate, ma al tempo stesso sperperate.
Ed oggi si tende a combattere il silenzio: con le note soffocanti della musica, con i trilli di msn o stando in mezzo alla gente. Scoppiò un mezzo dibattito, durante una lezione di musica. Era circa settembre, quando il prof parlò del tentativo di colmare il silenzio e di non coglierne la bellezza. Molti miei compagni dissero che andava riempito, e che era una cosa negativa. Stranamente non mi proferii, non avevo voglia di battibeccare. Ci ho meditato su, questo è vero e ci ho scritto parecchi fogli di word che poi ho cestinato. Ma non mi va di riempire troppo il silenzio.
Baci
Minerva
p.s: Castagna, riesci a impostare i commenti nella modalità a pagina intera per favore e a non mettere la verifica parola così posso commentare?

lunedì 19 aprile 2010

lezioni di vita

Ho capito che una passeggiata in campagna aiutare a sbollire la rabbia e a rassicurare. È bello starsene nel verde, sedute nel greto del fiume a parlare ed a raccontarci le nostre vite. Spiego questa frase. G. è mia cugina di secondo grado, ma in dodici anni che la conosco abbiamo scambiato molte poche parole al di là dei convenevoli. Con noi c’era la Nonnacastana. Io con lei mi trovo sempre bene, e parlare viene facile, non ho paura di dire le cose sbagliate. E starsene sulla riva di un torrente, con quello scroscio che ti rassicura, con la dolcezza delle parole e i sassi fra le mani è rassicurante. E la passeggiata mi aiuta. Mi aiuta a pensare, a calmarmi e a prendere delle decisioni.
E una cena a base di pizza fatta in casa dalla bisnonnatenace è sempre piacevole, perché ti ricorda i sapori della mia infanzia, che non si è persa. Visto che i ricordi di quelle estati in campagna sono i ricordi migliori di quegli anni: l’asilo non mi piaceva, ed il resto si è annebbiato un po’. Ma di quelle giornate passate a impiastricciarmi di pasta fresca e a giocare con la canna dell’acqua.
Ed ho scoperto il piacere di viaggiare in macchina: radio accesa, mamma loquace e fratello dolce, niente male per passare la serata. E mi ritrovo ancora a pensare a cosa sarebbe il mondo senza musica: un orribile sbaglio. Perché senza romanzi si vive, credo. Ma la musica è immediata, la ascoltano tutti, dall’operaio al sultano degli emirati arabi, anche se non è sempre la stessa.
E poi, ho imparato una di quelle cose che ti fa sorridere, ti spiazza e ti fa sghignazzare per tutta l’ora di tedesco, assieme alla prof che si sta sbellicando. Ecco, secondo questo mio compagno (Zunamino) Heidi era tossicomane perché solo lei può vedere le colline che ridono e le caprette che salutano.
Sì, forse non è una battuta idilliaca, ma ti spiazza in un ora di grammatica, perché è così inaspettata e fulminante che fa cedere anche la prof K. Che ride e ride per un po’.
E poi, la fierezza. La fierezza di non sentirsi male quando mi sono messa a parlare con il prof di lettere di letteratura francese, circondata da altri prof mezzi allibiti mezzi ridenti. Mi sentivo una pazza a parlare di Camus e Baudelaire sul piazzale della ricreazione, ma ero tranquilla. Non ero fiera di quel che sapevo, ero fiera di poter scambiare le mie opinioni senza vergognarmene.
Scusate il post lampo!
Baci
Minerva

