mercoledì 26 agosto 2015

questo bacio vada al mondo intero, mccan colum, recensione

Colum McCann, Questo bacio vada al mondo intero (Rizzoli, 2010, 451 pagine.



Oggi vi parlo di un libro, uno dei migliori letti quest'estate, o forse, addirittura, il migliore. "Questo bacio vada al mondo intero", ecco come si chiama. L'ho scelto per un semplice motivo, l'ambientazione: la New York dei primi anni '70, quella della fine della guerra del Vietnam, degli scandali legati al presidente, della droga, di John Lennon (che in questo libro non c'entra, ma nella mia testa fare il collegamento era inevitabile) e di tutti quei personaggi e quelle atmosfere tipiche, appunto,d ella New York dei primi anni '70. Sono atmosfere che mi piacciono, che conosco, per colpa della troppa musica che sento e della mia infatuazione per l'America e per la sua storia.
E poi, beh, c'era la trama, quest'intrecciarsi di storie, che partono tutte da una mattina di agosto del 1974, quando un intrepido ragazzo lascia esterrefatti tutti i cittadini camminando su un cavo d'acciaio teso fra le torri gemelle, simbolo della potenza americana per eccellenza. Nemmeno trent'anni dopo, questo luogo non esisterà più, e già questo trasmette benissimo il senso di precarietà che pervade l'intero romanzo. Però nel 1974 le Torri Gemelle cis ono ancora, così alte e svettanti, la loro costruzione ha causato non poche polemiche fra i cittadini, e, adesso, sono edifici scandalosamente imponenti. Il ragazzo cammina nel cielo, senza peso, sfidando la gravità e il destino, camminando sopra New York, sopra l'America, sopra il banale scorrere delle vite degli altri.  Ed ecco che tutti, a New York, lo guardano, dimenticano di avere fretta, e restano lì, a contemplarlo, chi a pregare perché non cada chi, invece, augurandosi che la fune ceda, quasi a dimostrare che un miracolo così è impossibile. Eppure sono tutti lì, con gli occhi rivolti a questo strano funambolo, perché in lui vedono una possibilità di fuga per scappare dall'abisso che hanno dentro, intorno, dalla città che sta collassando e dai loro personalissimi demoni.
Ed è da qui, da coloro che guardano il funambolo camminare a mezz'aria, che si apre questo romanzo. Ed ecco che, così, facciamo la conoscenza di un'umanità sull'orlo del baratro, disperata, sconfitta dalla vita e dalla sua amarezza. E non ci sono scappatoie, ancore, e non c'è nemmeno molta speranza per questi personaggi che soffrono, amano, si disperano e provano a salvarsi in ogni modo, perché ognuno di loro ha i suoi mostri, i suoi fantasmi, le sue paure, e potrebbe precipitarci davvero, nel baratro, proprio come il funambolo sospeso a mezz'aria.
 Ed ecco che, in uno dei quartieri più poveri di New York, incontriamo Courrygane, prete irlandese giunto nel Bronx per dare una possibilità alle prostitute che vi vivono; una di loro, ragazzina, che vende il suo corpo in cambio dell'oblio che solo la droga può darle. E sua madre,  anch'essa prostituta, che si strugge nel vedere la figlia usare il suo corpo  e annientarsi  nello stesso modo in cui  faceva lei. Ed ecco poi Adelita, uno dei pochi personaggi luminosi di questo romanzo, scappata dal Guatemala per dimenticare l'orrore della guerra e del suo matrimonio, che cerca di crescere i propri due bambini come può, che s'innamora di lui, di Courrygane, l'irlandese che prova a salvare il mondo, mentre lei, intanto, cerca di non abbattersi, perché i suoi figli hanno bisogno di qualcuno che li protegga, che li sproni, che sappia far vedere loro la meraviglia che c'è persino nel Bronx.
E poi ci sono gli altri: una signora dei quartieri alti, che nonostante la vita agiata e ovattata che conduca dentro è smarrita, persa, completamente svuotata dalla morte del figlio, avvenuta qualche anno prima in Vietnam, la cui unica   consolazione è una nuova amica, proveniente dal Bronx, anche lei devastata dalla morte dei figli. E poi c'è un'artista distrutta dalle dipendenze e da un matrimonio che la devasta, ma che, nonostante la disperazione e lo sconforto, decide di ricominciare da capo, in quella New York che un po' l'annienta, ma che al tempo stesso le dà speranza e slancio.     
Ed ecco che loro, questi personaggi apparentemente così diversi, finiscono per far parte della stessa storia, tutti accomunati dal desiderio di una vita migliore e dalla voglia di liberarsi dello schifo e della disperazione che li circonda.   E poi c'è lui, l'uomo che passeggia nel vuoto, che con quel suo incedere precario lascia tutti attoniti, sconcertati, a tratti impauriti a tratti rapiti, perché, libero com'è, può promettere loro un nuovo destino.  Lui, che mette così in pericolo la propria vita e ne è perfettamente conscio, sa che c'è speranza, che, pur camminando nel vuoto, non ne verrà risucchiato e non rovinerà mai al suolo.
Leggetelo, leggetelo e leggetelo. Perché è un libro poetico fino all'inverosimile,, perché è impossibile che i personaggi non vi scavino un solco dentro e non vi rimangano nel cuore, perché ci sono pagine di una bellezza impressionante.
Io l'ho letto in tre giorni, e l'ho amato alla follia. Di storie così, sapete, che regalano  così tanto pur facendo dannatamente male, non se ne leggono molte. Ci sono personaggi memorabili, un'atmosfera sospesa, e, soprattutto, tanta, tanta bellezza. E forse  è proprio questo, la bellezza, il vero fulcro del racconto. Perché c'è bellezza persino nel Bronx, dove le prostitute, solidali, si aiutano l'un l'altra come possono, provando  a trovare un motivo per sorridere persino nell'inferno che vivono. C'è bellezza persino nel lutto, nell'affetto che due amiche, dal passato e dalla provenienza tanto diversa, possono provare l'una per l'altra. Ed ecco che la bellezza, in questo libro, viene fuori in ogni riga, e fa maledettamente male, a volte, proprio come la vita. Perché ce n'è tanta, di vita, in questo libro, a volte raccontata con una crudezza spaventosa, a volte con meraviglia e stupore  sorprendenti.  C'è qualcosa di tutti questi personaggi in ognuno di noi: il desiderio di dare una svolta alla propria vita, la nostalgia per qualcosa che non si vivrà mai, il rimpianto per aver sprecato delle occasioni, ma anche la meraviglia di fronte alla vita, che si spalanca davanti a noi con la sua urgenza e in tutto il suo splendore.
" Let the Great World Spin", così si chiama questo libro in inglese,  e il titolo originale racchiude tutto il senso del romanzo. Perché la vita corre, e i personaggi anche, fuggono da loro stessi e dalla loro disperazione, e, nonostante tutto, c'è speranza per ognuno di loro.
E io, quando l'ho finito, non volevo se ne andassero, i personaggi, l'atmosfera, le emozioni di questo libro. Eppure è giusto così, perché di libri memorabili e di personaggi bellissimi ne incontrerò altri, e di storie così ne leggerò ancora.  Però questo libro mi ha lasciata con un entusiasmo pazzesco, ed è per questo che ho deciso di parlarne con voi. Perché è meraviglioso, e punto,  e ogni parola che ho speso per raccontarvelo non sarà mai abbastanza evocativa e non renderà mai abbastanza giustizia alla poesia che c'è in questo romanzo.
E sì, dopo questo libro, come ogni buon libro, mi ricorda perché amo leggere e la letteratura: perché ci sono quei momenti, nella vita, in cui ti sembra di stare in un romanzo, certo, ma ci sono anche pagine di un libro che ti ricordano la vita vera, con tutto il dolore e lo splendore che ha racchiusa in sé.


