giovedì 18 giugno 2015

stand by me, ricordo di un'estate

Ci sono film, libri e canzoni che arrivano semplicemente troppo presto, perché non è il periodo, perché sei troppo immaturo per capirle davvero, perché, semplicemente, il tuo animo non è nello stato giusto per affezionarsi a quel libro, a quel film, a quella canzone.

Io e il buio oltre la siepe, per esempio, ci siamo annusati per la prima volta quando avevo undici anni. Forse, direte voi, non ero in grado di apprezzare la grandezza di quel libro, ero ancora una bambina, eppure avevo amato moltissimo Isabel Allende, che non è certo una scrittrice per ragazzine. Ma il buio oltre la siepe no, non mi è entrato dentro, anzi. Trovavo le vicende dei protagonisti piuttosto banali e piatte, la loro infanzia un po' scialba e poco eroica, e allora l'ho lasciato andare dopo pochissime pagine. Sospetto che, se avessi conosciuto Atticus, il vero e fantastico protagonista di quel libro, l'avrei continuato, perché lui è il genere di uomo di cui m'innamorerei e per il quale mi sarei presa una cotta anche ad undici anni. L'ho letto dopo, il buio  oltre la siepe, a quindici anni e mezzo, e sarà che amavo gli anni '60 (periodo in cui uscì il libro), oppure che avevo acquisito una nuova consapevolezza e una nuova maturità, ma ho divorato quel libro in ventiquattro ore, rannicchiata sotto l'ombrellone, con il rumore del mare come sottofondo.

Ci sono film, libri, canzoni, che invece arrivano al momento giusto. Ed ecco stand by me, allora, del quale parlo adesso perché, forse, sta iniziando un'estate magica, in cui farò letteralmente la trottola impazzita, in cui vedrò tre nazioni, tre capitali europee, in cui sperimenterò tremila avventure diverse, e per certi versi vorrei che sia la mia estate, quella in cui diventare grande davvero, quella che faccia da spartiacque fra adolescenza e vita adulta.

Ma stand by me, io, l'ho visto tre anni fa a scuola. La mia prof di religione era un'insegnante assurda, che non si è mai data la pena di spiegarci alcunché, però in compenso ci ha fatto vedere tanti bellissimi film: the truman show, i Miserabili, l'attimo fuggente, e poi questo "stand by me". Certo,  di questi film bellissimi non ce ne siamo fatti niente, perché non ne abbiamo mai discusso, in classe, e lei non si è mai data la pena di raccontarci il loro senso più profondo, ma io  devo a lei un po' della mia cultura cinematografica che, di per sé, resta piuttosto scarsa.

Però stand by me, all'epoca, fu il film giusto al momento giusto. Avevo quattordici anni e mezzo, stavo per finire l'ultimo anno di scuole medie, ed ero sola, disperatamente, irrimediabilmente sola. Non avevo mai sperimentato un tale isolamento né l'avrei sperimentato in futuro, ma in quel periodo mi avevano allontanata tutti i miei compagni, persino la mia migliore amica di allora aveva scelto di stare con gli altri, che l'avevano messa alle strette e le avevano detto che loro non mi volevano, perché, molto semplicemente, la mia ciecità era loro d'impiccio. E allora ero sola, dicevo, e non vedevo l'ora che la scuola finisse, perché nemmeno i miei adorati professori mi erano più di conforto, così trascorrevo le mie ricreazioni abbarbicata ad una colonna tipo lichene alla roccia, con il mio bastone bianco, disorientata e ferita perché io, da sola, non sono mai stata bene, eppure il coraggio di accorciare la distanza che si era venuta a creare fra me e i miei compagni, in quel periodo, non l'avevo, forse perché ero stata respinta troppe volte, forse perché, semplicemente, mi ero rassegnata ad aspettare le superiori.

Ed ecco che stand by me riuscì, tutt'un tratto, a smuovere qualcosa dentro di me.  stand by me, infatti, è un film che qualsiasi adolescente dovrebbe vedere, prima o poi, perché c'è il senso dell'adolescenza, tutto quanto, in quel film.