giovedì 15 aprile 2010

sfumature

eUltimamente mi chiedo perché indugio con le parole sui colori. Quando faccio una descrizione, parlare delle tinte con termini raffinati è la cosa che preferisco: vermiglio, glauco, cobalto, lavanda, glicine, corvino, d’ebano, diafano. E perché io, che non ci vedo, me ne sto a dare una sfumatura ai colori. Io che non li vedrò mai…
E perché mi ostino a parlare delle cose come se le vedessi, a scrivere ho visto un film (a pensarci bene cosa dovrei scrivere?), a commentare il modo di vestire della gente. Non lo so… È una mia mania, e sono stata presa in giro prr questo da alcuni miei compagni.
E capisco che una blogger dubistasse della mia cecità. E me lo chiese pure il prof di lettere, cosa fossero per me i colori. Mi chiese cosa fosse per me il color miele, come facessi a immaginarlo.
È che il color miele me lo immagino dolce e tenue, non so se è così e non ci tengo a saperlo. Non ho mai capito cosa siano in realtà i colori: li immagino come una patina, una copertura oppure un semplice velo che voglia nascondere in maniera sensuale qualcosa. Solo, che ci vedo anchio a mio modo. Perché io i colori so quali sono, io i colori li vedo. Li percepisco, so esattamente cosa siano.
Perché ognuno i colori li percepisce diversamente, soprattutto i daltonici.
Le tinte le ho costruite man mano con la fantasia, pezzo per pezzo. La sensualità del rosso, la brillantezza del giallo, il verde gaio ed il viola, simbolo della trasgressione. L’azzurro è il mio colore preferito, sarà perché adoro il cielo e l’acqua marina. Ma per quel colore non ho mai trovato un aggettivo.
I colori sono come le stelle, non posso percepirle con nessun senso, se non con l’immaginazione. Perché per me la fantasia è il quinto senso, quello che non ho. Ho compensato la mancanza dello sguardo con i sogni. E questo “Dono” mi permette di navigare oltre, di passare i limiti della superficie. Perché viaggio sopra, scivolo sull’unniverso. So che non è vero, ma è solo un impressione. È bello scoprire di sapere cosa sono i colori.
Baci
Minerva

mercoledì 14 aprile 2010

la potenza astrologica

Non sono un’assidua lettrice di oroscopi. Non lo ero, fino a poco tempo fa, almeno. Perché adesso ho scoperto il vero potere che hanno gli oroscopi leggibili da internet o sui giornali.
Soprattutto l’oroscopo del giorno seguente è un qualcosa di idilliaco. No, non credo ai movimenti delle stelle. O forse sì, qualcuno li sa interpretare, ma penso ci siano in giro molti ciarlatani. Ma ti da una carica strana leggere che avrai una bella giornata… Ti dona un senso di fiducia e tranquillità che te la fa vivere automaticamente bene. Il contrario è se ti scrivono che avrai una giornata di cacca, in automatico sarai sfiduciato e scontento. La stessa cosa vale per i tarocchi: estrai una carta dal mazzo, se è positiva il tuo destino Immediato (lo scrivo con la I maiuscola perché non vorrei che sorgessero contraddizioni ragionevoli per un futuro non troppo prossimo) sarà migliore.
Oggi, per esempio, del sagittario diceva che avremmo vissuto una giornata piena di scambi con le altre persone e propizia per l’amicizia. Infatti, oggi la Lunatica era di buonumore.
La lunatica è una di quelle persone che non è solo un pochino lunatica o che ha dei giorni sì o dei giorni no, lei ha per la maggior parte momenti no, e qualche decina di minuti momenti sì. Tipo la prima mezzora di stamattina: gentile, cortese e stranamente loquace nei miei confronti. Sembrerebbe una ragazzina unpo’ timida, ma adorabile, se non la si vedesse nelle fasi no. Intrattabile, musona e con repentini cambi di idee, lamentosa e con un ottimismo che va sotto ai tacchi delle scarpe. Invece quando è solare, diventa stranamente ottimista e contrasta con lo spirito un po’ pessimista di Scricciolo.
Non pensate che sia una che legge quotidianamente l’oroscopo, ma quando vedo che c’è una buona giornata che mi aspetta ecco che scatta la strana molla dello spirito gaio.
Provate, se non ci credete! Penso sia una cosa molto dettata dal cervello… Nelle risposte degli astri ci ricordiamo che la vita ti regala in continuazione dei piccoli doni, e che dobbiamo solo rammentarcene.
Ok, la pianto
Baci
Minerva