"La sola cosa per cui valeva la pena intristirsi era sapere che a volte in questa vita c’è più bellezza di quanta il mondo possa reggerne.” (Questo bacio vada al mondo intero, Colum McCann)



 

sabato 1 agosto 2015

for what it's worth

    

è valso la pena tutto, di quest'estate duemilaquindici. Che non è ancora finita, però ora ci sono le vacanze, il mare, il sole, la sdraio, i libri, il tempo per pensare, per scrivere, per mangiare gelati, per staccare la spina.

Prima no. Prima c'è stato il Belgio, percorso in macchina con qualche deviazione in Francia, Germania, Svizzera e Lussemburgo. Un viaggio con i miei genitori, da figlia unica per una volta, con il fratellino portato in collegio il primo giorno e poi una settimana spesa a girare questo paese meraviglioso, ammirando Bruxelles, così internazionale, e poi Anversa e il suo porto simmenso, e Bruges e Ganth, deliziose nel loro essere cittadine medievali. Ed ecco che ho attraversato mezza Europa con un solo libro, i miei genitori che hanno litigato fra loro nella maniera più furiosa che mai e io pregavo, pregavo semplicemente di poter partire per l'Inghilterra, il giorno successivo al mio ritorno per il Belgio, mentre loro discutevano di tutto e di niente con una rabbia dettata da qualche rancore di troppo e dalle differenze caratteriali che, nei viaggi, finiscono puntualmente per emergere. Eppure poi hanno fatto la pace, e l'ultima sera, in Lussemburgo, l'abbiamo trascorsa passeggiando, sorridendoci, innamorandoci anche di questa città.