Stand by me è la storia di quattro ragazzini che, nell'America degli anni '50, decidono di andare a cercare il corpo di un ragazzo investito da un treno, un po’ perché sperano, così, di diventare delle celebrità locali, un po’ perché, semplicemente, vogliono vedere il corpo di un uomo morto da vicino, spinti dalla curiosità un po’ morbosa tipica di quell’età.  E così partono per un viaggio un po' randagio un po' pericoloso  portandosi dietro lo stretto necessario e affrontando un imprecisato numero di ostacoli. La magia di stand by me, però, sta nella caratterizzazione di questi quattro adolescenti, così fragili, così vulnerabili, così pieni di ferite, di turbamento, costretti a diventare grandi in fretta eppure desiderosi di cullarsi il più a lungo possibile in un'infanzia che, già lo sanno, sarà destinata a sfumare. E c'è Gordy, il ragazzino che sogna di scrivere storie per il resto della sua vita, che però ha visto il vuoto risucchiare i suoi genitori da quando il fratello maggiore, giovane promessa del Football, è morto all'improvviso. E c'è Teddy, invece, figlio di un uomo instabile, che, pur essendo maltrattato dal padre, si ritrova a difenderlo con ostinazione, perché suo papà ha combattuto in Normandia, e ai suoi occhi è ancora intoccabile, nonostante il suo squilibrio,  e per questo lui, che ha dodici anni ed è guardato storto dagli abitanti della cittadina in cui vive, deve proteggerlo. E c'è Vern, il ragazzino grosso, forse il più puerile dei quattro, sempre deriso affettuosamente e protetto dagli altri tre, che, nonostante lo prendano in giro come qualsiasi adolescente, non gli torcerebbero mai un capello. E infine c'è Chris, ragazzino intelligente, dalla famiglia scombinata e dalla pessima reputazione, che combatte fra il suo essere un ladruncolo un po' randagio e il suo desiderio di emergere, di diventare qualcuno di migliore, che si arrabbia per le ingiustizie che subisce dalla piccola comunità in cui vive, che lo giudica in maniera sbagliata solo perché figlio di delinquenti. E sono magici, ttutti e quattro, questi personaggi, ma è ancora più magico il loro rapporto, il modo fraterno che hanno di insultarsi, la confidenza che si crea fra loro, e soprattutto quel loro proteggersi l'un l'altro con disperazione. I protagonisti di standd by me sono disposti a mettere da parte le loro cicatrici, i loro fantasmi  e la loro rabbia per prendersi cura dei loro amici nei momenti di maggior difficoltà e di scoramento, e questo, ecco, per me è meraviglioso. Perché io che un amico non ce l'avevo, io che non mi ero mai sentita accolta o capita davvero da dei coetanei, in quel momento ho capito che, prima o poi, sarebbe stato possibile anche per me. E poi il cadavere lo trovano davvero, e finito quel loro strampalato viaggio la loro vita torna uguale a prima, eppure sono tutti un po' più grandi, un po' più risoluti e un po' più assennati, soprattutto Gordy, che troverà il coraggio, una volta adulto, di raccontare la sua storia e quella dei suoi amici, e Chris, che  ad emergere davvero a dispetto di tutto ci riuscirà, intraprendendo una carriera di avvocato ben diversa da quella di mezzo delinquente che gli veniva prospettata.

Alla fine del film ho capito di poter sperare ancora: prima o poi l'avrei trovato anche io, il mio clan, il mio gruppetto di amici, magari emarginati, magari strambi, magari atipici, capaci di capirmi, di farmi sentire preziosa, speciale, semplicemente una di loro. E adesso, adesso l'ho trovato, questo gruppo di amici, anche se un gruppo non lo sono ancora, perché sono sparpagliati un po' qui un po' lì, visto che la mia migliore amica vive a un centinaio di chilometri di distanza,  altri ancora, invece, per ora, li conosco solo su Internet, mentre alcuni sono i miei compagni di classe, quelli che, alle superiori, finalmente, sono andati oltre i miei occhi bacati e il mio bastone bianco, quelli che adesso se ne dimenticano, quasi, della mia ciecità, o così dicono.