domenica 11 aprile 2010

lo schifotema

Ho bisogno di voi, molto bisogno. Ho bisogno che vi trasformiate in severissimi prof, armati di biro rossa per giudicare lo schifotema. Perché a me sembra terribile, erribile, terribile!
Non è brutto, ma è povero. È lessicalmente forbito, grammaticalmente corretto, ma è scarno. È un classico lavoro precotto…
Oddio, vi prego, fatemi da prof!! Non voglio lodi, solo critiche costruttive. Ogni consiglio è ben accetto, qualunque cosa, dall’ortografia al lessico, dalla grammatica all’intensità del tema!
Si tratta di inventarsi un mito greco ed un personaggio mitologico, e fargli compiere qualche impresa.
Io, ispirata dai mille miti naturali che circolano, ho deciso di inventare un mito che spiegasse la creazione del mito.
Ecco, armatevi di biro rossa! E tu, Castagna, che sei prof di lettere, fingi di essere particolarmente incavolata con me per qualche motivo, e farmi patire le pene dell’inferno con questo tema.
Il mito di Sofia o Andromeda
Sofia venne al mondo in un giorno d’aprile, in cui il cielo era di un bel color pervinca ed il sole pareva un’ardente palla di fuoco.

Si dice che quand’ella nacque le fontane presero a zampillare con più intensità e che il canto dei colombi divenne d’un tratto melodioso e gaio.
Nel momento in cui la piccina uscì dal grembo di sua madre, piangeva tanto debolmente da ricordare un gattino terrorizzato, ma quel mugolio era persistente quanto una zanzara che si ostina a pungere qualcuno.
Era figlia della dea Atena, rinomata divinità della sapienza e delle arti, e di un tomo pieno di parole difficili da pronunciare e del tutto privo di qualsivoglia illustrazione o elemento decorativo, se si esclude una copertina rigida con il titolo stampato a caratteri argentati.

Quel tomo era finito nelle mani della dea dell’intelletto per caso, come molti altri volumi. Eppure ella si era innamorata in maniera irresistibile di quel manufatto e non si sa come, aveva generato quella bimba prodigiosa.
Le misero il nome di Sofia, perché potesse onorare la virtù della madre, la sapienza.

Crebbe circondata dall’affetto dei nonni, degli zii di una schiera di parenti acquisiti ed amici, che la vezzeggiarono e la adornarono di doni e di divertimento. Specialmente il nonno Zeus si affezionò a quella nipotina schiva e timida. Questa predilezione era ricambiata dalla piccola, che sorrideva solo al sovrano degli dei.

Aveva i tratti delicati, ed era gracile, tanto da sembrare striminzita. I capelli possedevano una sfumatura simile all’inchiostro, che la avvolgevano come un morbido manto bruno. Gli occhi erano glauchi, grandi, ma privi di qualsiasi luce di gaiezza.
Aveva la pelle di ricotta, talvolta venata da riflessi azzurrognoli, tanto da sembrare una sirena.
Parlava di rado, ma quando lo faceva la sua voce era delicata e flebile. Nelle rare occasioni in cui si poteva ascoltarla cantare dava prova di un sublime timbro vocale il quale s’innalzava oltre l’Olimpo, s’attorcigliava intorno alle candide nuvole e poi saliva, leggero come l’etere, fino a sfiorare le stelle.
Oppure, quel trillo argentino scendeva gorgogliando insieme alle cascate, rimbalzava fra le rocce, giocava fra il fogliame degli alberi per poi scivolare, rotolando giù per i tronchi ed i fiumi, fino a squillare libero in pianura. Gli agricoltori, stanchi e curvi sotto il sole cocente, udivano quel delicato gorgheggio d’angelo e lavoravano con maggiore alacrità.