E poi sono partita per l'Inghilterra, ed è stato tanto meraviglioso e tanto, tanto difficile. Ad accoglierci c'è stata la campagna inglese di Jane Eyre, così umida, frusciante, piena di segreti. la cosa più meravigliosa di tutte era il parco che circondava il college, pieno di lepri, scoiattoli, tassi, uccelli d'ogni tipo. E non era raro avvistare qualcuno di questi animali, sia al mattino sia durante le nostre passeggiate serali, quelle che avremmo voluto prolungare all'infinito, perché camminare in mezzo al rumore di rami spezzati e poi più nulla era bello, era rassicurante, era un po' casa.

Siamo partiti tutti insieme, quest'anno. La mia migliore amica, quella conosciuta su un sito Internet e alla quale mi sono affezionata indicibilmente, il gruppetto di ragazzi ciechi con cui sono partita l'anno scorso ed io.

È stato difficile, per me, far quadrare tutto, la gelosia di alcune mie amiche non vedenti perché io, un'amica non cieca da portare in Inghilterra, l'avevo, anche se poi lei è stata straordinaria e se le è conquistate tutte. E poi c'era proprio lei, la mia migliore aica, che non era mai partita prima d'ora, che un po' sentiva la mancanza di casa un po' faticava ad abituarsi al college, in cui gli altri ragazzui erano tutti decisamente più piccoli e nient'affatto cordiali, con noi. Ecco, e poi c'erano loro, appunto, gli altri studenti, tutti stranieri, con i quali io ho provato  a parlare fin da subito, che però ci hanno respinti, letteralmente. A me, da quando ho finito le scuole medie e sono diventata un po' più grande, non era mai capitato di sentirmi esclusa a tal punto per colpa della mia ciecità, vuoi perché sono diventata molto più estroversa, vuoi perché gli altri sono cresciuti. Eppure qui, in questo college, ho rivissuto alcuni dei momenti più brutti e frustranti della mia prima adolescenza, con i ragazzi che ridevano al mio passaggio indicando il bastone bianco, le battutine sussurrate, l'indifferenza più completa. E a me, tutto questo, ha fatto male. Perché io a scuola ho delle amiche, io chiacchero con chiunque, io, adesso, nonostante non sia semplice, non mi sento sola, o isolata, o esclusa per colpa della mia ciecità.

In Inghilterra, invece, sì;  mi sentivo più cieca, più handicappata, più disabile che mai, sia perché ero in un posto completamente estraneo, sia, soprattutto, perché per gli altri ragazzi, noi, eravamo completamente trasparenti. Ha fatto male, tutto questo, non sapete quanto, perché essere via da casa, in un contesto nient'affatto semplice, mi ha fatta sentire smarrita, smarrita e inadeguata.

Però c'era la mia migliore amica, quella che è partita con sei ragazzi ciechi senza esitare, e che quando gli altri studenti, nell'apprendere ciò, le dicevano un "very kind of you" piuttosto stupito, ne rideva con me, perché lei non è venuta con noi certo per spirito da crocerossina, bensì perché era mia amica, mia amica e basta. E grazie a Dio che c'era lei, perché non so cos'avrei fatto, in caso contrario. però non è stato solo merito suo, no. C'erano gli altri, il mio sparuto gruppetto di amici ciechi, che a volte mi stanno stretti - perché fare vacanze con ragazzi con la tua stessa disabilità non è sempre il massimo -, ma che fondamentalmente adoro a prescindere. Perché sono coraggiosi, tutti quanti, perché, proprio come me, si destreggiano come possono, barcamenandosi fra un handicap che, diciamocelo, è una seccatura non indifferente e i problemi che esso comporta, senza però dimenticare di avere diciassette anni, dei sogni, delle ambizioni, dei progetti. Perché noi non siamo la nostra ciecità,  e loro, nonostante tutto, me lo ricordano ogni giorno.

 Queste tre settimane sono state incredibili, nonostante le immense difficoltà.  Alla fine di tutto, quando alle quattro del mattino abbiamo lasciato il college, mezzi addormentati, storditi, sollevati all'idea di tornare a casa eppure un po’ mesti, ho capito che ne valeva la pena, sì.