E io, quest'estate, riunirò molti di loro, in Inghilterra, con me: le mie amiche cieche, la mia migliore amicca, e quel ragazzo, non vedente anche lui, che viene dal sud Italia e che è sbucato, un giorno, fra i miei amici di Facebook, e da allora non abbiamo più smesso di parlare di musica, di chitarristi, di problemi legati alla nostra disabilità, di avventure e disavventure del quotidiano. Ed ecco perché, l'altro giorno, io ho riguardato stand by me da sola, sul letto, pensando alla prima volta in cui avevo visto questo film. Dio, quante cose sono cambiate, quanti istanti, traguardi, sfide, baratri d'insicurezza e picchi d'euforia sono passati, eppure io sono ancora la stessa ragazzina che si è emozionata sentendo "stand by me", la meravigliosa canzone che mette fine a quel film. Quanta strada c'è stata, fra questi due momenti, è difficile da spiegare, quanto da ragazzina timida, affranta e un po' rassegnata io mi sia trasformata in un’adolescente sicuramente piena di paranoie e di complessi, che però un calcio alla timidezza è riuscita a darlo, nonostante l'ansia e il senso d'inadeguatezza che mi divora tuttora.

E allora vorrei che lo guardasse anche la mia migliore amica, stand by me, anche se devo provare a convincerla, perché ho fatto il madornale errore di dirle che è tratto da un racconto di Stephen King, che lei, giustamente, associa ai riassunti che le ho fatto delle scene più raccapriccianti dei suoi libri. Però deve vederlo, ecco, perché stand by me siamo noi, che ci prendiamo in giro e a volte ci feriamo inavvertitamente,  però non possiamo stare un giorno senza scriverci, che se qualcuno osa maltrattare l'altra, foss'anche con una parola sbagliata, c'indigniamo e facciamo muro, perché noi siamo contra mundum, in un certo senso. E lei è straordinaria, perché ha deciso di venire in Inghilterra con me e altri cinque ragazzi ciechi malgrado tutto, ed è l'unica persona che conosco che l'ha fatto senza pensarci.  Questa sarà la nostra estate, lo desidero con tutte le mie forze, anche se non abbiamo nessun cadavere da scoprire e nessun viaggio a piedi da fare, ma solo una vacanza studio, ben più banale e rassicurante, da vivere. Che poi questo soggiorno nella brughiera britannica sarà epico, perché noi lo desideriamo tanto, e forse per prepararci stiamo scaricando tutta una serie di film da vedere, la sera, quando in teoria dovremo spegnere le luci e noi invece staremo sveglie, con il mio pc sotto le coperte e un auricolare ciascuna, a vedere (lei) e ad ascoltare tutti i film che in un modo o nell'altro desideriamo che anche l'altra veda, oppure che abbiamo visto entrambe, ma che sarà bello gustare insieme, ridendo come dementi alle battute delle commedie francesi meno brillanti o a piangere quando finiremo di guardare "l'attimo fuggente" o "freedom writers", che a noi i film che parlano di insegnanti spezzano il cuore, da sempre.

 E la convincerò, a vedere stand by me, almeno l'ultima sera, e al diavolo Stephen King.  E la canteremo sul serio, a mezza voce, quella "stand by me", alla fine, che noi apprezzavamo, ai tempi, nella versione di John Lennon, ma che è bellissima, e forse più calda ed intensa nella versione originale di Ben E. king che c'è alla fine del film.

E voi vedetelo, Stand by me, e pensate alla mia estate, oppure alla vostra, a quella che ha fatto da spartiacque fra l'adolescenza e l'età adulta, in qualche modo, a quella in cui avete perso qualcosa e imparato tanto altro, quella in cui, semplicemente, avete vissuto davvero, rubando la passione alla vita in ogni respiro. Che poi forse è impossibile, fare così, non lo so, ma io voglio, devo provarci, questa volta.

 

 

 

 

mercoledì 3 giugno 2015

l'amore ai tempi di Bob Dylan e Joan Baez

(Dovevo pubblicare questo post il 24 Maggio, giorno del compleanno di Bob Dylan. Poi ho procrastinato, perché non riuscivo a finirlo, e avevo deciso di non pubblicarlo più.  Però c'è il sole, ci sono gli uccellini, è estate, o quasi, ed è una giornata troppo magnifica per non scrivere di loro.)

 

How many roads must a man walk down

Before you call him a man ?

How many seas must a white dove sail

Before she sleeps in the sand ?

Yes, how many times must the cannon balls fly

Before they're forever banned ?

The answer my friend is blowin' in the wind

The answer is blowin' in the wind.

(Blowin' in the wind, Bob Dylan)

 

 

Lui è stato il mio incubo, per tutta l'infanzia.