Inoltre, Sofia era accompagnata da un costante effluvio di lavanda e melissa, che le donavano un aria di semplicità e di affinità con la madre terra.
Per quanto riguarda il carattere della bambina, era una creatura poco propensa alle chiacchere frivole delle coetanee, dotata della straordinaria capacità di urtare ogni oggetto di valore che incontrasse e soprattutto ella era succube delle parole. Aveva la fama di ragazzina taciturna, ma nessuno sapeva che era in perenne ascolto e che i libri ed i fogli immacolati erano i suoi più cari tesori.
Aveva letto quanto la madre e scriveva volentieri, distesa sotto ai tigli del giardino dell’Olimpo.
Quel piccolo parco era il suo santuario, ella passava là ogni minuto del suo tempo libero. Era un insieme di prati verdeggianti e di fontane canterine, decorato con statue d’ogni genere e con deliziosi labirinti fatti con i cespugli di ortensie. L’angolo che la piccola preferiva era un piccolo appezzamento di terra circondato da una piccola roggia, pieno di tigli e fiori dal profumo sublime. Lì Sofia leggeva, scriveva e passeggiava, perdendosi nei piccoli fra i cespugli.


Un giorno, mentre la ragazzina sedeva con la madre che le intrecciava i capelli, la fanciulla scoprì la potenza del racconto. Aveva sempre ascoltato le storie che le venivano narrate, le follie d’amore del nonno Zeus, le gelosie di Era e le vicissitudini dei suoi zii, ma fino ad allora non aveva compreso quanto potessero essere utili.
Prese a ripeterle a se stessa, tanto che qualcuno, nel sentirla mormorare qualcosa fra sé e sé la credette pazza.
Ben presto la giovinetta si stancò degli atti dei suoi parenti, prese a distorcerli: Ulisse, invece di aver esplorato solo qualche isoletta sperduta, aveva percorso mezza Europa e la guerra di Troia era durata ben dieci anni.

Quando la sua famiglia seppe di queste fantasie, non s’alterò più di tanto, perché erano convinti che l’immaginazione galoppante fosse un vizio tipico dei fanciulli, e che sarebbe passato nel giro di un anno.

Eppure, questa mania di ingigantire o sminuire i fatti rimase alla ragazzina, e fu la sua condanna a morte.
Ormai entrata nell’adolescenza, la giovane prese a scribacchiare le gesta dei suoi personaggi. Alcuni erano quelli delle vicende che le erano state tramandate, altri li aveva partoriti nei momenti d’ozio.
In quel periodo la preoccupazione degli altri dei aumentò. Zeus era terrorizzato all’idea che la nipote potesse divulgare i suoi scritti fasulli, e che potesse farli leggere a qualche umano, che avrebbe stravolto la dignità di tutte le divinità greche.
Sofia s’era fatta silenziosa più di quanto non fosse mai stata e fu tanto assetata dal creare delle trame tanto che prese ad interrogare la madre e le altre dee per estrapolare dettagli ed aneddoti. Non chiedeva mai agli dei, perché le donne devono preservare la memoria: sono le femmine a raccontare le fiabe ai bambini, le dame narrano alle amiche i pettegolezzi del giorno davanti ad una tazza di tè e sono le umili contadine a narrare nell’aia di un crtile, circondate dal pollame e con i bambini aggrappati alle loro gonne. Gli uomini si occupano di fare la guerra, le donne di far di parlarne.

Così la giovane iniziò a diventare donna, fra libri, idee da imprimere su carta e lunghe giornate d’inerzia.
Talvolta accompagnava la madre nelle visite ai suoi pupilli, e fu così che incontrò Penelope, ormai anziana, ingrigita ed affranta. Aspettava il marito, partito per un secondo viaggio ed ella sedeva tutto il giorno dinnanzi ad una finestra, ricamando svogliatamente ed attendendo che qualche ancella le acconciasse i capelli ormai ridotti ad una nuvola di riccioli candidi. Quella donna triste e rassegnata colpì moltissimo la ragazza e giurò di proteggerla, di aiutarla e di salvarla dal destino triste dei suoi ultimi anni.
Così Sofia decise di immortalare Penelope nei suoi racconti e fu così che fu inventata la leggenda del velo, che veniva cucito di giorno e disfatto non appena calava la sera.