Ne valeva la pena per gli insegnanti deliziosi che abbiamo incontrato, per miss Regina che Regina lo è di nome e di fatto, la prof che un po' incarna il tipo di docente e di donna che vorrei diventare, autorevole, equilibrata eppure sorprendentemente alla mano, per l'altro prof, quello un po' lupo di mare scozzese dall'umorismo improbabile e tagliente, che mi ha conquistata con una visita alla national gallery in cui ci ha descritto ogni quadro, ogni sfumatura, ogni colore in maniera sorprendentemente vivida.

Ne valeva la pena per i giri nei centri commerciali di Londra, uno in particolare, in cui la mia migliore amica ha preso quattordici cd, io la guardavo esterrefatta e poi abbiamo detto al commesso di scusarci, perché eravamo sovraeccitate all'idea di essere in un negozio di cd a Londra e quindi non riuscivamo a spiccicare parola in inglese. E per i muffin e per i biscotti di cui abbiamo fatto incetta, riempiendo il letto di briciole in maniera improponibile e sgranocchiandone fin troppi alle ore più inconsuete.

Ne valeva la pena per le passeggiate nel parco, per il silenzio della brughiera, per la traversata del fiume a Cambridge, circondati da cignie papere, con il vento che ululava e l'acqua che scrosciava in ogni direzione. E io lì, su quella barchetta dondolante, ho pensato che non avrei voluto essere in nessun altro posto se non lì, e quella giornata si è rivelata magica, come del resto tante altre.

Ne valeva la pena per A., il ragazzo conosciuto su Internet che, una volta scoperto essere cieco, ho convinto a venire con noi. E siamo diventati amici, amici davvero, cosa che non pensavo potesse succedermi davvero, non con un ragazzo, anche se poi, detto fra noi, di virile, lui, ha ben poco. Però quando suona scompaiono la sua ciecità, la sua goffaggine, tutto il resto, ed ecco che diventa un ragazzo normale, con una grande passione per la chitarra, e un po' dà i brividi, questa sua trasformazione. E allora   nell'aula di musica, il pomeriggio, suonava qualsiasi cosa gli chiedessi per strapparmi un sorriso, dato che io, pur adorando cantare, non ne sono capace e a volte diventavo vagamente isterica.

Ne valeva la pena perché ho cantato, cantato davvero, su un palco, da sola, per la prima volta in vita mia. E non so cantare e mi vergogno, però me l'hanno chiesto in ogni lingua, e allora ecco che l'ultima settimana ci siamo ritrovati a suonare "blowin' in the wind", A. con la chitarra, le mie amiche improvvisandosi musiciste, e io a cantarla davvero, con il cuore, Blowin' in the wind, perché in ogni verso c'era un po' di me, e mi sentivo tanto Joan Baez anche se non sarò mai brava quanto lei, ma alla fine, alla fine di tutto va bene così.

Ne valeva la pena per ogni sorriso rubato, per ogni confidenza, ogni battibecco, ogni muso lungo e ogni biscotto con la mia migliore amica, che si è rivelata meravigliosa. Che io l'ho voluta con me perché, per una volta, volevo anche io avere qualcuno al quale stare appiccicato, con cui condividere ogni respiro, la stanza, la classe, il tavolo, persino il bagno, certe volte. E ci siamo vissute a trecentosessanta gradi, facendoci anche molto male, percenpendo i reciproci malumori, le ansie, gli impanicamenti, ma anche la gioia, la voglia di entusiasmarsi per qualsiasi cosa, il bisogno di tenerci per mano come bambine e di parlarci anche dalle toilette della national gallery, proprio come tredicenni isteriche. E ci siamo dette cose che non dovevamo, a volte, ferendoci a vicenda ma chiedendoci scusa, con un biscotto, un abbraccio, un "come va?" che sottointendeva tanto altro.

Ne valeva la pena per tutto, per l'atmosfera, per l'inglese che mi piace tanto, per i film che non siamo riuscite a vedere pur avendone scaricati tantissimi, per i discorsi su rockstar morte o decrepite alle due di notte, per le nostre due accompagnatrici meravigliose, per i boccoli che, per una volta, sono riusciti a non afflosciarsi miseramente dopo dieci minuti.

E sì, ne valeva la pena. Anche se adesso è tutto finito, se fra  poco ci sarà soltanto il mare, se ora scrivo con un po' di nostalgia, ma pur sempre il sollievo di essere a casa, di aver ritrovato i profumi, gli spazi, i tempi consueti.

E ora sono a casa e vorrei partire, partire di nuovo, con loro, senza di loro, soltanto partire. E anche per questo, sì, ne è valsa la pena.