Durante il viaggio che ci portava al mare, di solito i miei genitori si contendevano la radio; quando era il turno di mia mamma, spesso c'era del pop italiano o inglese, decisamente più leggero, mentre quando era papà a decidere cosa sentire, beh, c'erano cose francamente insopportabili. Tipo quel Van Morrison che ribattezzai, in uno slancio di stizza, qualche anno dopo, "fancul Morrison", senza sapere che, adesso, il suo greatest hits è lì, nel mio ipod, insieme a tantissimi altri, fra i quali, guarda caso, ci sono tantissimi dei cantanti amati da papà. Ma Bob Dylan, Bob Dylan era il mio incubo, per quella voce da anatra ubriaca, per quelle melodie tutt'altro che orecchiabili, per quel suo essere semplicemente stonato, o almeno così credevo io. Pregavo sempre che il cd finisse, perché quel tizio - le cui canzoni, per giunta, erano orrendamente lunghe - non la finiva più di starnazzare e di gracchiare.

 

A cambiare le cose, a cambiarmi la vita e a cambiare il mio rapporto con la musica sono stati, nell'estate di quattro anni fa, i Beatles, che con un pugno di canzoni hanno spazzato i miei pregiudizi sull'inglese, sul rock, su quello che era diverso da de André, da Guccini, da Bennato. Le mie  difese, con i Beatles, sono letteralmente crollate, e tutt'un  tratto l'ho visto lì, un meraviglioso mondo fatto di musica, di cantanti dallo stile di vita assurdo ma semplicemente adorabili, di accordi che tolgono il fiato e testi diversi da quelli in Italiano, certo, però non meno suggestivi. E allora ho cominciato ad ascoltarne tanta, di musica; i Rolling Stones, prima, perché uno non può ascoltare i Beatles senza ascoltare i Rolling Stones, poi Elvis, perché è iniziato tutto da lì, e infine i Queen, i Police, Eric Clapton, tanti altri.

Però Bob Dylan rimaneva sullo sfondo, e a me approfondire la sua musica faceva ancora un po' paura, proprio per la sua voce sgradevole,  per il suo modo di cantare nient'affatto convenzionale, i suoi testi così lunghi che, all'epoca, stentavo a decifrare con il mio inglese di terza media.

Però non me n'ero dimenticata, nient'affatto; c'era la cover di "like a rolling stone", realizzata dagli stessi Rolling Stones, che mi aveva rubato il cuore tant'è che quando sentii l'originale, mi vergogno ad ammetterlo, rimasi delusa, perché era totalmente diversa. E poi la bellissima e sognante cover di mr Tambourine man dei Byrds, che, davvero, mi entrò dentro. Ma ci voleva qualcosa di più, ancora, per farmi innamorare di Dylan, e a darmi l'occasione furono, manco a farlo apposta, i Beatles, con il "concert for Bangladesh" di George Harrison.

Ed eccola lì, la scintilla: mr tambourine man, di nuovo, eseguita stavolta da Dylan, dal vivo. E fu il colpo di fulmine, questa volta, perché l'energia di Dylan, in quell'esecuzione lì, tracima, straborda, colpisce,  spiazza. E non erano le parole, no; non era la droga, vero argomento di questa canzone, non era il testo pieno di allegorie né tutti gli altri elementi che fanno di Dylan il poeta che è. No, era la melodia, la chitarra acustica che suonata così a me toglieva il fiato, era il ritmo incalzante, l'armonica che negli anni avrei associato proprio a lui, a Dylan, ma soprattutto era quest'uomo che cantava con tutto se stesso, con un'energia inconsueta persino per lui, che durante i concerti sembra spesso assente, con una grinta, un entusiasmo, un calore che... che non lo so, ecco, a me ha tolto il fiato.

E allora sì, che l'ho capito, perché era un grande; allora l'ho sentita, quella mr tambourine man, per ore, in quella versione lì, e ho continuato a saltare, a muovermi, a godere persino della voce di Dylan, così poco convenzionale, così vibrante.

 Dopo sono venute la bellissima "just like a woman" e  poi, beh, c'è stata "blowin' in the wind". Che lo sapevo anche io, da profana, che era una delle canzoni più importanti del rock, della musica leggera, un brano che ha attraversato anni, che è stato cantato da mille persone in mille occasioni diverse.  E io, di nuovo, non sapevo come fosse, il testo di "Blowin' in the wind"; non conoscevo le parole, non ero in grado di capirle ascoltandola, ignoravo il fatto che, nel leggere quel "how many roads must a man walk down before you can call him a man", pochi giorni dopo, avrei avuto gli occhi lucidi. C'era la melodia, solo quella, e di nuovo Dylan, che in quel concerto riesce sempre a stupirmi e mi stupirà sempre, perché le sue canzoni, cantate in quel giorno di Agosto del 1971, hanno un'intensità travolgente e unica.