Quel vizio di plasmare la verità su misura iniziò ad essere seriamente pericoloso quando le avvincenti gesta di dei ed eroi iniziarono a circolare fra le ninfe, che si accoccolavano attorno ad un fuoco, per ascoltare la creatrice di quelle storie che le narrava a bassa voce, temendo di essere scoperta dalla madre o da qualche altro dio.
Così quelle avventure iniziarono ad essere mormorate fra i ruscelli e sotto agli alberi, tanto che alcune donne, venute per riempire le brocche d’acqua o per raccogliere la frutta, udirono brandelli di quei discorsi e li riferirono ai mariti ed ai figli, che a loro volta le raccontavano agli amici o ad altra gente.
E così nacque il mito, fra le mura delle case o all’interno dei cortili, sussurrato e più tardi cantato ad alta voce.
Per la creatrice di questo genere letterario la sorte fu ingrata.
Quando Zeus venne a sapere l’infamia che ella aveva commesso, s’infervorò a tal punto da bandirla dall’Olimpo, e segregarla in una piccola cella, in modo che non potesse più far circolare le sue elucubrazioni folli.
Ma persino i piccoli insetti che si annidavano negli anfratti di quella piccola stanza udirono la giovane bisbigliare fra sé e sé, e spargendosi per il paese, iniziarono a ronzarsi le novelle che avevano udito distintamente.
Non c’era modo di far cessare quella catena di aneddoti avventurosi o sentimentali, che venivano tramandati, ed il povero Zeus tentò in tutti i modi di fermare quel flusso di parole, ma invano. Allora decise di punire a suo modo la pazza che aveva osato diffamarlo.

Decise di darle una lezione uccidendola. Anche s’ella era figlia della dea Atena ed immortale, il dio del fulmine poteva metter fine alla vita della nipote bruciandola su un fuoco maledetto.
Così, nel giorno prestabilito per il rogo Sofia si presentò avvolta in un drappo blu cobalto, con i bei capelli di carbone sciolti sulle spalle esili e negli occhi una luce ardente ed appassionata. Era mortalmente pallida, ma sorrideva perché sapeva che il suo compito era terminato. Era dannatamente bella, e si narra che le fontane si ammutolirono ed i colombi tacquero per giorni.
La giovane dea fu bruciata su un rogo, fra alte fiamme azzurrastre e le urla straziate della madre, che piangeva senza alcun ritegno.
Eppure, il Fato non fu del tutto ingrato con lei: infatti la mutò nella costellazione di Andromeda e si narra che ella racconta le sue storie alle stelle e che il vento le porta con sé ovunque, disseminandole per il mondo.

Ecco.
Lo schifotema è entrato in circolo.
Baci
Minerva

martedì 6 aprile 2010

premi di gaiezza!

Non mi piacciono le catene, quelle che ti mandano per e-mail o su msn. Ma i premi dei blogger mi rendono arcigaia.
In pratica dovrei scrivere le cose che mi rendono felice, ma soprattutto la terribile scelta di dieci blogger che amo. Questa cosa mi terrorizza, ma tant'è, non posso e non voglio rifiutare.
Allora partiamo.
1. I libri: sto leggendo parecchio e i tomi gratificanti e la lettura è la mia passione da sempre, per chi non l’avesse capito!
2. la primavera che non sembra più tanto finta: il sole, il cielo azzurro e la magnolia vicino a casa mia che è letteralmente esplosa e con il suo aroma dolcissimo mi ha incantata.
3. la gita a Cremona, lo stradivari e la gioia sopraffina di poterlo ascoltare.
4. la poesia che il prof di lettere ci ha fatto imparare a memoria, che è stupenda e stranamente confortante nelle sue rime.
5. i documenti di word ancora da scrivere, immacolati e perfetti nella loro bianchezza.
6. i vostri blog, che mi sorprendono ogni giorno e che mi rendono contenta ogni volta che vi leggo.
7. le canzoni di Baglioni che fluiscono attraverso l’ipod grigio, così romantiche, ma senza sembrare mai patetiche.
8. i libri della Oggero di cui volevo parlare oggi, ma di cui parlerò domani.
9. la casa infestata dal cioccolato rigorosamente nero, che provoca assuefazione.
10. è la prima volta in cui non perdo a monopoli.
Giro il premio a:
1. (auleintempesta.blogspot.com): il suo blog provoca assuefazione, dipendenza e tutti i sintomi della crisi d’astinenza e lei è una persona con cui parlerei volentieri davanti ad una tazza di tè al latte o cioccolata con tripla panna, o camminando da qualche parte. Grazie di esserci sempre con quei post dolceamari e dal retrogusto di banchi di scuola!
2. (pericolovalanghe.blogspot.com): perché lei è la prima adolescente con la testa sulle spalle con cui ho mai avuto a che fare, e quella con cui mi sono trovata bene fin da subito. Grazie Winnie, per i tuoi post, i tuoi commenti e la tua sensibilità estrema in ogni post!
3. (thebenny96.blogspot.com): Minù, di te non riesco a dire niente. Non posso sintetizzarti in qualche frase, non ci riuscirebbe nemmeno freud. (il premio lo passo indirettamente anche a Pimpi ed alle altre, che so verranno premiate lo stesso tramite Winnie e Minù)
4. (minailgattoconglistivali.blogspot.com): perché è stata una delle mie primissime lettrici e con lei c’è stata una buonissima intesa fin da subito.
5. (unaciliegiatiral’altra.blogspot.com): perché è simpatica, intelligente e soprattutto con lei c’è stato un rapporto di commenti reciproci da sempre.
6. (tuttodoppio.com): Arianna, tu sei la primissima blogger che ho scovato in rete. Sei una persona grintosa, ironica, decisa e di una simpatia disarmante!!
7. A princesse, il cui indirizzo non me lo ricordo. _L’ho scoperta di recente ma mi piace, mi mette addosso una carica di buonumore!
8. (arcadia84.blogspot.com): Chiara, tu scrivi bene, hai il dono di una gran dolcezza e di una grande sensibilità e mi piaci!
9. (labarbadivictorhugo.blogspot.com): _Emme, tu sei l’antitesi del premio che ti assegno. Lo so, non sei il tipo da catene blogger, ma un piccolo riconoscimento te lo dovevo dare perché sei così anacronistica ed al contempo all’avanguardia, timida ed eppure schietta.
10. (lamargheritaeillappio.blogspot.com): E qui venite in mio aiuto voi. Io ho il pc bacato che non mi fa commentare, per questo spero che leggiate i miei post e vediate il premio. Ma lei ha la verifica visiva sul suo blog e ignora la mia esistenza. Quindi, qualcuno potrebbe darle l’indirizzo del mio blog? Mi spiace schiavizzarvi! Perché ho passato a lei questo premio? Perché dalle sue parole traspira una magi a immutabile, mi emoziona sempre!
E infine un premio che non posso assegnare: a Diletta che mi ha passato questo giochino, che ringrazio cento volte!
Baci
Minerva

lunedì 5 aprile 2010

scorci fiorentini

Firenze è un viaggio di sei ore in macchina, quando in realtà ce ne vorrebbero quattro.
Firenze è non trovare la via dell'albergo, perché in quel deadlo di viuzze intricate persino il navigatore della macchina fallisce.
Firenze è una cena scadente in hotel ed una colazione fatta di brioche alla nutella.
È un tour nelle piazze rigurgitanti di turisti e di venditori ambulanti, un caffè ristretto preso dalla mamma, che là si chiama caffè basso.
È pranzare in maniera sovrabbondante in un posticino nell'aperta campagna toscana, con una compagnia molto piacevole.
È visitare un borgo medievale nel verde, con gli uccelli che ciarlano e il profumo della primavera quella vera, non quella specie di stagione lunatica che c’è dalle mie parti.
È un giro pverso santa Croce alle sette di sera ed un tiramisù che sembra fatto solo di mascarpone.
È la peggior messa a cui ho mai assistito, con un arcivescovo che sembrava leggere un copione quando predicava, non c'era nulla di personale nelle sue parole.
È assistere allo scoppio del carro ( se non sapete di che si tratta guardate su wikipedia alla voce colombina) e tapparsi le orecchie per il fragore dei botti.
È una pasta al pomodoro arciacida ed un viaggio che è durato quattro ore giuste.
È il piacere di ritrovare la propria casa, gli oggetti a cui sei tanto legata ed il tuo letto, l'unico che ti faccia dormire tranquillamente senza incubi o risvegli notturni.
Non posso dire che mi abbia incantata come Torino o Venezia: troppa calca e soprattutto, è una città che se non la vedi ti perdi la magia.
Oggi posto la recensione dei tre libri letti questa settimana, ora no, perché non ho voglia e me ne torno a leggere.
Baci
Minerva