 

It's only when the high winds blow that I wish my hair was long

 Sailing through the autumn leaves singing an ancient song

 Or falling in love in the streets at night at the edge of a local square

 It's only that I'm here tonight thinking I was there

 

 There are high winds on the pier tonight, my soul departs from me

 Striding like Thalia's ghost south on the murky sea

 And into midnight's tapestry she fades, ragged and wild

 Searching down her ancestry in the costume of a Persian child

(Gulf winds, Joan Baez)

 

 

Di lei, invece, non sapevo niente. Non era fra i cantanti ascoltati da papà, che tuttora la reputa un po' lagnosa. Di lei seppi, in seguito, che era stata il grande amore di Bob Dylan, nonché una delle voci della lotta ai diritti civili, negli anni '60.

Ho scoperto Joan Baez tre anni fa, spulciando i 6 cd che costituiscono la registrazione integrale del festival di Woodstock. Chissà perché, fra tutti quei brani, ho scelto proprio lei, che certo non ha l'impatto della sensazionale chitarra di Jimi Endrix o della voce  disperata di Janis Joplin. Però io no, ho fatto di testa mia, e fra tutti quei brani ho ascoltato "drug store truck drivin' man", che non è certo l'esecuzione più stupefaciente della Baez. Eppure lei, anche lì, aveva una voce limpida e cristallina che adorai. Però poi, fra le mille scoperte, i mille Greatest hits, le discografie, l'ipod che si stipava di musica, io Joan Baez mi ero dimenticata di approfondirla.

Per caso, un anno dopo, scaricai una raccolta dei suoi successi, che restò lì, a prendere polvere. Poi ci fu "diamonds and rust", "diamanti e ruggine", la struggente ballata che la Baez ha dedicato a Dylan, e da allora lei, l'usignolo di Woodstock, la pasionaria, ha un posto nel mio cuore. Perché "diamonds and rust" è una canzone intima, struggente, ben diversa dagli inni pacifisti cantati dalla Baez  ragazzina; è un brano che parla della fine di un amore, con parole sublimi, scritte da una donna con dei rimpianti, dei ricordi, tanta nostalgia.

E poi c'è quel bellissimo "any day now", il cd in cui la Baez canta Dylan, quello stesso Dylan che io, ancora, faticavo ad ascoltare per la sua voce. E allora non c'è stato niente di meglio che sentire i brani del "menestrello", come lo chiamano in tanti, cantati dalla Baez, che ne dà un'interpretazione diversa, più femminile, più delicata, ma che a me  ha tolto, e toglie, letteralmente il fiato. E ci sono "farewell Angelina", quella ballata che Dylan le ha regalato o che lei gli ha rubato, chissà, la spettacolare "a hard rain's gonna fallin'", e forse la mia preferita in assoluto, "sad-eyed lady of the lowlands", canzone scritta da Dylan per la prima moglie, Sara, che la Baez interpreta con una dolcezza e un'intensità spettacolari.

 

Farewell Angelina

 The bells of the crown

 Are being stolen by bandits

I must follow the sound

 The triangle tingles

 And the trumpets play slow

 Farewell Angelina

 The sky is on fire

 And I must go

(Farewell Angelina, Bob Dylan)

 

E poi l'ho visto, Bob Dylan, a Novembre 2013. Ero a Milano, con 38 di febbre, il compito di chimica il giorno dopo, e non avevo detto ai miei genitori che mi sentivo male, no, e infatti quando mamma mi chiese perché avessi gli occhi rossi e lacrimanti, risposi che "eh, sai, sono commossa.". Che poi era vero, un po', perché aspettare di vedere Bob Dylan, il mito di mille generazioni e il cantante che nel frattempo ho imparato ad amare, è una grandissima emozione. Poi quand'è salito sul palco non lo so, cos'è successo, perché è ancora bravissimo, anche se quella voce, che adesso sembra più simile a un gracchio di cornacchia che a un'anatra, spiazza, così come stupisce il modo che ha Dylan di arrangiare i suoi classici in modi improbabili e francamente impossibili da cantare. Che poi alla fine di tutto, quando ha cantato "blowin' in the wind", noi non l'abbiamo capito se non durante la seconda strofa. E allora io, non potendo intonarla a piena bocca, l'ho mormorata con un filo di voce, quella "blowin' in the wind", ed è andato bene così, perché quelle parole, così forti, così tenaci, così importanti per me e per altre migliaia di persone, possono essere bisbigliate, e non hanno bisogno di essere cantate a piena gola per essere importanti.

 

 

Come Joan Baez sia diventata la mia cantante preferita, non sono sicura di potervelo spiegare. C'è stata tutta una serie di circostanze, di canzoni, di analogie fra lei, la sua forza, i suoi ideali e la donna che vorrei diventare io. E non da ultimi il modo in cui canta Bob Dylan, il carisma con cui riesce a guidare migliaia di persone a cantare canzoni folk e non, e poi la sua voce, la sua voce che a me tocca qualcosa, smuove tutte le mie emozioni e riesce a commuovermi, a incantarmi. Perché qualsiasi cosa lei canti, io resto lì, con gli occhi sgranati e meravigliati, perché lei è la regina del folk di ieri e di oggi, l'ha detto Dylan, e per me non c'è nessuna cantante che la eguagli. Io che non avevo una cantante preferita, che sentivo solo band di uomini, che ero rimproverata dalla mia migliore amica perché "possibile che non c'è una cantante che ti piaccia sul serio", poi ho trovato lei.

Lei che mi ruba il cuore così, con quella performance di "Joe Hill" del festival di Woodstock, con il discorso, prima, in cui racconta del marito detenuto in prigione e la canzone, poi, che spezza il cuore e non può, oggettivamente, non commuovere.

 

Però Bob Dylan mica se n'è andato, assolutamente. Io  e Bob facciamo amicizia giorno dopo giorno, ci sono momenti in cui maledico la sua voce, le sue canzoni  tutt'altro che orecchiabili, la sua ritrosia e il suo carattere pieno di spigoli. Io e Bob Dylan ci annusiamo poco a poco, ancora oggi, perché non riesco ad ascoltare ogni sua canzone con il trasporto e la  meraviglia che merita, siccome non è immediato, almeno per me.

Tante sono le cose che ho letto di Bob Dylan. Che è un bastardo, un profeta, un menestrello, un imitatore, una rockstar. A me piace ricordarlo ancora ragazzino, nelle sue prime esibizioni, in cui lui, così goffo eppure con una voce così piena di sentimenti da esprimere, di guerre da combattere, di rivoluzioni da fare, al fianco proprio di Joan Baez, che per un breve periodo era decisamente più celebre di lui. E mi piace risentirli, loro due insieme, perché la Baez dà alle canzoni di Dylan una delicatezza che, se accompagnata con la ferocia delle parole così poetiche di lui, per me è irresistibile. E dopotutto lei continua  a cantarlo, Dylan, anche se ormai nemmeno Joan Baez ha più la voce cristallina di un tempo.

 

Era impossibile, per me, non scrivere di Bob Dylan, che qualche giorno fa ha spento la sua settantaquattresima candelina, senza parlare di lei, che per un po' è stata la sua musa, quella che gli rubava le canzoni e che vedeva in lui il genio, il futuro idolo per generazioni di ragazzi che, negli anni, avrebbero sognato, amato, visto ogni loro illusione infrangersi proprio con Dylan. Però lei, Joan Baez, l'ha anche lasciato andare, l'ha insultato quando lui lasciò perdere la politica, ne ha rimproverato il comportamento schivo, eppure quando li si sente cantare, in quegli ultimi spettacolari duetti della Rolling Thunder Revue,  è impossibile non commuoversi.

Perché sono così diversi da risultare complementari, lei sempre in prima linea a sostenere cause su cause, lui che alla politica, dopo un po', ha smesso di interessarsi, preferendo scrivere di altro, eppure non posso non stimarli entrambi, lei per la sua ostinazione, lui per il suo genio.

 

E quanto mi stanno cambiando la vita, Bob Dylan e Joan Baez, è impossibile raccontarlo davvero. Perché con le loro canzoni, beh, io vivo ogni giorno la mia vita con più slancio, con più incanto, con più meraviglia. Perché ci penso sempre, nei momenti di difficoltà, a Joan Baez, così ostinata, così imperterrita, alla sua forza, al suo amore per la vita venato da una certa malinconia. E a Dylan, al suo eclettismo, alla sua ironia, al suo carattere di merda, non posso non pensare, perché è fantastico nonostante la sua ritrosia e i suoi spigoli, e riesce sempre a strapparmi un sorriso con le risposte strambe e taglienti che riserva ai giornalisti. Perché lui è Bob Dylan e può fare qualsiasi cosa, almeno nella mia testa, anche storpiare "Blowin' in the wind", anche sembrare scazzato durante ogni suo concerto.