venerdì 2 aprile 2010

Pasqua

La Pasqua per me era importante come il Natale. Esistevano solo queste due feste, nel mio immaginario infantile. Perché dei cenoni di £Capodanno non me ne poteva importare di meno, non vedevo le maschere di carnevale e quindi il gusto di travestirmi era nullo, e per quanto riguarda le altre feste, non si sono mai festeggiate, eccetto la calza della Befana.
Ma la Pasqua per me è tutt'oggi la festa del cioccolato. E rinon rifilatemi la storia che nella Bibbia i coniglietti non compaiono, è vero, e mi fanno schifo tutte le papere agghindate, i coniglietti personalizzati e le uova giganti.
Ma per me la Pasqua era così, erano le cacce alle uova in campagna dalla nonnacastana, anche se sapevo che il coniglio non esisteva. Provavo gusto a cercare le leccornie incartate, e trovare i pulcini ben impacchettati nascosti fra il rosmarino e la salvia. O un uovo sull'altalena, che poi chiamarla altalena è un iperbole, era una specie di seggiolino legato con due corde al pergolato d'uva.
Per me fu il massimo quando scoprii la Pasqua nel senso religioso. Con l'immaginazione un po' galoppante che mi ritrovavo, immaginai un Cristo dai capelli lunghi, gli occhi tormentati ed il viso sofferente, un uomo che ingiustamente era stato crocefisso e che poi, per fare un bel tiè ai suoi persecutori, era risorto dalla tomba.
E poi, tutta la via crucis mi aveva da sempre scatenato la fantasia, mi immaginavo un salotto sontuoso dove si era svolta l'ultima cena, un giardino idilliaco l'orto degli ulivi, un posto misero il monte dove Gesù era stato appeso alla croce. Per me era questa la fede, un insieme di fantasie contorte, quasi da fumetto.
Poi c'erano le processioni storiche, che nel mio paesino si svolgono il giovedì ed il venerdì santo. Partecipai solo una volta a questo evento, con l'Angelo, la mia dolce insegnante di sostegno che quella volta mi accompagnò. Purtroppo, anche quella volta, feci eccezione. Non potevo tenere le lanterne, avrei finito per bruciare qualcuno, e mi fecero portare la scatoletta con i fiammiferi. E vabbé, a me sembrava importante!
Ma la Pasqua è la festa di un altro alimento di cui mi nutrirei in eterno: il marzapane. Pulcini, paperotte, coniglietti, carotine e piccole uova erano fatte di questa prelibatezza, che adoro tutt'ora, e che mangiavo in grandi quantità solo a Pasqua. E poi c'era la colomba, quella ricoperta di cioccolato fondente, quella che labisnonnatenace tirava fuori a Pasqua, prima che si rompesse l'uovo, di cui parlerò fra qualche riga. Non so se l'avesse fatta fresca, ma credo di no, eppure a me sembrava la reginetta dei dolci, con quella copertura irresistibile e croccante.
E poi, come ho accennato, si rompeva l'uovo. Ero io l'unica bambina, e Fratellino era piccolo o inesistente, e quindi avevo il privilegio di dare il pugno a quel magico dolce di cioccolato nero e ricordo che si frantumava dopo qualche colpo, perché non ero molto decisa nel fracassarlo.
E poi il cioccolato che si accumulava e che restava fino a giugno, perché ne ho sempre ricevuto parecchio, fino a qualche anno fa almeno.
Dall'anno scorso abbiamo iniziato a visitare una qualche città, nel 2009 è stata la volta di Venezia. Non mi ha raccontato assolutamente niente, non mi ha impressionata il fatto che fosse sull'acqua, ne la sua storia sfarzosa. Non so voi, ma mi ha lasciata indifferente. Speriamo che Firenze non si riveli così!
E buonissima Pasqua a tutti voi! Anche se forse avrò connessione in albergo!
Baci
Minerva