 

E mi auguro di vederla, Joan Baez, dal vivo, almeno una volta. Ne avrei avuto l'occasione, quest'inverno, a Milano; avrei potuto insistere con i miei genitori, che, pur non amandola, mi avrebbero portata. Però, forse, avevo paura di vederla, perché la voce cristallina di un tempo ormai l'ha persa, oppure perché i miei non avrebbero capito la mia commozione, il mio incanto, i miei sogni. E allora aspetto qualcuno che mi ci porti, al concerto di Joan Baez, e che s'incanti e si emozioni quanto me. E segretamente, un po' stupidamente, spero che un giorno, foss'anche in un'apparizione ridicola, Bob Dylan e Joan Baez tornino a cantare insieme, perché mi farebbero sognare, in qualsiasi caso. E però lo so, che non accadrà, che nessuno dei due  è il tipo, che sarebbe un'"operazione nostalgia" come tante altre, malriuscita per giunta.

E allora niente, allora li ascolto duettare, mi commuovo, m'incanto, sogno e spero, e sono loro immensamente grata.

 

 

Why do I sit the autumnal judge?

 Years of self-righteousness will not budge

 Singer or savior, it was his to choose

 Which of us knows what was his to lose?

 

Because idols are best when they're made of stone

 A savior's a nuisance to live with at home

 Stars often fall, heroes go unsung

 And martyrs most certainly die too young

 

So thank you for writing the best songs

 Thank you for righting a few wrongs

 You're a savage gift on a wayward bus

 But you stepped down and you sang to us

(wind of the old days, Joan Baez)

 

 

***

C’è un‘ultima cosa, un ultimo ricordo, un ultimo pezzo di cuore che devo raccontare. Ce ne sono tanti altri, tantissimi, perché ormai Bob Dylan e Joan Baez fanno parte della mia vita in maniera così intima che potrei raccontarne tanti, di episodi.

Però c’è un video, che vorrei farvi vedere. Joan Baez non c’è, non qui. Di video suoi ne potete cercare, ce ne sono tanti, e lei è sempre meravigliosa.

Però io ora vi ho linkato “my back pages”, canzone di Bob Dylan, cantata da sei rockstar con la r maiuscola, sei musicisti straordinari, sei pietre miliari del rock, sei fra i miei cantanti preferiti.  Si tratta di Roger McGuinn, Tom Petty, Neil Young, Eric Clapton, Bob Dylan e George Harrison, riuniti tutti nel 1991 per celebrare i trent’anni di carriera di Bob Dylan in uno dei concerti rock  più mozzafiato che abbia mai sentito. Perché fra queste sei rockstar, questi sei cantanti straordinari, c’è un’empatia, una complicità, un’intesa che mi incanta, perché in questo video c’è un mondo fatto di musica, e al centro di tutto questo c’è lui, il menestrello, che ancora una volta sembra il più scazzato di tutti ma è sempre straordinariamente fantastico. Godetevela, my back pages, ora che George Harrison non c’è più, anche se gli altri restano, con i loro assoli mozzafiato e la loro grinta. E io reputo quest’esibizione uno dei momenti più magici della storia del rock, per l’atmosfera che si respira, per la canzone, per gli assoli, per tutto il resto.

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=g3appnJ6A_Q

 

E grazie a voi che avete letto questo post lunghissimo, questa dichiarazione d’amore malriuscita a Bob Dylan, a Joan Baez, alla musica, a mio padre che da piccola mi ha fatto ascoltare tantissimo country rock, anche se non ne  ero consapevole, e che ora ha proprio i miei stessi gusti musicali, e la musica è il nostro tappeto volante, il nostro momento di tregua.

Spero vi piacciano i testi che ho citato. Ho fatto una selezione terribile, però forse sono quelli che più parlano di me. Soprattutto il primo di Joan Baez, “gulf winds”, i versi che ho citato sembrano scritti per me, per la mia fame di poesia, per i miei sogni strampalati.

Grazie ancora,

Minerva